di Pasquale Liguori
Che fine ha fatto Gaza? È scomparsa dai radar, inghiottita dal silenzio dei media mainstream e dalla stanchezza fisiologica di un’opinione pubblica volubile. Fino a pochi mesi fa le piazze ribollivano di indignazione, animate da movimenti che sembravano oceanici ma che, come avevamo paventato, si sono rivelati onde emotive prive della consistenza politica necessaria per durare oltre l'urgenza della cronaca.
Oggi la politica italiana - fatta eccezione per qualche isolato parlamentare - osserva un silenzio tombale e complice. Parliamo della stessa classe dirigente che ieri cercava cinicamente di capitalizzare sull’oceano di sangue versato e che oggi non spende una parola contro l'offensiva giudiziaria che colpisce i palestinesi in Italia. È la stessa politica che, voltando le spalle a Gaza, preferisce sfilare in colorate piazzette per i diritti in Iran, finendo nei fatti per favorire una restaurazione del pieno controllo imperiale.
Per chi resiste e sopravvive sotto le bombe, non è cambiato nulla. È cambiata solo una cosa: le accese discussioni su 'genocidio sì, genocidio no' sono evaporate nell'ipocrisia generale. Un silenzio che funge da salvacondotto per la prassi coloniale, permettendole non solo di operare indisturbata, ma di essere consacrata con tutti gli onori nei santuari del capitalismo predatorio. L’aggiornamento che segue si rende necessario per squarciare tale cortina fumogena: mentre il mainstream orienta l'attenzione del mondo altrove, ecco cosa si sta realmente decidendo per il futuro della Palestina.
Nel bianco scenario asettico di Davos, che avvolge le élite globali riunite per l'apertura del World Economic Forum, si prepara la formalizzazione di un atto di ingegneria geopolitica destinato a ridefinire non solo il futuro della Palestina, ma la natura stessa del governo internazionale nei contesti di crisi. L’agenda è dettata da Donald Trump: la volontà è quella di celebrare, giovedì 22 gennaio, una cerimonia di firma che suggelli ufficialmente l'avvio del Board of Peace (BoP) per Gaza.
Un consiglio di amministrazione che non è semplicemente rappresentativo dell'ennesimo piano di pace destinato a fallire, bensì l'istituzionalizzazione di un nuovo paradigma neocoloniale: la privatizzazione preventiva di ogni istanza di sovranità e la trasformazione della ricostruzione post-genocida in un asset finanziario gestito tramite logiche aziendali.
Lungi dall'essere uno strumento di risoluzione del conflitto basato su criteri di equità internazionale e su princìpi di autodeterminazione dei popoli, il BoP si configura come un meccanismo di amministrazione fiduciaria imposto dall'esterno. Esso opera attraverso la fusione tra potere imperiale statunitense, capitale speculativo globale e una casta tecnocratica palestinese cooptata; il tutto orchestrato per gestire la devastazione perpetuando le condizioni strutturali di oppressione dei gazawi a vantaggio dei profitti del disaster capitalism. In questo scenario, la negazione dell'autodeterminazione palestinese non è un effetto collaterale, ma il prerequisito funzionale del sistema. La sostituzione della politica con la tecnocrazia degli investimenti, se da un lato sancisce la fine della finzione dei "due stati", dall’altro segna l'inizio dell'era della gestione corporativa dell'apartheid.
Una holding geopolitica: la struttura e il modello Pay-to-Play
Il Board of Peace segna una netta discontinuità con la tradizione del multilateralismo post-1945. Se le Nazioni Unite, pur con tutti i loro straripanti limiti ed evidenti ipocrisie, si fondano sul principio (almeno formale) dell'uguaglianza sovrana degli stati e sul mandato umanitario, il BoP è concepito come una holding geopolitica. La sua struttura riflette fedelmente la dottrina America First applicata alla risoluzione dei conflitti: gerarchica, transazionale ed esplicitamente orientata al profitto e al controllo egemonico.
La presidenza del BoP, assunta direttamente da Donald Trump in qualità di chairman inaugurale, conferisce all'organismo un carattere personalistico e sovranazionale che scavalca le istituzioni esistenti. La scelta di istituire il BoP come un'entità internazionale separata, sebbene formalmente avallata dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza Onu, mira nei fatti a svuotare le Nazioni Unite delle loro prerogative su Gaza. Mentre l'Unrwa (l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) è stata sistematicamente definanziata e delegittimata, il BoP si propone come l'unico attore capace di mobilitare risorse. Tuttavia, a differenza delle agenzie Onu, il BoP pur dichiarandosi “in accordance with international law”, concentra poteri e meccanismi di controllo in modo tale da non rispondere all'Assemblea Generale, ma esclusivamente al suo Consiglio Esecutivo e, in ultima istanza, al presidente degli Stati Uniti. Questo spostamento di asse decisionale dal Palazzo di Vetro a Mar-a-Lago segna la transizione verso un ordine presieduto dalla volontà arbitraria della potenza egemone.
