L’instabile Donald Trump torna a minacciare l’Iran. Il presidente USA ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a colpire il sito nucleare iraniano di Pikax, situato all'interno di un massiccio montuoso, qualora non venga raggiunto un accordo con l'Iran. Il presidente statunitense ha sostenuto di conoscere "esattamente" quanto avviene nell'impianto e ha ribadito che, se necessario, Washington tornerà ad agire militarmente.
Le dichiarazioni giungono in concomitanza dell'incontro alla Casa Bianca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, un vertice destinato a concentrarsi sulla strategia verso l'Iran, sulla situazione in Libano e sul rafforzamento del processo di normalizzazione tra Israele e diversi Paesi della regione. Secondo indiscrezioni, Netanyahu potrebbe presentare nuove informazioni d'intelligence riguardanti presunte attività nucleari iraniane nel sito di Pikax. L'incontro, tuttavia, si svolge in un clima politico molto diverso rispetto al passato. All'interno del movimento "America First" cresce infatti il dissenso verso un ulteriore coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto contro Teheran.
Figure influenti come Steve Bannon e Curt Mills hanno espresso apertamente il timore che Netanyahu stia spingendo Washington verso una nuova escalation militare, ritenuta contraria agli interessi strategici USA e sempre meno popolare anche tra l'elettorato repubblicano. Parallelamente, da Teheran arrivano accuse sempre più dure nei confronti dell'Ucraina. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito Volodymyr Zelensky un "parassita al servizio di Israele", evidenziando come il regime di Kiev sia ormai parte integrante dell'architettura militare costruita da Stati Uniti e Israele. Secondo questa lettura, l'Ucraina non rappresenta soltanto un teatro di guerra contro la Russia, ma anche un laboratorio per lo sviluppo di tecnologie militari, un centro di cooperazione nell'ambito dei droni e della guerra elettronica e un partner operativo nelle strategie regionali contro l'Iran. Inoltre la cooperazione tra Kiev, Washington e Tel Aviv si è estesa allo scambio di sistemi d'arma, intelligence e competenze tecnologiche, fino a coinvolgere anche diversi Paesi del Golfo Persico. In questa prospettiva, l'Ucraina avrebbe esportato il proprio know-how nella guerra con i droni, contribuendo ai sistemi di difesa delle monarchie arabe alleate degli Stati Uniti.
Teheran considera questa crescente integrazione come un elemento che modifica la natura del conflitto. Secondo le autorità iraniane, il coinvolgimento dell'Ucraina nella rete militare israelo-statunitense farebbe venir meno qualsiasi pretesa di neutralità, trasformando il territorio ucraino in un potenziale obiettivo legittimo nell'ambito del diritto all'autodifesa previsto dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Mentre i negoziati proseguono tra molte incertezze, il vertice Trump-Netanyahu potrebbe chiarire se Washington intenda privilegiare la via diplomatica oppure prepararsi a una nuova fase di confronto militare con la Repubblica Islamica, in un contesto regionale che resta estremamente instabile proprio a causa delle scellerate mosse dei guerrafondai di USA e Israele.
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