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"La Guerra segreta contro il Venezuela". Intervista esclusiva a Samuel Moncada, rappresentante permanente di Caracas all'Onu

 

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"Ci stanno rubando milioni di dollari che servirebbero al popolo venezuelano in questa pandemia, negando l’accesso al presidente Maduro e al governo bolivariano."



di Geraldina Colotti 



Samuel Moncada, storico, politico e diplomatico venezuelano, è rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite. In precedenza, è stato rappresentante alternativo del Venezuela presso l’Organizzazione degli Stati americani (OSA), da cui il Venezuela si è ritirato ad aprile del 2017.

Durante l’ultimo programma web delle BRICS-PSUV, collegandosi dagli Stati Uniti, Moncada ha risposto alle domande della vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), Tania Diaz, e a quelle di Leo Robles, direttore del giornale El Ciudadano. Tema del confronto, l’accerchiamento del Venezuela da parte dell’imperialismo e il ruolo della destra golpista che, in piena pandemia, spinge per un’invasione esterna.

 Moncada ha poi ulteriormente sviluppato la sua analisi in questa intervista, nel momento in cui il governo bolivariano è riuscito nuovamente a rompere l’assedio imperialista accompagnando l’arrivo delle navi iraniane in Venezuela.



Quale analisi fai di questo momento così drammatico dal tuo osservatorio nordamericano?

Da qui, dagli Stati Uniti, appare evidente come la crisi provocata dal coronavirus sia la peggiore degli ultimi 100 anni. Un livello che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione: 40 milioni di disoccupati, migliaia di imprese che non riapriranno…Un effetto brutale che approfondirà le contraddizioni e le tensioni sociali in tutto il mondo, ma negli Stati Uniti in modo particolare. Le code gigantesche che già si vedono indicano le proporzioni dell’impoverimento, che aumenterà ulteriormente alla fine dei due mesi di sussidio decisi dal governo. Qui, chi perde il lavoro perde una serie di benefici vitali come l’assicurazione medica. L’indigenza moltiplicherà i problemi sanitari, la depressione e la violenza. Un panorama molto diverso da quello immaginato da Trump a pochi mesi dall’elezione di novembre, che considerava una passeggiata.

 

Come reagisce la popolazione statunitense?

Il paese è sotto shock. Un paese diviso, sia per la differenza tra gli Stati che lo compongono, sia per l’ideologia, per i partiti politici presenti. Quello che rappresenta Trump è un partito estremista ma con una base sociale molto consistente. C’è, soprattutto, una divisione storica che richiama quella tra il sud schiavista e il nord abolizionista e che ha portato alla Guerra civile americana. Una parte degli Stati Uniti perpetua la discriminazione contro la popolazione negra, è razzista e suprematista anche nei confronti dello stesso popolo nordamericano: contro i latini, le donne, gli indigeni, contro gli stessi ebrei, in nome di una presunta superiorità cristiana e fondamentalista. È quella mentalità schiavista del sud che si riformula in questo momento negli atteggiamenti anti scientifici di fronte al coronavirus, chiamato virus cinese, che vede in tutte le manifestazioni pubbliche un’espressione di un comunismo da cancellare per imporre la propria libertà individuale e per difendere il proprio denaro, il proprio stile di vita oggi minacciato. La pandemia riflette i profondi pregiudizi e le discriminazioni che permeano la società statunitense. Chi sono le vittime del coronavirus? Gli anziani sopra i sessant’anni, ma soprattutto i poveri. E quando diciamo poveri nelle grandi città quasi sempre significa latini, negri, donne sole, immigrati senza documenti che sono quasi 15 milioni e che vivono ammassati in quelle che si chiamano “abitazioni multigenerazionali”. Case di due stanze al massimo dove vivono accatastati dai nonni ai nipoti, 13-14 persone, in cui è impossibile adottare misure preventive, per cui il contagio si diffonde rapidamente. La mascherina e il distanziamento sociale diventano così anche simboli politici tra chi vuole salvarsi la vita e i fanatici seguitori di Trump che vogliono “liberare” gli Stati Uniti dalla loro presenza. Qui la vita vale poco e nella fretta di riprendere rapidamente tutte le attività, sta valendo ancora meno. Le tensioni sono palpabili e la prevedibile reazione repressiva fa pensare all’arrivo di altro dolore.

