Tecnofascismo Senza Maschera

Tom Joad

La storia dei manifesti politici è anche la storia dei momenti in cui una élite smette di mascherarsi e si mostra per quello che è, convinta di avere già vinto abbastanza da potersi permettere la verità. I ventidue punti diffusi da Palantir Technologies il 18 aprile, sintesi dichiarata del volume The Technological Republic firmato dal Ceo Alexander Karp e da Nicholas Zamiska, è uno di quei momenti. La sua importanza storica sta tutta in questa nudità: per la prima volta un'impresa tecnologica di questa scala, integrata nell'architettura militare e di sorveglianza degli Stati Uniti, ha messo per iscritto con ostentato orgoglio il programma che fino a ieri si limitava a praticare in silenzio.

Palantir vale oggi più di cinquecento miliardi di dollari. I suoi sistemi algoritmici governano l'intelligence americana, orientano i targeting del Dipartimento della Guerra, schedano e tracciano i migranti che l'ICE deporta, gestiscono i dati sanitari di decine di milioni di europei. Karp scrive da quella posizione con la serenità di chi sa che le sue parole non rischiano di rimanere sulla carta. Esse descrivono infrastrutture operative, contratti firmati ed esecutivi. Quando un'entità simile enuncia una visione del mondo, non sta aprendo un dibattito. Sta notificando un ordine che va consolidandosi e chiedendo che gli venga riconosciuto il rango costituzionale che ritiene di aver conseguito.

Quello che s’intende sviluppare è una lettura di questo documento che prende sul serio la sua coerenza interna: solo sforzandocii di capire la logica di un progetto si è in grado di contrastarlo. Questo progetto va combattuto. Si tratta della formulazione più sistematica, tecnicamente attrezzata e storicamente consapevole di un dominio totale che il capitalismo imperiale abbia mai prodotto.

La proprietà del sapere collettivo

Il primo punto stabilisce la fondazione etica dell'intero edificio: la Silicon Valley ha «un obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione», fondato su un debito morale verso il paese che ne ha reso possibile l'ascesa. La frase è costruita su una falsificazione storica e materiale così sfrontata da lasciare attoniti per la sua audacia. La Silicon Valley non è nata dall'imprenditorialità privata in un mercato libero, è nata dai finanziamenti del Pentagono alla ricerca universitaria, da protocolli sviluppati con denaro pubblico, da Internet stessa che era un progetto della DARPA, l’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa. Decenni di sapere collettivo, prodotto da ricercatori, ingegneri, studenti e contribuenti che non hanno mai visto un centesimo delle capitalizzazioni che quel sapere ha generato, sono stati appropriati, brevettati e trasformati in rendita privata da una manciata di imprese che oggi si presentano come creditrici della nazione che le ha create.

Karp rovescia questa struttura con un gesto ideologico di stampo notarile: trasforma il debitore in creditore e l'obbligo di restituzione in obbligo militare. Chi si riconosce debitore è già disarmato: deve prima saldare, poi eventualmente avanzare pretese. Ma il debito reale, quello che il manifesto Palantir non nomina mai, è il debito del capitale tecnologico verso la collettività che lo ha generato, i lavoratori che lo hanno costruito e le popolazioni i cui dati sono il combustibile di ogni modello algoritmico. Quello è il debito che andrebbe saldato. Esattamente, nella direzione opposta a quella che Karp indica.

La tirannia delle app e il corpo da disciplinare

Il secondo punto introduce la critica alla «tirannia delle app»: l'iPhone, le piattaforme di consumo, i servizi di food delivery, tutta la Silicon Valley orientata al mercato civile viene adesso presentata come uno spreco dell'intelligenza umana, mera decadenza che distrae il talento ingegneristico dai compiti veramente importanti. La diagnosi, nella sua brutalità, coglie qualcosa di reale: il capitalismo digitale ha effettivamente prodotto un immenso dispendio di intelligenza collettiva verso fini rozzi, con l'ottimizzazione pubblicitaria dell'ingaggio del consumo e la monetizzazione dell'attenzione. Ma la terapia che Karp propone è la rivelazione del progetto. Se la tecnologia di consumo è decadenza, l'eccellenza è la tecnologia militare, il targeting algoritmico, la guerra ad alta precisione. Non si tratta di liberare l'intelligenza dalla logica di mercato, ma di indirizzarla verso la logica della guerra. Il corpo sociale che il manifesto vuole disciplinare non è il corpo del consumatore passivo, ma quello del lavoratore tecnico che deve smettere di costruire app e cominciare a costruire armi.

