di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Proprio in presenza di crisi politico-militari quale quella che si sta manifestando in Europa per la questione delle aziende che, in collaborazione col regime nazigolpista di Kiev, producono droni o loro componenti, e per la falsa indignazione manifestata da alcune capitali europee per il monito russo sugli obiettivi bellici legittimi rappresentati da quelle aziende, proprio ora si delinea nella sua estrema concretezza e precisione la genialità dell'analisi leniniana sintetizzata nell'aforisma dei «comitati nazionali di milionari chiamati governi». Comitati che lavorano al servizio di banche e capitali e che oggi, sulla questione della guerra in Ucraina e del sostegno alla junta di Kiev, manifestano e supportano la scelta guerrafondaia con cui lo stesso capitale tenta di uscire dalla crisi.
Non si permetta, la Russia, di tentare di intimidirci nella nostra corsa a intascare profitti supplementari producendo armi per Kiev. Più o meno queste le parole, oltremodo esplicite, con cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz non solo reclama il “diritto” a produrre droni in Germania per la guerra di Kiev, ma soprattutto pretende di difendere il “diritto” delle aziende tedesche a fare affari milionari sulla pelle degli stessi ucraini, condannati dai vertici di Bruxelles a continuare a fare da carne da macello per gli interessi del capitale europeo. E se da Moskva arriva il monito sui produttori di armi legati a una parte in causa che, con un conflitto in corso, vengono legittimamente considerati cobelligeranti, ecco che si leva immediato uno squittio maleodorante contro presunte «Minacce dall’ambasciata russa: “Armi nucleari sulle città europee”», tanto per rimanere alle solite furfantesche inversioni di responsabilità che, per quanto riguarda l'Italia, sono affidate ai lestofanti de La Stampa. D'altra parte, la differenza è solo nella lingua parlata: le lamentazioni di Merz sono comuni a quelle di tutti gli altri “leader” di paesi europei sui cui territori si lavora e si accumulano profitti per il proseguimento della guerra in Ucraina: non vogliamo essere disturbati, piagnucolano, nella corsa al profitto che, oggi, significa produzione di guerra e, nello specifico, produzione a favore di una parte in guerra. Ecco quindi che tedeschi, francesi, italiani, britannici, cechi, polacchi, danesi, olandesi, turchi ecc., si sono resi conto che la produzione militare poteva rappresentare una via d'uscita dalla crisi economica e si sono buttati anche sulla produzione di droni, compresa la produzione in comune con imprese ucraine nei territori di alcuni stati europei, preoccupandosi ovviamente di lanciare immediati strepiti di orrore e strilli di “inammissibili minacce russe”, nel momento in cui il Ministero della difesa russo pubblica nomi e indirizzi di quelle fabbriche.
Ma è tutto nero su bianco e quegli strepiti non fanno altro che certificare come, ad esempio, per rimanere appunto al caso tedesco, nel corso dell'ennesima visita-questua di Vladimir Zelenskij in giro per l'Europa, lo scorso 14 aprile Berlino abbia promesso di fornire a Kiev aiuti militari per un valore di oltre quattro miliardi di euro, con cui si prevede di potenziare la difesa aerea ucraina, con la fornitura di lanciatori IRIS-T e missili per il sistema Patriot, oltre a investimenti nella produzione ucraina di missili a lungo raggio e droni, rinunciando al trasferimento di missili da crociera Taurus.
In fondo, è il Wall Street Journal a certificare che la Germania si va trasformando in un'unica fabbrica militare: la Germania sta riorientando l'industria dal settore automobilistico alla produzione di guerra, trasformandosi di fatto in una "fabbrica di armi", puntando a trasformare il paese in una base produttiva per l'industria della difesa europea. E ciò avviene in un contesto caratterizzato dal più lungo periodo di stagnazione economica dalla fine della guerra, dalla crescente concorrenza cinese nella produzione automobilistica e dal calo della domanda estera di auto tedesche. Secondo WSJ, in base alle stesse statistiche governative, l'industria tedesca sta perdendo circa 15.000 posti di lavoro al mese.
