Venezuela e Eni hanno formalizzato un accordo chiave per rilanciare la produzione di petrolio e gas nell'area Junín 5, nella Fascia Petrolifera dell'Orinoco. Una delle riserve più immense del pianeta, con 35 miliardi di barili di petrolio, come riferisce l'emittente teleSUR.
A firmare il documento preliminare è stata la presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez. L'intesa, spiega il governo bolivariano, getta le basi per un futuro contratto di esplorazione e sfruttamento. Un passo importante per attrarre investimenti esteri diretti in un settore strategico, messo in ginocchio da anni di sanzioni e isolamento.
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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha parlato di "condizioni ottimali per accelerare la produzione" e ha annunciato un piano di investimenti completo entro fine anno. Rodríguez, dal canto suo, ha ricordato che l'azienda italiana non ha mai interrotto i legami con Caracas, nemmeno nei momenti più difficili. Un'alleanza, l'ha definita, "tra le più importanti degli ultimi tempi", con un obiettivo chiaro: il benessere del popolo venezuelano e i bisogni energetici dell'Italia e dell'Europa intera.
Bene. Ma c'è un dettaglio scomodo, che nessuno racconterà nei telegiornali occidentali.
Per anni, gli stessi Stati Uniti e i loro alleati europei hanno soffocato l'economia venezuelana con sanzioni draconiane, bloccato asset, impedito accordi. Hanno definito, in maniera sprezzate, Maduro dittatore, isolato il paese, boicottato ogni tentativo di ripresa. E adesso, ecco Eni che corre a fare affari sull'Orinoco. Non perché sia cambiata la natura del governo venezuelano, ma perché il gas serve, il petrolio serve, e le sanzioni improvvisamente diventano elastiche quando a finirci dentro sono gli interessi occidentali.
La classica doppia morale. Nulla di nuovo sotto il cielo occidentale.
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