Europa: il carburante per aerei sta per finire

20 Aprile 2026 19:16 La Redazione de l'AntiDiplomatico

Un'altra crisi sta per abbattersi sul Vecchio Continente. Una crisi dell’approvvigionamento di cherosene che rischia di mettere a terra i voli e far schizzare le tariffe alle stelle.

Il problema è semplice da capire, ma terribilmente complesso da risolvere. Da un lato, la guerra in Iran ha tagliato gran parte delle importazioni europee di jet fuel. Dall’altro, la produzione locale di carburante per aerei è in caduta libera da quasi vent’anni. Decine di raffinerie hanno chiuso i battenti per sempre o sono state riconvertite alla produzione di biocarburanti. Il risultato? Un’Europa che si scopre di nuovo con le spalle al muro, a distanza di soli quattro anni dal crollo delle forniture di gas russo. Di nuovo a cusa di evidente incapacità politica e sudditanza.

Il conto alla rovescia è già iniziato. Lo ha detto chiaramente Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia: all’Europa restano forse sei settimane di scorte di cherosene. “Se non riusciamo a riaprire lo Stretto di Hormuz”, ha spiegato in un’intervista, “presto sentiremo notizie di voli cancellati tra una città e l’altra per mancanza di carburante”.

E non si tratta di allarmismi. Lo Stretto di Hormuz, chiuso a causa del conflitto scatenato da UAs e ISraele contro l'Iran, è il passaggio obbligato per una fetta enorme del cherosene che arriva in Europa. L’anno scorso, il Vecchio Continente ha importato circa un terzo del jet fuel che consuma, e tre quarti di quelle importazioni provenivano dal Medio Oriente. Le ultime navi cisterna che sono riuscite a passare prima dello scoppio della guerra hanno ormai scaricato. Resta un solo fornitore alternativo: gli Stati Uniti. Ma le quantità nordamericane non sono sufficienti a colmare il vuoto lasciato dal Medio Oriente, e soprattutto c’è un’altra partita in corso. L’Asia, colpita per prima dalla crisi delle forniture di greggio, sta facendo incetta di quei carichi, spingendo i prezzi sempre più in alto.

I numeri parlano chiaro. Nel 2009, in Europa operavano quasi cento raffinerie. Oggi, secondo i dati dell’associazione dei produttori europei di carburanti, 28 di questi impianti sono stati chiusi o trasformati. Più di un quarto del totale. Per anni, questa tendenza è stata giustificata con il calo della domanda di carburanti in Europa e con le politiche di riduzione delle emissioni. Peccato che, raffinerie chiuse, la dipendenza dalle importazioni sia cresciuta silenziosamente. E ora che il rubinetto mediorientale si è chiuso, nessuno era preparato.

L’Europa del Nord-Ovest è la regione più esposta. Lo spiega bene Ernest Censier, analista di Vortexa: ad aprile le importazioni di jet fuel sono già calate del 15% rispetto alla norma, e il peggio deve ancora venire. Circa la metà delle importazioni di cherosene per il Nord-Ovest europeo passa attraverso Hormuz. E i tempi di navigazione sono brevissimi: da Mina Abdulla in Kuwait a Rotterdam bastano ventuno giorni. Tradotto: quando il flusso si interrompe, gli effetti si vedono subito.

Gli Stati Uniti potrebbero tamponare, ma anche lì le cose stanno cambiando. Le esportazioni USA di cherosene stanno virando sempre più verso il bacino del Pacifico, dove hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi sette anni. Oltre il trenta per cento del jet fuel esportato dagli Usa va ormai in Asia, non in Europa.

Qualcuno, intanto, ha già cominciato a muoversi. Lufthansa, la maggiore compagnia aerea europea, ha annunciato che accelererà i piani per ridurre il programma di voli e ritirare alcuni aerei prima del previsto. Il motivo? Il prezzo del cherosene è più che raddoppiato rispetto al periodo precedente alla guerra in Iran, e alle tensioni geopolitiche si aggiungono i costi crescenti dei conflitti sindacali. “Un pacchetto di misure accelerato sulla flotta e sulla capacità è inevitabile”, ha detto senza giri di parole il direttore finanziario del gruppo Lufthansa.

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