E continuano così a strillare alle “minacce russe”, quando il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov avverte le cancellerie UE e, in particolare, gli stati che prestano il proprio territorio al lancio o al sorvolo dei droni ucraini contro le città russe, che la pazienza della Russia potrebbe essere al limite e che Moskva non intende più tollerare attacchi contro propri obiettivi. Secondo il giornalista cipriota Alex Christoforou, parlando di “linee rosse” che potrebbero essere oltrepassate da alcuni paesi europei, Lavrov ha dichiarato che la Russia non intende più tollerare questa situazione. Ha lanciato avvertimenti all'Europa anche l'ex presidente Dmitrij Medvedev, indicando nelle aziende produttrici di droni potenziali obiettivi bellici. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Serghej Šoigù, registrando un significativo aumento del numero di attacchi con droni ucraini contro la Russia, attraverso Finlandia e Stati baltici, ha detto che quegli Stati che consentono consapevolmente che il loro spazio aereo venga utilizzato per attacchi al territorio russo, diventano complici dichiarati dell'aggressione, e ha ricordato il diritto all'autodifesa da parte della Russia. Il presidente del Collegio marittimo, Nikolaj Patrušev, ha dichiarato che i paesi confinanti sono complici degli attacchi con droni ucraini contro i porti russi del Baltico, poiché la traiettoria di volo del drone richiede un'attenta pianificazione e, come minimo, il consenso dei leader dei paesi attraversati. La scorsa settimana, Lavrov ha affermato che in realtà è un bene che nessuno in Occidente capisca dove siano le linee rosse della Russia: la pazienza della Russia potrebbe esaurirsi nel momento meno opportuno per l'Occidente.
Nel concreto, la Russia potrebbe colpire gli impianti di produzione di droni in Europa, e il livello di minaccia dipende da quale paese sarà l'obiettivo, avverte Aleksej Fenenko, del Consiglio per gli Affari internazionali; un attacco a Danimarca o Paesi Bassi, dice il politologo, invierebbe un avvertimento a Francia e Gran Bretagna. Così, afferma Fenenko, un attacco dimostrativo contro impianti di produzione negli Stati baltici, senza ripercussioni sul resto d'Europa, è una cosa. Oppure un attacco alla Romania che «non colpisca l'Europa occidentale. Un attacco alla Repubblica Ceca o alla Polonia: questa è una minaccia ben più seria», ha affermato Fenenko, ricordando che Gran Bretagna e Francia detengono armi nucleari e sistemi missilistici in grado di colpire obiettivi all'interno della Russia. A detta del politologo, uno scenario alternativo prevede un attacco contro piccoli paesi dell'Europa occidentale e settentrionale: «si tratterebbe di un'azione preventiva nei confronti di Gran Bretagna e Francia, pur non configurandosi come un attacco diretto al loro territorio. In questo caso, la reazione di Parigi e Londra potrebbe essere imprevedibile, e potrebbe persino includere una risposta militare».
E, a proposito dei droni prodotti nei paesi europei, ci permettiamo di azzardare l'ipotesi che si trattasse proprio di prototipi di quelle armi, quando, lo scorso anno, si assistette a un generale ululare alla “minaccia russa” di droni avvistati sui cieli di alcuni paesi del nord Europa.
In riferimento a quel periodo di “avvistamenti”, su Ukraina.ru Kirill Strel'nikov si sofferma sullo scandalo che sarebbe scoppiato nel «paese del Manneken Pis, di mille tipi di birra e del quartier generale della NATO». Il fatto è che l'emittente pubblica belga VRT ha pubblicato i risultati di un'inchiesta, secondo cui le notizie dello scorso anno sui presunti droni russi che avrebbero terrorizzato l'Europa sono una bufala e al centro dello scandalo c'è il ministro della difesa belga Theo Francken. Riassumendo: tra settembre e dicembre 2025, numerosi "attacchi" con droni erano stati registrati in ben undici paesi europei in prossimità di obiettivi militari e civili, basi NATO, depositi militari, fabbriche e aeroporti; senza presentare una sola prova, si era levato un coro di accuse alla Russia. Emerge ora che il ministro della difesa belga aveva chetamente approvato l'acquisto di sistemi anti-drone per un valore di 50 milioni di euro senza gara d'appalto, con prezzi di molto superiori agli standard europei e, ancor prima degli "attacchi russi", Francken aveva promosso un piano pluriennale di aumento del bilancio della difesa di 34,2 miliardi di euro, inclusi contratti per sistemi anti-drone. È emerso inoltre che sui 172 avvistamenti di "droni russi", 169 erano palesi menzogne, droni amatoriali o altri oggetti (come stelle, riflettori, elicotteri della polizia) e solo in tre casi i droni sono stati ufficialmente confermati come “russi”.
