Il sentiment degli investitori globali vira bruscamente al ribasso. Secondo l’ultima indagine di Bank of America sui gestori di fondi, le aspettative sulla crescita economica mondiale sono diventate negative per la prima volta nel 2026, segnando un’inversione rispetto all’ottimismo dei mesi precedenti. A pesare è soprattutto il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, che i mercati ritengono destinato a mantenere il prezzo del petrolio stabilmente tra gli 80 e i 100 dollari al barile. Uno scenario che alimenta inflazione e costringe le banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive.
Non a caso, molti gestori stanno riducendo l’esposizione azionaria, tornando ai livelli di cautela visti nel 2022 con l’inizio della guerra in Ucraina. Le preoccupazioni aumentano ulteriormente per il rischio legato allo Stretto di Stretto di Hormuz, snodo cruciale per l’energia globale. Le tensioni hanno già spinto il Brent oltre i 120 dollari al barile, con effetti a catena su costi logistici e crescita economica. Il timore è che un’interruzione prolungata delle forniture possa aggravare ulteriormente il quadro macroeconomico. Nonostante ciò, gli esperti non prevedono ancora una recessione piena.
Lo scenario dominante resta quello di un “soft landing”, un rallentamento controllato dell’economia, anche se accompagnato da crescente nervosismo tra gli operatori. Più resiliente appare il mercato russo, sostenuto dall’aumento dei prezzi del greggio. Tuttavia, anche in questo caso i fattori interni - come il rischio di una maggiore pressione fiscale e il rallentamento economico - continuano a pesare. Gli investitori, infatti, si rifugiano in asset più difensivi: strumenti monetari, titoli bancari selezionati, energia e oro.
In sintesi, i mercati entrano in una fase di crescente incertezza: tra tensioni geopolitiche, inflazione persistente e politiche monetarie restrittive, la traiettoria dell’economia globale resta sempre più fragile.
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