Il punto 6, formalmente democratico nella sua proposta di un servizio nazionale universale, completa questa logica. Karp vuole una coscrizione che condivida il rischio militare tra tutte le classi sociali: un gesto che suona come equità ma funziona come disciplina. In un'epoca in cui la guerra si combatte con droni e algoritmi, chiedere alla forza-lavoro di condividere il rischio fisico non serve a riempire trincee ma a produrre soggetti che abbiano interiorizzato il vincolo militare come obbligo collettivo e imparato a chiamare interesse nazionale quello di chi possiede il capitale fisso algoritmico.

La guerra senza pausa

I punti 4, 5 e 12 costruiscono la dottrina militare del manifesto con una franchezza che non ha precedenti nella letteratura delle “vision” e “mission” aziendali. L'era atomica si chiude, la deterrenza del futuro sarà fondata sull'intelligenza artificiale e i dibattiti sull'etica delle armi autonome sono «teatrali». Dal momento che gli “avversari” procederanno comunque, indugiare in riflessioni morali equivale a scegliere la sconfitta. È la struttura dell'emergenza permanente elevata a principio costitutivo della civiltà. Sicché ogni critica diventa tradimento e ogni vincolo diventa ostacolo da aggirare in nome della sopravvivenza.

La deterrenza nucleare, nella sua logica paradossale, funzionava perché rendeva il rischio visibile e simmetrico: nessuna delle parti poteva sopravvivere all'escalation e questa certezza imponeva una soglia di razionalità minima. La deterrenza algoritmica che Karp propone è l'opposto. Essa opera a velocità inumane, produce decisioni opache, distribuisce la responsabilità in maniera tale che nessun sistema giuridico è attrezzato a ricostruire. Non sostituisce il deterrente atomico con qualcosa di più sicuro ma rimuove le garanzie procedurali che anche la guerra fredda aveva mantenuto.

I sistemi di targeting già dispiegati da Palantir in diversi teatri di conflitto, documentati da inchieste giornalistiche, mostrano cosa significa nella pratica la guerra algoritmica: non violenza più mirata, ma azioni che si presentano come procedure tecniche, sottraendosi alla valutazione morale e giuridica che ogni atto bellico dovrebbe subire. I civili classificati come bersagli da modelli addestrati su dati corrotti, le morti che nessun tribunale potrà mai attribuire a un decisore umano identificabile: questo è il mondo concreto che il punto 12 propone di istituzionalizzare come nuova normalità.

Il governo algoritmico dei corpi indesiderati

Il punto 17, che chiede alla Silicon Valley di svolgere un ruolo nella gestione della criminalità violenta, è il luogo in cui la dottrina militare si trasferisce sul corpo sociale interno con la medesima logica. I sistemi di polizia predittiva che Palantir già vende ai dipartimenti americani, i contratti con l'ICE che permettono di tracciare e deportare migranti aggregando dati bancari, telefonici e anagrafici, il dispiegamento di architetture di sorveglianza nei sistemi sanitari europei: tutto questo compone un progetto di governo algoritimco delle popolazioni che considera la disuguaglianza, la povertà e la migrazione non come condizioni strutturali da modificare ma come anomalie da gestire con la stessa logica con cui si gestiscono i bersagli militari.

Il soggetto che emerge da questo regime non è un cittadino titolare di diritti, un lavoratore, nemmeno un consumatore da sedurre. È un profilo statistico da ottimizzare, variabile in un modello di rischio che qualcuno ha addestrato in base a predeterminati valori soglia. La presunzione di innocenza, che è il fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico degno del nome, non ha senso logico in un sistema che interviene prima del reato, nel vuoto di qualsiasi atto imputabile. Il punto 17 non propone di combattere la criminalità, ma di sostituire la giustizia con la gestione del rischio chiamandola sicurezza pubblica.

La gerarchia delle civiltà come licenza di uccidere

I punti 21 e 22 sono la chiusura ideologica senza cui tutto il resto resterebbe privo di fondamento. Alcune culture, sentenzia Karp, «sono rimaste disfunzionali e regressive» e il pluralismo che ha impedito all'Occidente di affermarlo apertamente lo ha svuotato di convinzioni, rendendolo vulnerabile agli avversari che invece ci credono. E così se esistono culture categorialmente “inferiori”, i sistemi che le sorvegliano, le espellono o colpiscono non violando un principio universale ma eseguendo una necessità che la storia avrebbe già decretato.

Questa struttura argomentativa non è affatto nuova. È quella con cui il colonialismo giustificava il saccheggio, con cui l’imperialismo ha tradotto i rapporti di forza in rapporti di valore. La novità di Palantir è che questa struttura non viene più affidata alla retorica politica o alla pseudoscienza razziale, ma viene incorporata in sistemi algoritmici che la riproducono su scala industriale, con la velocità del software e senza la lentezza dell'umano che potrebbe esitare.

Karp ha un dottorato in teoria sociale conseguito a Francoforte sotto Habermas, e nella sua tesi giovanile analizzava con schema adorniano il modo in cui il linguaggio dell'autenticità culturale funzionasse come dispositivo di aggressione mascherata, strumento per tradurre rapporti di forza in rapporti di valore naturale. Guarda caso, il core operativo di Palantir si chiama Ontology…

Contro questo progetto: la risposta che il documento rende necessaria

Il merito involontario di questo manifesto è di rendere impossibile l'equivoco. Per anni il capitalismo digitale ha potuto presentarsi come neutro, infrastruttura tecnica priva di posizione politica. Palantir ha praticato questa neutralità di facciata meglio di chiunque altro, costruendo sistemi militari e di sorveglianza mentre si descriveva come fornitore di soluzioni analitiche. Ora Karp ha scelto di togliere la facciata, e questa scelta, per quanto calcolata, produce un effetto che probabilmente non ha pienamente considerato nei suoi effetti: rende visibile la struttura che cercava di occultare, e la visibilità è il primo passo verso la contestazione.

La risposta a questo progetto non può essere la difesa dello status quo democratico, come se le istituzioni esistenti fossero un argine sufficiente contro una struttura che le svuota dall'interno con contratti firmati in piena legalità e sistemi installati con il consenso (alias, complicità che Karp vuole immune a ogni inchiesta) degli stessi governi che dovrebbero controllarli. Deve partire da una domanda che il manifesto pone involontariamente con ogni sua riga: a chi appartiene il sapere collettivo che il capitale tecnologico ha appropriato e chi ha il diritto di deciderne la destinazione?

La stessa intelligenza computazionale che oggi ottimizza i bersagli militari potrebbe ottimizzare la distribuzione delle risorse sanitarie con una granularità che nessuna pianificazione ha mai raggiunto. Le architetture di dati che oggi tracciano i migranti potrebbero mappare le disuguaglianze strutturali con una precisione che renderebbe la politica redistributiva qualcosa di diverso dall'approssimazione a cui siamo abituati. Il sapere collettivo sedimentato in decenni di ricerca pubblica potrebbe essere reindirizzato verso problemi la cui soluzione non produce rendite monopolistiche ma produce condizioni di vita. Nulla di questo è utopia: è tecnicamente disponibile ed economicamente fattibile. Ma è politicamente bloccato da chi ha interesse a mantenerlo bloccato e ora ha anche scritto un manifesto per dirci perché.

Organizzare i lavoratori tecnici perché possano opporre veti reali ai progetti militari e di sorveglianza che costruiscono. Battersi per la ri-pubblicizzazione delle infrastrutture di dati generate con sapere e denaro collettivi. Costruire solidarietà concreta con le popolazioni che quei sistemi colpiscono, dai migranti deportati ai popoli criminalizzati dall'algoritmo, alle vittime civili delle guerre che il targeting predittivo ha reso più rapide e meno attribuibili. Queste non sono proposte astratte. Sono i terreni su cui la risposta al manifesto di Palantir deve diventare pratica, perché il documento stesso dimostra che il progetto da combattere non è astratto né futuro.

Analisi condotta a partire dal manifesto pubblicato da Palantir Technologies il 18 aprile 2026 e dal volume The Technological Republic (Karp, Zamiska, 2025).

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