di Alex Marsaglia
In tutte le tue battaglie, il combattere e il conquistare non sono segno di suprema eccellenza.
La suprema eccellenza consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere
(Sun Tzu, L’arte della guerra, Attacco per mezzo di stratagemmi1)
Dopo aver pubblicato una Strategia di Difesa Nazionale improntata alla guerra aperta nell’emisfero occidentale e rivolta al confronto diretto con la Cina, gli Stati Uniti si sono auto-invitati a Pechino nel tentativo disperato di risolvere il caos creato ad Hormuz. L’Impero americano si è trovato alle strette economiche ed energetiche e nel 2026 ha dovuto disegnare esplicitamente la propria strategia definendo la direzione anticinese. Negli ultimi anni l’Herrenvolk statunitense in primo luogo e israeliano in secondo, si sono arrogati ogni diritto di conquistare lo “spazio vitale” necessario agli altri. Ovviamente per “spazio vitale” non si intende solo uno spazio geografico definito, ma uno stock di materie energetiche (uranio, petrolio, terre rare) che non è chiaramente identificabile all’interno dei confini di un solo Stato o di più stati in contiguità territoriale. Negli Stati Uniti e in Israele domina il “partito unico del capitale” e i suoi interessi sono individuabili da una geoeconomia multivariata che solo ogni tanto riesce ad agglomerarsi in una geopolitica definita. Così è stato per la rivendicazione dell’emisfero occidentale, che è una rivendicazione eminentemente politica: basta che l’America Latina torni ad essere accomodante, ceda il petrolio, l’uranio, e torni dipendente al neocolonialismo statunitense. In poche parole, torni ad essere il “cortile di casa” e tutti gli Stati riottosi dal Venezuela a Cuba sino al Brasile tornino all’interno della catena del valore statunitense. Così è stato anche nel tentativo, finito male, di proiettare potenza in chiave anticinese nel Medio Oriente. L’Iran era la perfetta valvola di sfogo degli alleati sionisti intenti a costruire la Grande Israele, ma anche il colpo perfetto da assestare agli interessi cinesi. Sappiamo ormai che questo secondo colpo fuori dall’emisfero occidentale è andato completamente a vuoto, determinando un disastro per gli Stati Uniti. Così, Trump si è visto costretto a portare avanti il Pivot to Asia nella maniera più sottomessa e accondiscendente che si ricordi da sempre.
L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha chiarito poche ore prima dell’arrivo di Trump che vi sarebbero state delle “linee rosse” invalicabili nei colloqui e queste sono state rigorosamente rispettate: l’indipendenza di Taiwan, la democrazia e i diritti umani interni, le vie e il diritto della Cina allo sviluppo non sarebbero stati temi di discussione. E così è stato. Nemmeno l’Iran è stato un tema che il Presidente americano ha osato sollevare, dopo aver più volte attaccato la Repubblica Popolare accusandola direttamente di essere un attore di quella guerra. Il Presidente statunitense ha potuto solo sbirciare dalla scaletta di Xi, ma gli argomenti sul tavolo sono stati definiti dai rapporti di forza e non dalla protervia e dall’arroganza degli imperialisti statunitensi. A poco è servito portarsi dietro tutto il carrozzone di capitalisti americani, la Cina è da un trentennio che è aperta alle strategie di mercato e si è conquistata la capacità di autodeterminarsi. Il “partito unico del capitale” può investire nella Repubblica Popolare, ma non può comandare. Questo è stato il chiaro messaggio trasmesso dagli atteggiamenti e dai discorsi di Xi.
Il Presidente cinese ha parlato di pace, di cooperazione e di rispetto reciproco chiarendo con durezza che ci sono le summenzionate “linee rosse” invalicabili, superate le quali la forza diventerebbe l’unico mezzo di risoluzione dei conflitti.