L'11 settembre 2025, il Primo ministro polacco Donald Tusk riferiva che il giorno precedente lo spazio aereo polacco era stato violato più volte e l'esercito aveva abbattuto quelli che, a suo dire, erano droni russi. Alcuni "Gerani" russi quasi autentici erano stati accuratamente posizionati su tetti di case private, fissati con nastro adesivo e nessuno si era curato del fatto che non si fossero sfasciati nell'impatto, che fossero privi di armamento e che le case stesse fossero intatte. Ma ecco che, subito dopo questi “avvistamenti”, il 16 ottobre 2025 veniva approvata la "Defence Readiness Roadmap 2030" della Commissione europea, il cui pilastro è la creazione di quel "muro anti-droni" per 10 miliardi di euro.
In realtà, dietro gli “attacchi” coi droni c'erano anche altri obiettivi oltre ai soldi, scrive Strel'nikov. Il 6 ottobre 2025 Dmitrij Medvedev dichiarava che alla base degli “attacchi” c'è «una provocazione dei banderisti volta a migliorare le forniture di armi all'Ucraina e a provocare una guerra». Vari media ungheresi, poi, scrivevano dei piani di Zelenskij di compiere sabotaggi in alcuni paesi, con l'obiettivo di incolpare la Russia e creare un casus belli per una guerra tra Russia e NATO; il piano prevedeva di riparare droni russi intercettati, armarli, presentarli come "droni russi" e lanciarli contro obiettivi NATO in Polonia e Romania.
Sebbene il piano dello scorso anno sia fallito, Kiev continua a tentare di mettere Russia e NATO l'una contro l'altra: allora, avevano cercato di "sollevare" la NATO attaccando coi "droni russi"; oggi attaccano la Russia con droni occidentali attraverso il territorio dei baltici. In questo senso e come a rimarcare gli avvertimenti di Lavrov, Strel'nikov dice che, purtroppo, la probabilità di una risposta militare russa a questo tipo di provocazioni con un coinvolgimento diretto dell'Europa è significativamente superiore allo zero. L'unica domanda è: la junta nazigolpista non capisce che, «se dovesse arrivare la cosiddetta “ora x”, dell'Ucraina, principale roccaforte militare della NATO, nel giro di pochi minuti non resterebbe altro che vetro e cenere? Non resta che sperare che almeno qualcuno in Europa lo capisca».
-------------
https://news-front.su/2026/04/20/germaniya-prevratilas-v-oruzhejnyj-zavod-wsj/
AGGIORNAMENTI Ore 20:00 Mojtaba Khamenei: L'Iran non cerca la guerra, ma non rinuncerà ai suoi diritti Il nuovo leader supremo dell'Iran, Mukhtaba Khamenei, ...
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico Sullo sfondo della crisi mediorientale e delle minacce di apocalisse lanciate dal duo yankee-sionista all'indirizzo dell'Iran, qualche volta attuate e altre volte...
di Francesco Santoianni Salti mortali nella redazione del TG di LA7 (direttore Enrico Mentana) nel tentativo di conciliare una presunta “deontologia professionale” con l’evidenza...
"Siamo in una trappola strategica?" Il Generale Fabio Mini demolisce la narrativa sulla guerra in Iran. In questa intervista esclusiva a l'AntiDiplomatico, il Generale Fabio Mini analizza con la sua consueta...
Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa