di Pasquale Liguori
Capita di osservare soprattutto i post che l’algoritmo mi somministra da chi, a vario titolo, si occupa (?) di cose palestinesi. Da quel perimetro arrivano anche molte opinioni su tutta l’attualità.
Ciò che mi risulta più amaro - e insieme più prevedibile - è la coreografia di reazioni indecenti davanti a ciò che sta accadendo: genocidio e Palestina impastati con la strumentalizzazione di proteste in Iran, la “pax” impacchettata dall’alto su Gaza, gli arresti di Hannoun e altre persone per ridisegnare il campo del dicibile, i balbettii e gli equilibrismi sull’incursione imperialista in Venezuela, e così via.
È lì che si vede, senza più alibi, la natura di quel coacervo che qualcuno ancora ambisce a definire “movimento globale” nascente, magari a trazione italiana: una miscela depoliticizzata che ha riempito strade e piazze non per spezzare i rapporti di forza, ma per sfilare dietro barchette simboliche, vip televisivi, mediocri comizianti e istanze umanitarie buone per sentirsi “dalla parte giusta”, mai per incidere davvero.
È un insieme finto e non faccio fatica a pensare che vi abbiano aderito in molti, motivati e in buona fede. Eppure, con poche eccezioni, proprio le cose che avrebbero più senso - rivendicare il valore politico della resistenza palestinese - risultano non pervenute; anzi: se ne prende cauta distanza per il coté “terrorista”, mentre centinaia di migliaia di persone continuano incredibilmente a resistere, senza risorse.
Quell’insieme di soggezione, non soggettivazione, è reso paralitico dai suoi leaderini da feed, che emergono a colpi di post e nulla più: contraddizioni indecorose, esibite con disinvoltura, dove la pace “universale” si confonde con l’intimo comfort. Tra questi, alcuni aspiranti intellettuali si agitano per un microbico momento di celebrità distribuendo patentini di accettabilità morale, anatemi di antisemitismo e consigli per l’acne. Altri, celebri nocchieri del “sumud” in crociera, si piazzano su un imperioso “né con Maduro né con Trump”, in coerenza col non dimenticato “né con Hamas né con Israele”. Altri ancora evidenziano un quadro cerebrale in apoptosi aggravato dall’inatteso e sconveniente cortocircuito semantico che renderebbe ambivalenti - e intercambiabili - le categorie di aggredito e aggressore. E altri, infine, continuano a spacciare per ideologia “rivoluzionaria” e “a sostegno degli oppressi” un qualcosa che, alla resa dei conti, tutela il privilegio e s’inchina all’estetica del decoro, specie quando questa si dice disturbata come nel caso dei “facinorosi” introdottisi per protesta nella sede di un quotidiano di regime.
Questa roba, messa assieme, non è e non sarà “universalista”: è e resterà borghese fino al midollo. E quando la realtà supera la scenografia, quando la violenza del potere non si lascia più raccontare come “complessità”, quella sommatoria chiamata a raccolta emana il suo caratteristico tanfo maturato nei privilegi, nel colonialismo interiorizzato, nella pseudo-superiorità morale, nello sfruttamento e nell’estrazione, nella religione delle “libertà” imposte da un gigantesco monte dei pegni che va sotto il nome di Occidente & Co.
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