Oltre la bandiera: ciò che la Coppa del Mondo ha rivelato

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il calcio è sempre stato molto più del calcio. Ogni Coppa del Mondo diventa un palcoscenico sul quale le nazioni proiettano memoria, identità e politica. La finale di quest’anno tra Spagna e Argentina non ha fatto eccezione. Molti palestinesi e sostenitori della Palestina hanno tifato per la Spagna, richiamandosi non solo alle critiche del primo ministro Pedro Sánchez nei confronti di Israele ma al crescente sostegno diplomatico spagnolo al riconoscimento dello Stato di Palestina. A Gaza, dove un popolo da quasi tre anni vive sotto le bombe, in mezzo alle macerie, tra i palazzi sventrati, i palestinesi hanno assistito davanti a uno schermo montato tra i detriti, alla finale della Coppa del Mondo e alzato al cielo la bandiera della Spagna.

Perché per i palestinesi il trionfo spagnolo ai Mondiali è stato anche il loro trionfo e l’hanno festeggiato come proprio. Il motivo ha un nome preciso e ha il nome di Pedro Sánchez, l'unico leader europeo ad aver riconosciuto sin da subito lo Stato di Palestina, imposto l'embargo sulle armi a Israele, e aderito al ricorso per genocidio alla Corte dell'Aia. Lui e la maggioranza del suo popolo hanno sostenuto i palestinesi come pochi altri paesi. Mentre uno dei giocatori, Lamine Yamal, che aveva sventolato la bandiera palestinese sul bus scoperto del Barça, ha dimostrato di essere il simbolo della vicinanza con il popolo palestinese, e ha rappresentato il legame tra i due popoli.

La Spagna ha agito quando serviva coraggio, e ha scelto la parte giusta della storia, e per questo la sua squadra era la preferita in questi Mondiali.

Dall'altra parte c'era l'Argentina di Javier Gerardo Milei, il Presidente dell’Argentina, l'amico di Bibi Netanyahu. Un uomo che in politica estera ha sostenuto relazioni strette con gli Stati Uniti, Israele e gli altri paesi occidentali, e ha raffreddato i rapporti con i paesi del BRICS.

Mentre a Gaza tra le macerie sventolava il rosso e il giallo della Spagna, in Spagna, in mezzo alla festa, sventolavano le bandiere palestinesi.

Popoli uniti dalla sponda del Mediterraneo che condividono millenni di scambi commerciali, fusioni culturali e radici linguistiche che superano ogni confine geografico.

Altri, invece, hanno condannato l’Argentina, descrivendola come un Paese intrinsecamente sionista a causa dell’appoggio incondizionato del presidente Javier Milei a Israele e del suo stretto rapporto con Benjamin Netanyahu.

Questa reazione rivela un problema più profondo ed evidenzia un errore pericoloso.

La causa palestinese si è sempre fondata su un principio morale essenziale: nessun popolo deve essere ricondotto alle azioni di chi lo governa. Per generazioni, i palestinesi hanno insistito sul fatto di non identificarsi con gruppi politici o militanti, così come non si identificano necessariamente con l’Autorità Palestinese. Sono un popolo composto da opinioni politiche, storie e aspirazioni diverse. Se questo principio è davvero universale, allora deve valere anche per gli altri.

L’Argentina rappresenta forse l’esempio più evidente.

Molto si è detto dell’abbraccio politico tra Milei e Israele. Il suo governo ha avvicinato l’Argentina alla politica estera israeliana più di quanto sia avvenuto in qualsiasi altro momento della storia recente del paese sudamericano.

Da qui, alcuni hanno concluso che sostenere la nazionale argentina equivalesse, in qualche modo, ad approvare il sionismo.

La storia racconta una realtà ben diversa.

L’Argentina non è soltanto il Paese di Javier Milei. È anche il Paese delle Madri di Plaza de Mayo, la cui lotta contro la dittatura è divenuta uno dei più importanti movimenti per i diritti umani del XX secolo. È il Paese che ha vissuto una delle più sanguinose dittature militari dell’America Latina, durante la quale circa trentamila persone furono fatte sparire. È una società segnata dalla repressione, dal collasso economico, dalle crisi del debito e da ripetute lotte contro l’autoritarismo.