Ciò che tanto deve aver stupito la delegazione americana è proprio quel ribaltamento della logica predatoria dell’imperialismo colonialista americano, secondo la quale «siamo diventati tutti quanti dei pellirosse, cioè dei popoli che hanno diritto di esistere solo nella misura in cui non disturbano l’espansione del capitale multinazionale degli Stati Uniti»2. Questo a Pechino non è possibile, così come non è possibile trattare quel popolo e i loro alleati in tal maniera. Non c’è Pivot to Asia che regga, poiché una prospettiva espansionista si tramuterebbe in guerra. Questo è stato chiarito da Xi di fronte allo stuolo di paggetti del grande capitale monopolistico statunitense: vi conviene la pace, la cooperazione economica, ma abbandonate ogni prospettiva di dominio e sottomissione o sarete a rischio guerra.
Se questa postura cinese non fosse stata abbastanza chiara, si può allargare lo spettro della lettura degli eventi al concomitante forum di New Dehli a cui hanno partecipato tutti i Ministri degli Esteri dei BRICS + al fine esplicito di trattare l’unilateralismo aggressivo dell’Herrenvolk sionista e americano in Asia Occidentale. Pochi giorni dopo gli incontri di Araghchi in Russia e Cina, in India si è andati verso la definizione di una linea comune di collaborazione per fronteggiare la nuova linea di faglia dell’imperialismo. I discorsi più significativi sono stati quello del Ministro degli Esteri iraniano che ha richiamato al comune destino del Sud Globale e dei BRICS + di fronte all’aggressività di questo Herrenvolk alla ricerca di risorse vitali.
Secondo lui “molti membri dell’organizzazione hanno già affrontato le varie forme di pressione da parte degli Stati Uniti e comprendono bene cosa significhi lottare contro un sistema unipolare”, esortando poi “i BRICS a unirsi per mandare il dispotismo americano nella pattumiera della storia”. La medesima logica della cooperazione e del reciproco rispetto ricordata da Xi a Trump, ha improntato il forum dei Ministri degli Esteri dei BRICS+ che, secondo Lavrov, “costituiscono già l’ordine multipolare”. Sempre Araghchi ha poi ricordato la necessità di rilanciare proponendo “non solo un coordinamento economico, ma anche una formalizzazione politica di ciò che sta accadendo da tempo nella pratica: i centri di potere non occidentali sono sempre meno disposti a seguire le istruzioni di Washington”. Questo richiamo, sostenuto da Lavrov, è stato fondamentale perché permette l’emersione, il riconoscimento e la dovuta rappresentanza politica del popolo del Sud Globale come centro di rivendicazione di un Nuovo Ordine Mondiale in grado di contrastare l’imperialismo dell’Herrenvolk che credendosi eletto spazia per il globo commettendo le più atroci violenze e i più gravi soprusi solo per il mero soddisfacimento dei propri interessi.
I BRICS+ hanno capito che rompere il neocolonialismo della dipendenza economica per cui gli altri Stati producono all’unico fine di far consumare l’Herrenvolk determina emancipazione ed è l’unica via per l’autodeterminazione dei popoli. «La prosperità americana ha per prezzo la stagnazione degli altri»3 e quindi come ha insegnato la Repubblica Popolare cinese per perseguire lo sviluppo e l’indipendenza vi è un progetto politico-economico di sovranità da approfondire, andando oltre il mero coordinamento economico tra alleati.
Questo a ben vedere è già avvenuto in questi giorni di metà Maggio con la sponda cinese: alla fine Trump è stato contenuto, dall’Iran al Pivot to Asia non ha potuto parlare dei temi scomodi e ha siglato accordi nessuno dei quali capestro.
Non è un caso che Trump sia tornato prima in patria: il 15 Maggio era già tutto concluso. Nel suo Pivot to Asia non è stato possibile giocare la solita partita fatta di “sanzioni”, ingerenza negli affari di altri Paesi e “difesa della democrazia”, ma ha dovuto dire esattamente quello che dicevano i cinesi a tal punto di dover dichiarare a poche ore dal rientro che “gli Stati Uniti sono contro l’indipendenza di Taiwan”, scaricando nei fatti il Governo di Taiwan che fino a poche settimane fa intendeva riempire di armi.
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1 Sun Tzu, L’arte della guerra, Feltrinelli, Milano 2018, p.44
2 S. Amin, Geopolitica dell’Impero, Ed. Punto Rosso, Milano, 2004, p. 33
3 Ivi, p. 40
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