di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Il prossimo 7 giugno si svolgeranno le elezioni parlamentari in Armenia e l'attuale primo ministro Nikol Pašinjan non è affatto sicuro che il suo partito Accordo Civile riesca ottenere voti sufficienti a formare una coalizione in grado di sostenere il governo e le scelte europeiste di cui Pašinjan è portatore. Certo, una discreta spinta è arrivata dai muridi delle cancellerie europee riuniti lo scorso 4 maggio a Erevan, insieme a bipedi feliformi di UE e NATO. Ma non è detto che ciò sia bastante.
In ogni caso, tra tutte le ormai quasi abusate dichiarazioni di Vladimir Putin del 9 maggio, pare che solo qualche furfante si sia ricordato - a modo suo, ovviamente - di quella in cui il presidente russo ha paragonato la svolta dell'Armenia verso l'Unione europea alla situazione in Ucraina prima del colpo di stato del 2014 e del successivo sanguinoso conflitto.
Per lo più, i disgustosi media di regime si sono concentrati sulle aperture di Putin e sulla possibilità che Vladimir Zelenskij, solo al momento in cui siano stati raggiunti gli accordi definitivi sulla risoluzione del conflitto, possa incontrarsi con Vladimir Putin per apporre la firma definitiva a quei documenti, anche con l'intermediazione di una terza figura, che il presidente russo ha ipotizzato essere l'ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, nel quadro di nuovi accordi di sicurezza per l’Europa.
A quel punto i fogliacci eurocaliginosi non si sono più trattenuti e hanno spalancato le porte a giubili di “vittoria” sul “dittatore russo” costretto a venire a patti con la “resilienza” degli “impavidi” ucraini e coi «leader dell’Unione europea e della Nato che sono rimasti i difensori a spada tratta dell’Ucraina», sbava il Corriere della Sera, aggiungendo, con piglio strafottente, che ora «l'Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario».
Naturalmente, quegli stessi leader della UE, che «vedono nell’Ucraina il baluardo della sicurezza europea e sono interlocutori indispensabili per definirne le condizioni», non possono accettare che a fare da intermediario sia un “alleato del Cremlino” quale viene proclamato Schröder e allora, in veste di rappresentante UE, arriva da Berlino il nome dell'attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, che affiancherebbe nei colloqui lo stesso Schröder. I più si ricorderanno dell'attuale presidente tedesco per la sua iniziativa di dieci anni fa, denominata appunto "Formula Steinmeier" e da lui formulata come ministro degli esteri, che prevedeva un meccanismo per l'attuazione degli Accordi di Minsk, con la road-map per lo status speciale del Donbass. Si prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni in LNR e DNR, i cui risultati avrebbero dovuto esser riconosciuti da Kiev; quindi il formale ritorno del Donbass all'Ucraina come regione autonoma, con il diritto di bloccare l'adesione alla NATO. Ma né l'ex presidente Petro Porošenko, né Zelenskij hanno mai accolto la proposta di Steinmeier; il quale, d'altra parte, era in carica proprio con la cancelliera Angela Merkel che, in diverse occasioni, ha ripetuto più o meno esplicitamente che gli accordi di Minsk, da lei sottoscritti insieme a Francois Hollande, dovevano servire solo per dar tempo a Kiev di riprendersi dalle batoste di Debaltsevo e Ilovajsk e continuare la guerra in Donbass.
