di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
Parlo da atea. Parlo da anticlericale, mangiapreti e iconoclasta. Parlo da irriverente polemista. Eppure mi sono sentita insultata dalla foto del soldato israeliano che in Libano martellava il volto di un Cristo in croce abbattuto. Sopraffatta nella mia umanità e nella mia Pietas.
Calpestare l’umanità.
Si deve essere particolarmente empi, cinici e sadici per infierire con tanta violenza sull’effige di un uomo martoriato e inchiodato ad una croce. Colpi inferti con l’intenzione e il gusto dello sfregio contro l’umanità. Di compiacere quella ristretta cerchia di bulli fanatici che sull’umanità, evidentemente, vuole prevalere.
Il crocifisso è un simbolo universale di perdono, salvezza e redenzione umana. Incarna la fratellanza degli esseri umani nella sofferenza e nel destino mortale. Incarna l’umanesimo che il cristianesimo ha derivato dalla contaminazione dell’ebraismo con la cultura greca.
Non solo ipocrisia...
Offendere il crocefisso durante un’invasione militare non è semplicemente un oltraggio alla religione e alla spiritualità dei cristiani. È un’offesa contro ogni sentimento di pietà umana. È un sopruso, è la massima e deliberata umiliazione ad una comunità sotto attacco. Ed è anche intimidazione al resto dell’umanità che osserva con sconcerto e impotenza.
Molti osservatori hanno commentato sui social che Israele ha fatto di molto peggio, stigmatizzando come ipocrita la reazione di diversi leader e funzionari dei paesi cattolici.
Queste osservazioni sono condivisibili nella misura in cui figure come il ministro degli Esteri polacco Sikorwsky sono intervenute soltanto per non perdere la faccia davanti all’elettorato cattolico, mentre hanno taciuto e continuano a tacere sui continui e inimmaginabili atti di lesa umanità che i soldati israeliani e i coloni compiono quotidianamente.
Simbologia genocida
L’immagine del soldato israeliano che colpisce il crocefisso abbattuto ha una potentissima carica simbolica. È l’incarnazione dell’antiumanesimo, del cannibalismo spregiudicato, della sopraffazione impunita e normalizzata contro la debole, indifesa e attonita umanità.
È la rappresentazione plastica della volontà dell’esercito israeliano di calpestare qualsiasi. In guerra, abbattere un simbolo religioso non è un atto contro la fede, è un atto mosso da un’intenzione genocida.
È la prova che i soldati israeliani non hanno semplicemente l’ordine di cacciare Hezbollah, ma di cancellare ogni traccia delle popolazioni che vivono sui territori occupati dagli israeliani. Per questa ragione non deve essere sottovalutata.
Israele non sta combattendo una guerra di difesa, ma di annientamento.
Lo schema genocidario
In Libano gli israeliani agiscono secondo uno schema genocidario già praticato da militari e coloni in Cisgiordania e Gaza.
Cancellano i villaggi, cancellano la cultura, cancellano la lingua, cancellano l’identità, la storia di un popolo. Cancellano la sua spiritualità.
È un modello di colonialismo da insediamento che prevede la sostituzione etnica delle popolazioni indigene con popolazioni occidentali, prevalentemente europei e statunitensi.
I nuovi padroni della terra si sostituiranno agli autoctoni compiendo ogni tipo di nefandezza: il mondo dovrà solo dimenticare o far finta di non sapere.
È lo stesso modello di cancellazione delle civiltà con cui gli europei colonizzarono il continente americano. Adesso gli “indiani” sono palestinesi e arabi.
La domanda senza risposta
Ogni giorno assistiamo impotenti e sconcertati alla barbarie contro palestinesi e arabi. E ogni giorno la soglia dell’orrore viene superata. È una tortura psicologica.
Hanno iniziato con i bambini massacrati sotto le macerie, le fosse comuni, le madri che stringevano fagotti bianchi e i neonati mummificati nelle incubatrici di ospedali presi d’assedio con i carri armati israeliani.
Poi con i coloni che bloccavano gli aiuti umanitari per Gaza, l’IDF che uccideva deliberatamente uomini della croce rossa e delle organizzazioni umanitarie, medici e giornalisti.
Adesso siamo alla giustificazione dello stupro di prigionieri palestinesi da parte dei soldati israeliani, ai cani addestrati a violentare i detenuti, alla pena di morte per i soli palestinesi, ai coloni che minacciano sessualmente le donne della Cisgiordania, ai bambini intimiditi con fucili d’assalto dai militari.
La postura dei vertici politico-militari e di una parte degli israeliani è duplice: da un lato respingono ogni critica come antisemitismo, dall’altro rivendicano e celebrano il proprio diritto a compiere impunemente i propri crimini. A volte anche adducendo giustificazioni di natura biblica.
Basti pensare a Ben Gvir che brindava all’approvazione della controversa legge sulla pena di morte, a Danielle Weisse che portava i bambini a festeggiare i bombardamenti su Gaza; ai continui riferimenti religiosi di Netanyahu: il paragone tra Gesù e Gengis Khan, l’apologia di sterminio con i passi delle Scritture, le frasi sul ritorno del Messia. Torturare, annientare, uccidere come diritto divino.
La croce abbattuta e vilipesa in Libano ci pone davanti ad una domanda: perché Netanyahu e i suoi soldati rivendicano il loro diritto di agire in maniera deliberatamente spietata e disumana?
Io non conosco la risposta, ma ho l’impressione che ci stia venendo imposta la normalizzazione della barbarie. Restiamo umani.
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