L'aspetto più grottesco e rivelatore della natura corporativa del BoP è il meccanismo di adesione per gli stati membri. La bozza di statuto, circolata tra le cancellerie e visionata da agenzie finanziarie, stabilisce una distinzione brutale tra membri a termine e membri permanenti, basata esclusivamente sul censo. E così il Board of Peace è presieduto a tempo indeterminato da Donald Trump, che detiene controllo assoluto e potere di veto. I “membri permanenti” acquisiscono influenza e mandato a tempo indeterminato pagando 1 miliardo di dollari, mentre i “membri a termine” hanno perlopiù ruolo consultivo di 3 anni, accessibile gratuitamente su invito.
Insomma, la diplomazia trasformata in mercato. L'invito che è stato esteso a circa 60 Paesi non risponde a criteri di competenza storica o mediazione, ma alla necessità di rastrellare capitali per un fondo fiduciario che opererà al di fuori del bilancio federale statunitense. In un contesto spaventoso di deficit federale e debito pubblico Usa, il BoP permette a Washington di proiettare potenza imperiale a basso costo, facendo pagare il conto della "pacificazione" agli alleati subalterni. Il miliardo di dollari non è solo una quota associativa, è un tributo versato alla corte americana per ottenere un posto al tavolo della spartizione delle spoglie di Gaza. Tra gli invitati figurano India, Vietnam e naturalmente l’Italia, che con le sue vassalle posizioni non si fatica a vedere ingaggiata. Ancora più sorprendente è l'invito alla Russia di Putin, la cui inclusione segnerebbe una rottura drammatica con la politica di isolamento internazionale post-2022. La riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati tradizionali (ad esempio, la Francia) e l'entusiasmo di leader "transazionali" come Javier Milei (Argentina) o Viktor Orbán (Ungheria) evidenziano come il BoP stia ridisegnando le alleanze globali, creando un asse di stati clienti disposti a legittimare l'occupazione in cambio di favori politici o economici da parte dell'amministrazione Trump.
Il comitato esecutivo: i Signori della “ricostruzione”
La composizione del comitato esecutivo del Board svela una chiara intenzione: trasformare la ricostruzione di Gaza da questione umanitaria a pura operazione finanziaria e immobiliare, sacrificando le aspirazioni politiche palestinesi. Ne fanno parte figure chiave dell'amministrazione e del business americano. A partire da Marco Rubio, segretario di stato e falco della politica estera americana, che garantisce la copertura ideologica neoconservatrice e la ferrea difesa degli interessi di sicurezza israeliani all'interno del board e Steve Witkoff, magnate immobiliare di New York, amico personale di Trump e Inviato Speciale per il Medio Oriente. Su Tony Blair, sui suoi fallimenti e le sue iniziative politiche criminali è qui superfluo dilungarsi; basti dire che incarna la continuità con le pratiche neoliberiste che hanno preparato il terreno per la catastrofe attuale. Figure come Jared Kushner (il genero di Trump) e Marc Rowan (Ceo di Apollo Global Management) trattano la Striscia come un "asset" da sfruttare: il primo attraverso una visione immobiliare segnata da enormi conflitti d'interesse con i fondi sauditi, il secondo applicando logiche di private equity per massimizzare i profitti sui debiti ciò che consolida la natura predatoria dell’operazione. La ricostruzione di Gaza è vista come un'opportunità di investimento ad alto rendimento, garantita dai fondi pubblici internazionali e dalle risorse naturali palestinesi (incluso il gas offshore Gaza Marine, su cui Eni e altre compagnie hanno messo gli occhi). Il modello è quello del "profitto garantito". Le aziende che otterranno i contratti di ricostruzione (finanziati dal miliardo di dollari delle quote associative) opereranno in un regime di monopolio protetto dalle armi. I rischi sono socializzati (pagati dagli stati o dai palestinesi), mentre i profitti sono privatizzati.
A legittimare questo assetto interviene Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, che funge da garante tecnico per gli investitori, normalizzando di fatto l'occupazione israeliana. Il comitato esecutivo è poi accompagnato, in subordine, dal Gaza executive board a carattere più operativo. In esso il cinismo della realpolitik si configura con la presenza di Turchia e Paesi del Golfo, che partecipano per tutelare i propri rapporti con Washington, accettando tacitamente la cancellazione politica della Palestina in nome di una fantasmatica stabilità regionale.
