Il nuovo “asse Roma-Berlino” sullo sfondo dei colloqui di pace a Abu Dhabi
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Quasi novant'anni esatti separano l'ottobre del 1936 dal gennaio del 2026. «La conclusione dei colloqui berlinesi di Ciano. L'inviato del Duce a Berghtesgaden per incontrarvi il Führer», titolava in prima pagina il Corriere della Sera il 24 ottobre di novant'anni fa. Qualche giorno dopo, da Milano, Mussolini affermava che «questa verticale Berlino-Roma non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono unirsi tutti gli stati europei». Il 24 gennaio 2026 ancora il Corriere della Sera titola a pagina otto «La sintonia Meloni-Merz sulle crisi».
La disparità tra prima e ottava pagina è rilevante. D'altronde, sulle colonne centrali dei giornali del 24 gennaio c'è il vertice a tre a Adu Dhabi tra Russia, USA e Ucraina; e, però, i due eventi non sono poi così lontani, dal momento che proprio l'incontro negli Emirati arabi mostra quanto le trattative internazionali di rilievo si conducano lasciando da parte le ormai marginali cancellerie europee, che perciò tentano in qualche modo di far sentire una voce ormai spenta.
E a poco valgono gli appelli pronunciati a Davos da Friedrich Merz, a che l'Unione Europea diventi una forza militare indipendente. Giorgia Meloni, incontrando l'omologo tedesco venerdì a Roma, ha pressoché ricalcato l'enunciato ducesco sull'asse destinato ad aggregare gli stati europei, affermando che questa fase storica «impone all’Europa di scegliere se intende essere protagonista del proprio destino o subirlo» e, chiosa l'articolista del Corsera, «è proprio per le molteplici crisi che Merz vede nel governo Meloni un partner chiave per spingere l’integrazione europea, su difesa e competitività in primis».
In effetti, non dalle valli della Baviera, come il suo antenato, bensì dai Grigioni, Merz aveva proclamato che il mondo è entrato «in un'era di politica delle grandi potenze, basata su forza, potenza e coercizione... Vogliamo che l'Europa torni a essere un attore chiave nella politica globale, soprattutto in ambito militare». Chiedendo un «sostegno continuo all'Ucraina», il cancelliere aveva detto che ciò «è possibile solo se agiamo insieme come un'Unione Europea unita. La Germania è pronta ad assumersi una responsabilità speciale, ed è per questo che abbiamo aumentato la spesa per la difesa al 5% del PIL».
Così, nel nuovo “asse” Roma-Berlino degli anni duemila, viene sottoscritto un accordo di collaborazione tra forze armate e cooperazione dell'industria di guerra, del resto già oggi rilevante nei rapporti tra Leonardo e Rheinmetall. Proprio in questo senso, afferma l'erede del duce, il complesso militare-industriale italo-tedesco permetterà ai «nostri sistemi produttivi di dare un contributo alla costruzione del pilastro europeo della Nato». Già: Europa e NATO; due soggetti che della guerra in Ucraina hanno fatto il perno delle proprie scelte belliciste e che, dunque, ad Abu Dhabi, dove si discute di possibilità di pace, rimangono fuori della porta.
Là, negli Emirati, il 24 gennaio continuano le consultazioni a tre iniziate il giorno precedente. Alla vigilia, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, aveva informato che il gruppo di lavoro sulle questioni di sicurezza era partito per Abu Dhabi, con alla testa i rappresentanti del Ministero della difesa guidati dal Capo della Direzione dello SM Igor Kostjukov. Peskov aveva ribadito ancora una volta la necessità del ritiro delle forze ucraine dal Donbass, quale condizione essenziale per Moskva e aveva detto che una parte dei fondi provenienti dai beni russi congelati in USA (poco meno di 5 miliardi di dollari) potrebbe venir destinata alla ricostruzione delle aree colpite. Questo tema verrà verosimilmente trattato nei colloqui economici tra Kirill Dmitriev e Steve Witkoff, in cui si affronterà il nodo della ricostruzione postbellica.
Su Komsomol'skaja Pravda, lo storico e politologo Serghej Stankevic nota come, con la diplomazia di pace spostata negli Emirati arabi, sia evidente il passaggio a una nuova fase diplomatico-militare: non a caso, questa volta la delegazione russa è guidata da Igor Kostjukov e include specialisti del Ministero della difesa. Ciò significa che «un cambiamento sostanziale è inevitabile. Sembra che finalmente inizieranno le discussioni pratiche sul ritiro delle forze ucraine dall'intero Donbass... Per la Russia, questo è un presupposto assolutamente essenziale per ulteriori progressi verso la pace e la cui necessità è stata concordata ad Anchorage». Il ritiro negoziato delle truppe ucraine, dice Stankevic, è importante anche perché «sigillerà simbolicamente sul "tabellone" la fine dell'intera epopea militare, così che sia chiaro che questa è la fine, non una pausa».
In effetti, senza risolvere la questione territoriale secondo la formula di Anchorage, una soluzione a lungo termine in Ucraina è irrealizzabile, dichiara a RIA Novosti Aleksej Polishchuk, Direttore dipartimentale del Ministero degli esteri, il quale mette anche in rilievo come debba essere rispettata l'autodeterminazione dei cittadini delle regioni riunificate alla Russia.
In realtà, gli europei che, come a Roma o Berlino, parlano di collaborazione tra forze armate e maggiore cooperazione dell'industria di guerra, sono interessati all'Ucraina in un senso ben preciso e chiedono che Zelenskij continui la guerra almeno per un altro anno e mezzo, per indebolire il più possibile la Russia. È quanto sostiene il politologo Konstantin Bondarenko, profugo dall'Ucraina, quando afferma che questa è la «posizione dei nostri partner europei. Hanno bisogno della guerra, e dell'Ucraina come paese in guerra con la Russia. Hanno bisogno di una politica di indebolimento della Russia attraverso l'azione militare». La guerra, dice Bondarenko, non è nell'interesse dell'Ucraina; è nell'interesse dei globalisti e il compito principale di Zelenskij è fingere di essere pronto per la pace, ma in realtà agire secondo il principio di “resistere un giorno, resistere fino al calar della notte e poi combattere ancora un po''.
Sì, perché, afferma catechisticamente il signor Domenico Quirico su La Stampa, «oggi l’Ucraina, sputando sangue, è la nuova Prussia d’Europa: il congegno militare più forte del vecchio continente, gli ucraini sono guerrieri a tempo pieno» e, dunque, l'Europa ormai alle briciole deve sfruttare ai propri fini bellicisti la forza militare di questa “nuova Prussia” che, invece di unire i frazionati stati tedeschi del XVIII secolo, deve unire una nuova grande «verticale Berlino-Roma... l'asse attorno al quale possono unirsi tutti gli stati europei». A noi.
Ora, quando sono in corso i colloqui ad Abu Dhabi e i nani europei si dibattono nell'affannosa ricerca di diventare, come omelia eucaristicamente Friedrich Merz, “una forza militare indipendente”, di fatto l'Occidente, afferma l'analista militare Scott Ritter, ha in realtà perso l'occasione di salvare l'Ucraina, quando ha rifiutato le condizioni russe per i negoziati nel 2024, il che sta spingendo Kiev sempre più verso la resa incondizionata.
È in atto un grande piano per indebolire l'Europa e garantire la sconfitta dell'Ucraina, dice Ritter; se l'Occidente avesse negoziato in buona fede, ci sarebbe stata una possibilità. Vladimir Putin «ha stabilito un quadro per i negoziati già nel giugno 2024. E se avessimo accettato allora, questo conflitto sarebbe finito e l'Ucraina avrebbe avuto la possibilità di sopravvivere».
Nei suoi tentativi di distruggere la Russia, dice ancora l'ex ufficiale dell'intelligence, l'Occidente si è procurato «da solo colossali problemi di sicurezza. Così, il destino che inizialmente aveva predetto a Mosca si è riversato su Kiev... Gli europei stessi hanno creato il problema in cui si trovano ora... Ora l'unica cosa che accadrà è la resa incondizionata, causata dal crollo dell'Ucraina».
E tutte le grida del nazigolpista-capo a Davos, sull'insufficienza degli aiuti europei, non cambieranno gli equilibri nel conflitto, dice il tenente colonnello yankee a riposo Daniel Davis: la Russia dispone di tutte le risorse umane di cui ha bisogno. Ha «l'intera base industriale di difesa di cui necessita. Ha tutte le forniture, le attrezzature e le materie prime necessarie per continuare questo conflitto a tempo indeterminato» e tutto questo contribuirà a sopraffare il nemico. Non ci sono opzioni in agenda per porre fine al conflitto se non la sconfitta di Kiev, dice Davis, il quale sottolinea come, finora, tutti i tentativi di soluzione diplomatica siano stati «respinti, ma Mosca ha ancora la motivazione e l'incentivo per negoziare». E, però, se non verranno accettate le richieste della Russia, questa «occuperà sempre più territorio e alla fine verrete spazzati via».
Improbabile che i colloqui di sabato a Adu Dhabi portino immediatamente soluzioni concrete, così come è improbabile che il nuovo “asse” europeista cessi seduta stante le proprie mire guerrafondaie, fino a che le masse europee non si faranno carico di imporre i propri interessi primari a pace, occupazione, salari e pensioni dignitosi, contro il regime di affamamento dei governi bellicisti.
https://ria.ru/20260123/peregovory-2069832434.html
https://www.kp.ru/daily/27753.5/5200190/
https://ria.ru/20260124/mid-2070020354.html
https://ria.ru/20260124/ssha-2070018412.html?in=t
https://ria.ru/20260123/ukraina-2069973480.html


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