Usa, guerra mascherata sulla Cina e sull’energia (di Francesco Sylos Labini)

di Francesco Sylos Labini - Fatto Quotidiano, 27 aprile 2026

La guerra in Iran può essere letta come lo sviluppo di una linea strategica che, almeno dagli anni di George W. Bush, attraversa la politica estera degli Stati Uniti. L’obiettivo è contenere l’ascesa della Cina, rallentarne lo sviluppo e preservare un ordine internazionale centrato sulla potenza americana. Il controllo delle risorse energetiche del Medio Oriente rappresenta un tassello fondamentale. Questo disegno si intreccia con le ambizioni territoriali di Israele, ma il baricentro decisionale resta in una parte consistente della classe dirigente Usa, trasversale agli schieramenti politici. Israele opera all’interno di questo quadro come un alleato strategico, sostenuto da un flusso continuo di risorse militari ed economiche.

Il nodo centrale riguarda il controllo delle principali rotte commerciali globali — come i canali di Panama e Suez, gli stretti di Hormuz e Malacca e la rotta artica — nonché l’accesso alle risorse energetiche, fattori che incidono direttamente sulla capacità di sviluppo e sul commercio internazionale, in particolare dell’avversario strategico: la Cina. In questo contesto, il petrolio iraniano svolge un ruolo non trascurabile: la Cina assorbe la grande maggioranza delle esportazioni petrolifere dell’Iran (oltre l’80–90%), che rappresentano circa il 10–15% delle importazioni petrolifere cinesi e dell’ordine del 4–5% del fabbisogno energetico totale. Pur non essendo la componente dominante, si tratta di una quota che contribuisce alla stabilità del sistema energetico. La possibile chiusura dello stretto di Hormuz rientra quindi in una strategia di guerra asimmetrica, capace di mettere in difficoltà l’assetto americano.

Anche la guerra in Ucraina ha contribuito a ridefinire gli equilibri energetici globali colpendo infrastrutture energetiche russe. Al tempo stesso, si tratta di una guerra per procura, in cui agli interessi degli Usa si sommano quelli specifici dell’Ucraina, così come avviene per Israele nel Medio Oriente. Infine, l’altra grande riserva petrolifera mondiale è in Venezuela dove gli Usa sono recentemente intervenuti con il rapimento del presidente Maduro. Questa competizione energetica riguarda in particolare l’energia fossile. Nella “Strategia di Sicurezza Nazionale” del 2025 che definisce i principali obiettivi strategici del paese si legge: “Dominio energetico – Ripristinare il dominio energetico degli Usa e riportare in patria le componenti energetiche chiave necessarie è una priorità strategica di primo piano … L’espansione delle nostre esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari, proteggerà la nostra capacità di difendere il territorio nazionale… Rifiutiamo le disastrose ideologie del ‘cambiamento climatico’ e dello ‘Net Zero’, che hanno così gravemente danneggiato l’Europa, minacciano gli Usa e sovvenzionano i nostri avversari”.

Se il cambiamento climatico è un fatto scientifico e non una “ideologia”, non c’è nessun cenno sulle energie alternative. Tutta la politica degli Usa è infatti basata sul petrolio di cui sono il primo esportatore oltre ad avere un’economia finanziaria che è fortemente basata sulla relazione tra petrolio e dollaro: relazione mediata dai paesi arabi intorno ad Israele. La guerra in Ucraina, pur non avendo prodotto gli esiti più radicali auspicati – come un indebolimento strutturale della Russia – ha comunque avuto effetti significativi nel ridisegnare gli equilibri regionali, limitando il ruolo russo in Medio Oriente. Il cambio di regime in Siria, che la Russia impegnata in Ucraina non ha avuto la capacità di proteggere come alcuni anni fa, ha infatti aperto spazi per l’escalation con l’Iran.

Tuttavia, questa strategia ha un limite strutturale: è coerente solo con un’energia dominata dai combustibili fossili. Ma la Cina sta accelerando la transizione verso un sistema energetico basato sull’elettrificazione e sulle fonti rinnovabili, costruendo una leadership industriale lungo tutta la filiera — dalle tecnologie solari alle batterie. Se questo processo continuerà, il controllo delle risorse fossili perderà progressivamente centralità. Per questo i conflitti attuale possono essere interpretati come guerre di retroguardia. Il tempo diventa così una variabile decisiva e non gioca a favore degli Usa, che tuttavia sembrano intenzionati a proseguire lungo questa traiettoria finché possibile. Lo snodo storico che stiamo attraversando è dunque carico di rischi, ma anche di possibilità. Guardiamo dunque alle opportunità facendoci guidare dall’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione. Anche perché non abbiamo altra scelta.

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