di Diego Angelo Bertozzi per l'AntiDiplomatico
Nasce a Shanghai, su iniziativa di Pechino, a World AI Cooperation Organization (WAICO), un organismo intergovernativo che punta alla promozione e alla governance globale dell'Intelligenza artificiale (IA). Ventinove i Paesi fondatori, in gran parte provenienti dal Sud globale. Approccio multilaterale contro volontà di superamtismo degli Usa.
Lo scorso 16 luglio a Shanghai è sorta, su iniziativa cinese, la World AI Cooperation Organization (WAICO), un organismo intergovernativo che punta alla promozione e alla governance globale dell'Intelligenza artificiale (IA). Tra i ventinove membri fondatori[1] ci sono, oltre alla Cina (già potenza globale nel settore), Russia, Bielorussia, Sudafrica, Cuba, Brasile, Pakistan e Venezuela.
Il neo organismo non giunge come inattesa iniziativa, Tutt'altro: è il frutto concreto del
Global AI Governance Action Plan, presentato dal governo cinese nel luglio 2025, che ha delineato una tabella di marcia in tredici punti per lo sviluppo e la governance internazionale dell'IA, ponendo l'accento sulla collaborazione multilaterale in materia di sicurezza, infrastrutture (come risorse di calcolo, data center e reti), standard dei dati e sviluppo sostenibile. Tutto nel rispetto dei principi, di stampo socialista e cooperativo, dell'equo accesso, della sostenibilità e dell'inclusività. Non può mancare, quindi, il riferimento alla centralità del settore pubblico come si può leggere nel punto 9 del documento:
Il settore pubblico dovrebbe assumere un ruolo di leadership e di avanguardia nell'applicazione e nella governance dell'IA, dando priorità attiva all'implementazione di un'IA affidabile nei servizi pubblici come la sanità, l'istruzione e i trasporti, e rafforzando gli scambi e la cooperazione internazionali. Allo stesso tempo, è necessario condurre regolarmente valutazioni sulla sicurezza dei suddetti sistemi di IA e rispettare i diritti di proprietà intellettuale, come brevetti e diritti d'autore sul software. Dobbiamo garantire rigorosamente la protezione dei dati e della privacy, esplorare attivamente transazioni lecite e ordinate dei dati di addestramento, promuovere congiuntamente l'apertura e l'utilizzo dei dati nel rispetto delle norme e dei regolamenti e migliorare la gestione e i servizi pubblici[2].
L'iniziativa di Pechino, che si inquadra nella ormai tradizione politica di non mettere in discussione ma di integrare l'architettura internazionale con organismi che raccolgono l'adesione di Paesi del Sud globale, ha già prodotto le prime preoccupate reazioni in campo occidentale. La retorica dell'allarme contiene la consueta litania secondo la quale un gruppo di Paesi autoritari è ormai pronto a mettere in discussione le basi liberali sulle quali si sviluppa la governance sulle reti:
Paesi autoritari come l'Iran e la Russia, insieme a democrazie come l'India e l'Indonesia, utilizzano sempre più spesso tattiche come blocchi di internet, censura dei contenuti e tecniche di sorveglianza per affermare un maggiore controllo statale sulla sfera dell'informazione online. Sebbene la proliferazione globale dei controlli sui contenuti rifletta principalmente fattori politici interni e non sia necessariamente una cieca replica del modello cinese, questi sviluppi rivelano probabilmente una contestazione "post-liberale" di un internet libero e aperto, offrendo ai paesi autoritari l'opportunità di sfidare le origini liberali di internet[3].
Il fatto che a trainare questo “fronte unito” alternativo sia Pechino testimonia – sempre secondo questa perversa e ormai poco credibile logica – di una radicata volontà di allargare le maglie del controllo autoritario statale e di restringere le libertà. Nell'occidente impegnato a contrastare l'ascesa cinese, ci si dimentica che lo scorso febbraio la delegazione statunitense presente all'India IA Impact Summit ha di fatto negato un approcio inclusivo, preferendo sottolineare la necessità di mantenere (o restaurare) il dominio a stelle e strisce e la dipendenza globale da esso[4].
Le preoccupazioni e le denunce, tuttavia, non possono velare del tutto il riconoscimento del crescente ruolo della Cina popolare nell'orientare le discussioni internazionali, in primis in sede Onu, sugli sviluppi dell'intelligenza artificiale. Che dire, infine: a noi la scelta tra un modello che vuole essere inclusivo e rivolto anche al Sud del mondo e uno dichiaratamente finalizzato al dominio.
Diego Angelo Bertozzi
[1] L'elenco completo vede Algeria, Bielorussia, Brasile, Cambogia, Camerun. Cina, Congo, Cuba, Etopia, Indonesia,
Kazakhstan, Kenya, Kyrgyzstan, Laos, Lesotho, Malaysia, Mozambico, Myanmar, Nicaragua, Oman, Pakistan, Russia,
Senegal, Serbia, Sudafrica, Tajikistan, Uzbekistan, Venezuela e Zambia.
[2] Ministero degli Esteri della Rpc, Global AI Governance Action Plan, 26 luglio 2025 https://www.fmprc.gov.cn/eng./xw/zyxw/202507/t20250729_11679232.html
[3] Arindrajit Basu, China’s Pivot on Global AI, in The Carnegie Endowment for International Peace, 21 maggio 2026 https://carnegieendowment.org/research/2026/05/chinas-pivot-on-global-ai
[4] Tech Policy Press, US Delegation Heads to India AI Summit Intent on ‘Domination’, 16 febbraio 2026.
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