Queste esperienze hanno dato vita a tradizioni di solidarietà che risuonano profondamente nella storia della causa palestinese.

L’Argentina ospita inoltre una delle più grandi diaspore arabe al di fuori del Medio Oriente. Milioni di argentini hanno origini siriane, libanesi, palestinesi. I movimenti di solidarietà con la Palestina sono presenti nelle università, nei sindacati, tra i lavoratori, nelle chiese, nelle organizzazioni culturali e nei movimenti per i diritti umani. Ancora oggi, nonostante la posizione del governo, in tutto il Paese continuano a svolgersi manifestazioni a sostegno della Palestina.

Il popolo non è il governo.

E questa non è soltanto una questione di politica contemporanea.

Esiste un paradosso che non dovrebbe essere dimenticato, soprattutto in Gran Bretagna.

Durante la guerra delle Falkland del 1982, mentre la maggior parte dei governi occidentali imponeva embarghi alla giunta militare argentina, Israele continuò discretamente a fornire armi ed equipaggiamenti militari alla giunta di Videla.

Componenti aeronautici di fabbricazione israeliana, missili, sistemi di comunicazione e altre forniture contribuirono a sostenere lo sforzo bellico argentino. La dittatura che Israele aiutò era la stessa responsabile di torture sistematiche, sparizioni forzate e repressione di massa contro la propria popolazione.

Israele non sostenne l’Argentina perché ammirasse il popolo argentino. Sostenne la giunta perché gli interessi geopolitici prevalevano sulle considerazioni morali.

Eppure, oggi alcuni osservatori compiono la semplificazione opposta. Riducono un’intera nazione alle dinamiche e alle politiche dell’attuale governo, come se quarantacinque milioni di argentini parlassero con una sola voce politica.

È esattamente la logica che i palestinesi hanno sempre respinto.

Lo stesso principio vale ben oltre l’Argentina.

Molti hanno celebrato la Spagna per le critiche di Pedro Sánchez nei confronti di Israele. Un sostegno comprensibile. Sánchez merita certamente riconoscimento per aver denunciato quanto accade a Gaza con maggiore chiarezza rispetto alla maggior parte dei leader occidentali, e merita di aver favorito un clima solidale nel suo paese, tra la sua gente.

Ma non ogni cittadino spagnolo condivide necessariamente la posizione del proprio primo ministro, anche se solo una minoranza. La Spagna comprende conservatori, socialisti, liberali, monarchici, repubblicani, sostenitori della Palestina e sostenitori di Israele.

Comprendiamo istintivamente che governo e popolo non sempre coincidono.

Perché dimenticare questa distinzione quando parliamo dell’Argentina?

Il calcio favorisce l’identificazione nazionale. Fa parte della sua bellezza. Ma chi indossa una maglia o esulta per un gol non sta votando alle elezioni. A Napoli, il sostegno all’Argentina affonda le proprie radici nella figura di Diego Maradona, la cui identificazione con il Sud Italia trasformò il calcio in un’espressione di dignità per una regione troppo spesso trattata come periferica all’interno del proprio paese. Per molti napoletani, sostenere l’Argentina continua a rappresentare un gesto di memoria culturale, non un’adesione geopolitica.

Liquidarli come sionisti non è soltanto storicamente infondato. È pericoloso dal punto di vista della comunicazione perché amplifica e potenza la stessa narrazione sionista.

Significa anche compromettere le alleanze internazionali dalle quali dipende la solidarietà con la Palestina.

Il movimento palestinese non ha mai avuto successo perché sostenuto dai governi. I governi, nella maggior parte dei casi, gli si sono opposti. La sua forza è sempre derivata dalle persone comuni, dai sindacati, dalle chiese, dagli accademici, dagli artisti, dagli studenti, dai giornalisti e dagli attivisti che hanno riconosciuto nella Palestina qualcosa delle proprie storie.

Questo è il vero significato della solidarietà intersezionale.