Ma, si diceva dell'Armenia. I soliti ciarlatani torquemadisti de Linkiesta si sono concentrati sulle parole spese da Putin a proposito del paese caucasico e, di beceraggine in villania, ecco che “rivelano” che «per minacciare l’Armenia il Cremlino si è fatto scappare la verità: a causare l’invasione è stato il desiderio ucraino di entrare nell’Ue», così che, pacifici e celestiali europei, aspettatevi che il cinico “autocrate russo”, se le elezioni del 7 giugno dovessero dare la vittoria al beneamato candidato Pašinjan, si dia a invadere l'Armenia. Qui, anche a voler chiudere entrambi gli occhi, risulta evidente il gioco verbale degli impostori di cotanto giornalaccio. La disputa sull'adesione alla UE, per la quale l'allora presidente Viktor Janukovic aveva chiesto quantomeno di non affrettare i tempi, è antecedente e non di poco al colpo di stato criminale attuato nel 2014 dalle bande nazi-nazionaliste a Kiev e patrocinato apertamente da USA-UE-NATO. La cosiddetta “invasione” di cui blaterano a Linkiesta risale al 2022. Il cosiddetto “desiderio ucraino di entrare nella UE” non era altro che la macchinazione messa a punto proprio dai mascalzoni di Bruxelles per aver mano libera alla schieramento di forze armate USA-NATO in Ucraina. Per quegli impostori torquemadisti che, come la maggior parte dei media, pensano di poter contrabbandare per “verità” le proprie trivialità, non ci sarebbe alcun «accerchiamento della Nato, genocidio nel Donbas, persecuzioni contro i russofoni» e, da parte russa, si tratterebbe solo di un «campionario di falsità e fesserie da cui siamo tempestati regolarmente sulla stampa e nei talk show. Putin lo ha detto nel modo più chiaro qual è stato il vero motivo, e c’è da credergli, perché l’unica reale minaccia al suo potere è lo spettacolo di una democrazia libera e prospera proprio di fronte ai suoi confini, che dimostri ogni giorno ai russi il costo esorbitante della cleptocrazia putiniana». Qui basti dire solo che se quei terroristi mediatici, scrivendo di “democrazia libera e prospera” intendono quel moderno Konzentrationslager in cui i dettami di Banca Mondiale, FMI, UE e USA hanno trasformato quella che un tempo era una repubblica ucraina industrialmente sviluppata, allora ci si deve chiedere cosa le masse europee debbano attendersi dalla “ucrainizzazione” dell'Europa, oggi in fase così avanzata.
In Ucraina, afferma il ministro per le politiche sociali, della famiglia e dell'unità, Denis Uljutin, cresce a ritmo «catastrofico il numero di poveri e disoccupati; aumenta spaventosamente il numero di famiglie il cui reddito è appena sufficiente solo per cibo, alloggio e medicine e c'è un numero crescente di persone per le quali i sussidi sociali rappresentano l'unica fonte di reddito». Ecco l'Ucraina del majdan: disoccupazione, dimezzamento della popolazione, volgare sfoggio di lussi stratosferici di fronte a milioni di ucraini ridotti alla fame, scorrerie di bande terroristiche e accalappiamento per strada di carne da mandare al macello. Già: il futuro macello che sembra attendere anche i giovani europei che verranno arruolati a forza per la programmata guerra contro la Russia. Una guerra di cui i complessi militar-industriali euroatlantici non possono fare a meno. Lo ha dichiarato chiaro e tondo al canale UkrLife l'ex comandante USA in Europa Ben Hodges: per investire nella produzione militare i produttori occidentali di armi hanno bisogno che la guerra continui ancora per almeno cinque anni. Si parla, ha detto Hodges, di importanti produttori di mezzi altamente complessi, che richiedono «catene di approvvigionamento altrettanto complesse e una forza lavoro ben addestrata. Quindi, se si vuole incrementare la produzione, è necessario dare alle aziende la certezza... che si tratti di un impegno a lungo termine». Se per caso, dunque, in Ucraina dovesse raggiungersi una tregua, è indispensabile aprire altri fronti.
Ma, di nuovo, si diceva dell'Armenia e del paragone fatto da Vladimir Putin tra la situazione della Repubblica caucasica e quella dell'Ucraina ante-golpe. In effetti, riporta il corrispondente di PolitNavigator da Erevan, tutto ricorda davvero Kiev prima del 2014; si sente ancora molto parlare russo, si trovano prodotti russi sugli scaffali, ma molte persone attribuiscono la perdita del Karabakh non al tradimento di Nikol Pašinjan, ma al Cremlino. È probabile che Pašinjan vinca le elezioni: la sua propaganda ha scaricato la colpa della sconfitta del Karabakh sulla Russia e una popolazione stremata è pronta a credere nella "normalizzazione" con l'Azerbajdžan, accettare l'apertura delle frontiere con la Turchia e il "corridoio di Trump". Ovunque la pubblicità del partito di Pašinjan, coi colori UE. L'incognita è se il partito di Pašinjan riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare autonomamente un governo. La campagna elettorale dell'opposizione è debole; non viene sollevata la questione della scelta geopolitica tra UE e Russia; non si parla delle sicure differenze delle tariffe sull'energia importata dalla Russia, prima e dopo l'uscita dall'Unione Economica Eurasiatica. Ovunque, invece, manifesti e cartelli che proclamano "ristrutturato nell'ambito del programma del Dipartimento di Stato americano", "restauro finanziato con fondi UE" e così via.