L'amministrazione locale: il volto tecnocratico dell'occupazione
Sotto la pesante sovrastruttura internazionale del BoP, opera il National Committee for the Administration of Gaza (Ncag). Presentato dalla propaganda statunitense e dai media compiacenti come un governo tecnocratico palestinese, l'Ncag è in realtà l'espressione locale del dominio coloniale. La sua analisi sociologica e politica rivela come la tecnocrazia venga utilizzata come arma di depoliticizzazione di massa. L'insistenza sulla natura "tecnocratica" e "apolitica" dell'Ncag, infatti, non è casuale. Nel lessico del BoP, "politico" è sinonimo di Hamas o Resistenza, e quindi di "terrorismo". Di conseguenza, essere "apolitici" significa accettare lo status quo imposto dalla potenza occupante.
L'Ncag è progettato per gestire le conseguenze della guerra (fame, malattie, macerie) senza mai poterne mettere in discussione le cause (l'assedio, i bombardamenti, l'occupazione). È un'amministrazione municipale glorificata, priva di sovranità legislativa, controllo sui confini o autonomia sulla sicurezza. I membri dell'Ncag, molti dei quali ex funzionari dell’Autorità nazionale palestinese, selezionati attraverso un rigoroso processo di verifica da parte di Israele e Stati Uniti, appartengono a una classe sociale specifica: l'élite palestinese globalizzata, spesso formata in Occidente, legata alle Ong internazionali e alle agenzie di sviluppo, e perlopiù scollegata dalla realtà della Gaza genuina. A capo di questo sistema figura Ali Shaath, la cui esperienza nelle zone industriali prefigura la trasformazione di Gaza in una grande enclave produttiva di tipo maquiladora, dove la manodopera a basso costo serve il capitale esterno all'interno di perimetri di sicurezza militarizzati.
Peraltro, l'Ncag opera fisicamente, almeno nelle fasi iniziali, dal Cairo o da enclave protette, creando una distanza fisica e psicologica incolmabile con la popolazione che dovrebbe governare. La sua legittimità non deriva dal voto popolare (inesistente) o dal consenso sociale, ma dal decreto del BoP e dal riconoscimento internazionale. Questo lo rende strutturalmente fragile e dipendente dalla protezione militare esterna. Qui la distinzione operativa è fondamentale: la sicurezza interna e l'ordine pubblico sono affidati all'Isf (International Stabilization Force), un corpo di truppe provenienti da paesi "amici", mentre l'esercito israeliano mantiene il controllo esclusivo dei perimetri della cosiddetta Yellow Zone e la facoltà di intervento militare diretto ovunque, agendo come forza sovrana de facto. L'Ncag si trova così nella scomoda posizione storica dei governi fantoccio installati dalle potenze coloniali. La promessa di "riportare il sorriso sui volti dei bambini" suona grottesca di fronte a un mandato che accetta la smilitarizzazione forzata e la rinuncia di fatto a Gerusalemme e al diritto al ritorno.
La nuova geografia: zonizzazione, esproprio e il Piano "Great Trust"
Il progetto del BoP non si limita a ridisegnare l'organigramma del potere, ma interviene con violenza chirurgica sulla geografia fisica di Gaza. I piani militari e di sviluppo immobiliare rivelano una strategia di zonizzazione dell'apartheid che mira a frammentare il territorio e a selezionare la popolazione in base alla sua utilità economica o alla sua pericolosità. La creazione della "Linea Gialla" divide la Striscia di Gaza in macroaree funzionali. La nuova geografia viene ridisegnata in tre compartimenti stagni, istituzionalizzando una rigida segregazione.
Il vertice della piramide è rappresentato dalla Green Zone, situata lungo la fascia costiera settentrionale e i corridoi umanitari. Quest'area, sottoposta al controllo diretto israeliano e accessibile solo tramite verifica biometrica, sarà l'unico catalizzatore dei capitali per la ricostruzione. Qui sorgeranno hub logistici, sedi internazionali e residenze d'élite; l'accesso sarà riservato a una ristretta classe di palestinesi "verificati", creando di fatto un ceto privilegiato di lavoratori funzionali al sistema e separati dal resto della popolazione.
La massa esclusa viene confinata nella Red Zone, che comprende le aree interne densamente popolate e i campi profughi (come Khan Yunis). Qui la logica non è lo sviluppo ma il "contenimento": in queste aree la ricostruzione sarà minima o assente e la popolazione, sorvegliata costantemente dai droni, sarà soggetta a un vero e proprio "magazzinaggio umanitario", dove la vita è ridotta alla nuda sopravvivenza biologica garantita dagli aiuti alimentari.
A sigillare ermeticamente il territorio interviene infine la Yellow Zone, una fascia di sicurezza che corre lungo il confine israeliano e il Corridoio Netzarim. Si tratta di una zona di esclusione totale (una Kill Zone) a presenza militare israeliana permanente, che funge da cuscinetto invalicabile tra il mondo esterno e l'enclave palestinese.