Significa riconoscere che gli argentini che hanno resistito alla dittatura possono comprendere l’occupazione meglio di molti governi. Significa riconoscere che i cileni ricordano Pinochet, i sudafricani ricordano l’apartheid, le comunità irlandesi ricordano il colonialismo e i popoli indigeni delle Americhe riconoscono nella Palestina schemi di espropriazione che riecheggiano le proprie esperienze.

Non si tratta di esperienze identiche. Ma esse aprono spazi di dialogo politico che i governi raramente consentono.

Ridurre intere nazioni alla politica estera di chi occupa temporaneamente il palazzo presidenziale non rafforza la Palestina. Al contrario, rischia di isolarla proprio da quei movimenti sociali che ne hanno sostenuto la causa per generazioni.

Vi è stato un altro momento significativo durante le celebrazioni della Coppa del Mondo. Alcuni osservatori hanno notato che il portiere argentino Emiliano Martínez e diversi suoi compagni sembravano riluttanti a rivolgere particolare attenzione a Donald Trump durante la cerimonia di premiazione, con Martínez che, in particolare, non gli ha stretto la mano. Che si interpreti quel gesto come un distanziamento politico deliberato o come una semplice scelta personale, esso ricorda che gli atleti sono individui, non ambasciatori dello Stato. Le loro azioni non possono essere considerate l’espressione della politica di un’intera nazione, così come quelle dei politici non possono definire automaticamente un intero popolo.

La finale della Coppa del Mondo offre dunque una lezione che va ben oltre il calcio.

I palestinesi chiedono al mondo di non confondere i governi con i popoli. Devono rivendicare con la stessa fermezza questo principio anche quando guardano agli altri.

Fare diversamente significherebbe rinunciare a uno degli argomenti morali più forti della causa palestinese.

Israele, tuttavia, pone una questione distinta, che non può essere risolta attraverso una semplice analogia tra governo e popolazione. Il problema non riguarda la nazionalità degli israeliani né autorizza l’attribuzione di una colpa collettiva. Riguarda, piuttosto, la natura di un sistema politico e giuridico fondato sul privilegio strutturale, sulla colonizzazione e su una discriminazione istituzionalizzata da una parte consistente della popolazione che ne trae vantaggio.

Questa distinzione è essenziale. Riconoscere la responsabilità politica di una società nel mantenimento di una struttura discriminatoria, che adotta una violenza sistemica, non significa sostenere che ogni individuo sia colpevole nello stesso modo o nella stessa misura. Significa affermare che la responsabilità non si esaurisce nelle decisioni di un governo quando tali decisioni sono rese possibili, normalizzate e riprodotte da istituzioni, pratiche sociali e rapporti di potere più ampi, estesi e radicati nella società.

È precisamente su questo terreno che operano campagne internazionali come il movimento BDS, Boycott, Divestment and Sanctions. Il loro obiettivo dichiarato non è punire individui in quanto israeliani, ma esercitare pressione sulle istituzioni ritenute coinvolte nel mantenimento dell’occupazione, della colonizzazione e del sistema di discriminazione che organizzazioni internazionali e organismi delle Nazioni Unite hanno descritto come apartheid.

L’isolamento politico, economico e culturale di uno Stato accusato di commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità costituisce, in questa prospettiva, uno strumento di pressione volto a costringerlo al cambiamento. L’obiettivo del BDS è colpire strutture istituzionali e rapporti di complicità, non attribuire una colpa indistinta a un intero popolo.

La lezione che emerge perfino da una finale di Coppa del Mondo è dunque più ampia dello sport. Essa ricorda che i governi passano, le maggioranze cambiano, le alleanze si dissolvono e le politiche estere vengono continuamente ridefinite. I popoli, invece, continuano a vivere con la propria storia, la propria memoria e le proprie contraddizioni, ma anche con le proprie responsabilità.

I governi cambiano. I presidenti vanno e vengono. Le alleanze mutano con le elezioni.

I popoli, invece, restano.

Ed è con i popoli, non con i governi, che si costruisce una solidarietà destinata a durare. Una solidarietà capace di distinguere tra identità e responsabilità, tra appartenenza e complicità, tra la condanna di un sistema e la colpevolizzazione collettiva di coloro che vivono al suo interno.

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