Sembra che gli errori dell'Ucraina, commenta PolitNavigator, non abbiano insegnato nulla agli armeni. «Come è iniziato tutto?» si è domandato Putin; con «l'ingresso, o il tentativo di ingresso, dell'Ucraina nella UE... Tutto ciò ha poi portato al colpo di stato, alla questione della Crimea, alla situazione dell'Ucraina sudorientale e ai combattimenti».
Dunque, afferma Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, Nikol Pašinjan si sta trasformano per la Russia in un “secondo Zelenskij”, tanto più che lo stesso primo ministro armeno ha dichiarato non è dalla parte della Russia nella questione ucraina. È chiaro che la strada intrapresa da Pašinjan conduce esattamente allo stesso punto in cui Vladimir Zelenskij ha condotto l'Ucraina. Non si facciano ingannare coloro che ancora guardano allo status formale dell'Armenia nella ODKB e nell'Unione Economica Eurasiatica. Non ha alcuna possibilità, dice Pavliv di «vincere le elezioni... Il che significa che cercheranno di aggrapparsi al potere con altri mezzi: falsificazioni, manipolazioni, pressioni sull'opposizione, tentativi di mettere al bando gli oppositori.
E, purtroppo, credo che anche che non sia escluso l'uso della forza per mantenere il potere».
In sostanza, il Pašinjan di oggi è lo Zelenskij del 2019-2020, che a Parigi partecipava al “Formato Normandia”, parlava con Putin, firmava le tabelle di marcia per una soluzione pacifica in Donbass. l'ex addetta stampa di Zelenskij, Julija Mendel, conversando con Tucker Carlson, rivela oggi di aver assistito all'incontro Zelenskij-Putin a Parigi nel 2019, durante il quale prometteva che l'Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Addirittura, Zelenskij diceva di accettare la perdita del Donbass in cambio dell'inclusione del resto dell'Ucraina nella NATO, pur sapendo in anticipo che ciò era impossibile e che, di conseguenza, la guerra sarebbe continuata e il governo di Kiev non sarebbe cambiato.
Era quella l'epoca, ricorda ancora Mikhail Pavliv, in cui si discuteva ancora di questioni specifiche: la "Formula Steinmeier", per l'appunto e la sua attuazione, i compromessi e le possibili opzioni. Poi però Zelenskij torna a Kiev e imbocca la stessa strada che Pašinjan sta «percorrendo ora a tutta velocità... La strada verso la guerra. E tutti questi discorsi sull'integrazione europea sono, ovviamente, dipinti con colori rosei, discorsi su un futuro europeo, democrazia, riforme e tutte queste "mutandine di pizzo e UE". Ma il risultato di questo autoinganno è ben più brutto».
Tutti questi “sogni rosei e illusioni su un paradiso europeo” e un'Ucraina indipendente non sono iniziati nel 2014; la storia risale almeno al 2004 e culminò con la caduta di Janukovic nel 2014. Il resto è quello che si è definito un nuovo Konzentrationslager e che probabilmente attende ora le masse armene, con Pašinjan che rischia di trascinare l'Armenia verso la guerra esattamente nello stesso modo di Zelenskij. E tutte le stesse terribili cose, dice Mikhail Pavliv, che stanno accadendo oggi nel sito dell'ex Repubblica Socialista Sovietica Ucraina potrebbero benissimo accadere nel sito dell'antica Armenia, guidata da compradores, agenti di influenza straniera, che agiscono non nell'interesse delle masse armene, ma dei loro padroni e dei propri interessi egoistici.
Proprio come è successo in Ucraina. Perché Zelenskij avrebbe «potuto porre fine a questa guerra già nel 2022. Poi avrebbe potuto farlo nel 2025. E persino nel 2026... Ma non lo fa, perché la sua sopravvivenza personale, la sua avidità, la sua bramosia e il suo orgoglio si sono dimostrati più importanti della vita di migliaia e migliaia di persone. Sono proprio questi interessi egoistici che ora stanno conducendo Pašinjan nello stesso identico abisso».
Lo stesso, ci permettiamo di aggiungere, che attende anche le masse europee, alle prese con canaglie guerrafondaie che irridono con sufficienza alle aperture di Moskva, biascicando di «progressi militari di Kiev» (Milano Finanza) e di una Russia che «si trova in una posizione più debole che mai: sta perdendo molte vite sul campo di battaglia, c’è un crescente malcontento nella società e il sostegno alla guerra sta diminuendo» (Kaja-Fredegonda-Kallas).
Ma davvero considerano le masse europee così tonte?
https://politnavigator.news/po-ukrainskim-grablyam-armeniya-pered-vyborami.html
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