 

Trump potrebbe attaccare militarmente il Venezuela?

Oggi siamo di fronte a una crisi profonda che cambierà il modo in cui le società si relazionano a livello economico e geopolitico e che non troverà soluzione a breve, ma produrrà scomposizioni e ricomposizioni e molta violenza a livello internazionale. Un governo così pericoloso com’è quello di Trump, a cui restano meno di sei mesi e con un serio rischio di perdere le elezioni può inventare soluzioni pericolose per noi che gli stiamo così vicini geograficamente. Per distrarre i cittadini dai problemi interni, si può optare per una piccola guerra coloniale come in Iraq, in Libia, in Siria. Potrebbe succedere contro il Venezuela. L’uccisione del generale iraniano Qasem Suleimani, a gennaio del 2020, si è data nel quadro dell’impeachment che si stava preparando per Trump. Cercavano la guerra con l’Iran. Al comando degli Stati Uniti c’è un gruppo di fanatici più pericoloso dei fascisti del secolo scorso. Basta vedere come trattano il popolo statunitense, soprattutto quel 50% di poveri che non vota: asiatici, africani, latinoamericani… Ora, con la loro visione suprematista, minacciano l’Iran perché porta benzina al Venezuela, come se fosse un delitto. Non si può escludere che siano tentati da una guerra che, sul piano economico, non gli costerebbe molto. Investirebbero solo in termini di armi, propaganda, mercenari, perché il sangue lo metterebbero altri paesi che, come la Colombia, accompagnano gli USA nelle loro avventure. Nelle loro fantasie razziste e suprematiste, noi non contiamo. Dobbiamo stare all’erta.


La propaganda mediatica ci presenta il Venezuela isolato nelle istituzioni internazionali. Invece c’è stato un momento in cui la Repubblica bolivariana ha diretto varie commissioni all’ONU. Qual è la situazione reale? E cosa fanno gli emissari dell’”autoproclamato”?

Stiamo vivendo un momento di grande debolezza sul piano della diplomazia internazionale, forse il peggiore da duecento anni. Vediamo che 60 paesi, diretti dagli Stati Uniti, si stanno muovendo a favore di un golpe e per imporre un regime genocida. Non è una frase a effetto, è quanto si evince, nero su bianco, dal contratto mercenario per ri-colonizzare il Venezuela, firmato da Juan Guaidó con l’appoggio del governo colombiano e organizzato dagli Stati Uniti. Lì si pianificava un massacro che avrebbe dovuto durare un anno e mezzo. Un genocidio simile a quello compiuto contro i comunisti in Indonesia nel 1965-66 all’epoca del criminale Kissinger. Un massacro preso a riferimento dai golpe fascisti degli anni 1970 in Cile, Argentina, e anche oggi. Un governo di estrema destra come quello di Bolsonaro in Brasile arriva a rivendicare le torture compiute durante la dittatura e sostiene che sono state poche. Il governo narco-sicario di Duke in Colombia sta massacrando un numero impressionante di leader sociali, ma giorno per giorno, e questo ne diluisce l’effetto. Per il Venezuela, il piano era quello di compiere assassinii di massa e reimporre una colonia di estrema destra. Stiamo reagendo a questo momento di debolezza mostrando una prospettiva diversa da quella diffusa dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Gruppo di Lima secondo i quali 60 paesi costituiscono l’intera “comunità internazionale”, mentre si tratta di un terzo del totale. L’ONU è composta da 190 paesi, 133 dei quali riconoscono il governo legittimo di Nicolas Maduro. Un muro di contenzione che ha consentito al Venezuela importanti vittorie diplomatiche all’interno stesso dell’ONU. L’anno scorso, a Ginevra, contro la candidatura del Venezuela al Consiglio dei diritti umani, il gruppo dei 60 ha lanciato quella del Costa Rica, invece abbiamo vinto, nonostante la propaganda tossica scatenata negli ultimi tre anni. Abbiamo esercitato la presidenza pro-tempore del Movimento dei Paesi Non Allineati. La MNOAL è un organismo composto da 120 paesi, che svolge importanti funzioni economiche, politiche, ambientali, di sicurezza, all’interno del quale c’è, per esempio, il G77 più Cina. Abbiamo intorno una grande coalizione protettiva, per questo riusciamo a far approvare risoluzioni, vinciamo le elezioni. Così il Venezuela si difende. Quando il vicepresidente statunitense, Mike Pence, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza ONU di riconoscere l’autoproclamato Juan Guaidó e di considerare illegittimo il governo Maduro, si è trovato in minoranza e non ha potuto presentare la proposta. Ovviamente, i media non ne parlano, però è il nostro governo legittimo a esercitare tutte le necessarie funzioni legali, per esempio presso la Corte Penale Internazionale e presso tutti gli organismi multilaterali come l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) o quella del Commercio (OMC), o l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). Il problema si pone a livello delle Corti nazionali con le quali si possono costruire trappole per rubarci il denaro, come sta avvenendo in Portogallo o nel Regno Unito.