Le dichiarazioni di Jared Kushner, secondo cui il lungomare di Gaza è una "proprietà immobiliare di grande valore", non sono gaffe estemporanee ma il cuore del programma economico. Kushner ha esplicitamente suggerito che Israele dovrebbe ripulire l'area e “spostare la gente fuori", magari nel Negev, per permettere lo sviluppo. Nel contesto del BoP, questa visione si concretizza nel piano Great Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation). Il documento è stato elaborato da alcuni consulenti ex-Boston Consulting Group - società che ha poi preso le distanze dal loro operato - ed è stato oggetto di confronto con il Tony Blair Institute. Il piano prevede la trasformazione della costa di Gaza in una destinazione turistica e commerciale di lusso, sul modello di Dubai, con isole artificiali e grandi opere dopo la rimozione delle macerie delle case palestinesi distrutte. Per realizzare resort di lusso e hub tecnologici, è necessario allontanare la popolazione povera e "pericolosa". La zonizzazione serve esattamente a questo: spingere la popolazione verso l'interno (Red Zones) o verso l'emigrazione "volontaria", liberando la costa per il capitale internazionale.
Il piano Great Trust propone l'uso di tecnologie blockchain per la gestione dei registri fondiari e la cartolarizzazione degli asset immobiliari. In un contesto in cui gli archivi catastali sono stati distrutti dalla guerra e migliaia di proprietari sono morti o dispersi, l'imposizione di un nuovo catasto digitale gestito dal BoP rischia di legalizzare l'esproprio di massa. Le terre di cui non si potrà dimostrare la proprietà secondo i nuovi standard imposti verranno incamerate dal Trust come "terre pubbliche" e messe sul mercato per gli investitori internazionali. È l'accumulazione per espropriazione nell'era digitale.
L'arma economica e la necropolitica
Il funzionamento del BoP non può essere compreso senza analizzare l'aggressività economica statunitense che ne ha preparato il terreno. La crisi umanitaria di Gaza non è un fenomeno naturale, ma il risultato di politiche deliberate volte a distruggere l'autonomia economica palestinese per renderla dipendente dalla "benevolenza" imperiale. Negli anni precedenti, l'amministrazione Usa e i suoi alleati hanno condotto una guerra finanziaria parallela a quella militare, tagliando i fondi all'Unrwa e ridimensionando drasticamente i programmi Usaid tradizionali. Questo ha provocato il collasso delle reti di sicurezza sociale, creando un vuoto che ora il BoP si propone di riempire. Il BoP si presenta come l'unico detentore della liquidità. Tuttavia, l'accesso ai fondi del World Bank Trust Fund è condizionato alla totale cooperazione con l'Isf e l'amministrazione tecnocratica. Il cibo, l'acqua e il cemento diventano armi di disciplinamento politico: chi non accetta il nuovo ordine non ricostruisce.
In ultima analisi, il Board of Peace è un dispositivo di necropolitica, mortale per ogni velleità di autodeterminazione palestinese. Nonostante la retorica diplomatica possa ancora menzionare vagamente uno "stato futuro", la realtà materiale creata dal BoP rende tale stato pressoché impossibile: la separazione amministrativa tra Gaza (sotto il BoP) e la Cisgiordania (sotto un'Autorità palestinese ancor più normalizzata o sotto occupazione diretta) diventa istituzionale. Un'entità che non controlla i propri confini, la propria sicurezza, la propria economia, il proprio catasto e la propria pianificazione urbana non è uno stato, ma un protettorato o una colonia penale. L'Ncag è un'amministrazione condominiale per un condominio di cui altri possiedono le chiavi.
La presenza di Egitto, Emirati, Qatar e Arabia Saudita (come finanziatore ombra) nel processo legittima questa architettura. Per i regimi arabi, il BoP è la via d'uscita ideale: permette di dire che stanno "aiutando Gaza" (con soldi e tecnocrati) senza dover affrontare Israele politicamente. È la continuazione degli Accordi di Abramo con altri mezzi: normalizzazione economica e securitaria sopra le teste dei palestinesi. L'Egitto, in particolare, ottiene la sicurezza che Gaza non esploderà verso il Sinai, e flussi finanziari per gestire la logistica degli aiuti, puntellando la propria economia in crisi.
Il Board of Peace pronto a essere suggellato a Davos 2026 è un esperimento di ferocia calcolata, la prosecuzione burocratica del genocidio con altri mezzi. Per i palestinesi di Gaza, il BoP non offre pace. Offre la possibilità di sopravvivere come individui biologici, a patto di rinunciare a esistere come popolo politico. È, in definitiva, il tentativo di completare la Nakba non con l'espulsione totale (che rimane un'opzione sul tavolo), ma con la cancellazione politica totale, seppellendo la questione palestinese sotto una colata di cemento, blockchain e speculazione neocoloniale.
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