 

Gli Stati Uniti stanno cercando di debilitare le grandi istituzioni internazionali che non controllano completamente, inventandone di artificiali come il Gruppo di Lima e consimili, e usando l’OSA come apripista. Pensi che questa pandemia possa portare a una maggior consapevolezza o si accelererà la crisi dei meccanismi nati dagli equilibri internazionali del secolo scorso?

 
La politica di Trump mira a debilitare le istituzioni internazionali come l’ONU. Gli USA hanno distrutto, dissolto o debilitato tutti gli organismi multilaterali. Se ne sono andati dal Consiglio dei diritti umani, dall’Unesco, dall’accordo sul clima, dal trattato nucleare intermedio, stanno per andarsene dall’OMS, hanno paralizzato la OMC impedendo la nomina dei giudici che risolvono contenziosi commerciali tra i paesi. Disconoscono la Corte Penale Internazionale, sono arrivati a togliere il visto ai magistrati… L’intenzione è quella di imporre la legge statunitense a livello globale, come avrebbero voluto fare se avessero catturato le navi iraniane violando il diritto al libero commercio. E dall’Europa non c’è da aspettarsi niente. Non ha alcuna indipendenza dagli Stati Uniti. Non ha speso una sola parola per condannare l’attentato con i droni, il tentativo di golpe del 30 di aprile, il recente attacco mercenario via mare. I governi europei hanno partecipato al saccheggio della Libia per prendersi l’oro che Gheddafi aveva lasciato nelle banche europee. La Gran Bretagna è uscita dall’Unione europea ma solo per trasformarsi nello stato n. 51 degli USA… Non sono un modello per nessuno. Siamo di fronte alla più grande offensiva colonialista in 200 anni contro il Venezuela. Noi abbiamo realizzato vittorie parziali, ma non possiamo dire di aver vinto quella che si prospetta come una guerra di lunga durata. E uso il termine guerra con cognizione di causa. Contro il Venezuela, è in corso una guerra sporca come quella scatenata in Nicaragua attraverso i Contras negli anni 1980, usando cioè la droga, i mercenari, l’asfissia economica, il sabotaggio delle infrastrutture e quello finanziario. Ci negano le medicine e i beni essenziali, usano la pandemia per sterminare il popolo venezuelano. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, all’articolo 87 definisce crimine di sterminio, o di lesa umanità, privare deliberatamente una popolazione dei mezzi di sussistenza, come stanno facendo con noi anche durante questa pandemia. In Venezuela non sta accadendo quel che succede negli USA, in Brasile, in Colombia, in Ecuador, ma loro vorrebbero creare il caos per provocare una guerra civile e intervenire militarmente. Stanno circondando il nostro territorio marittimo. In questo momento, al largo delle coste venezuelane ci sono oltre 25 navi statunitensi, francesi, britanniche, olandesi, pronte a entrare in azione in caso di un conflitto interno che stanno facendo di tutto per scatenare anche attraverso un’offensiva diplomatica e manovrando burattini e mercenari a livello interno. Per questo, anche se stiamo vincendo, non possiamo permetterci di abbassare la guardia di fronte a un nemico molto pericoloso e a una guerra che durerà ancora molto tempo.

 

Chi non conosce il livello della guerra economica, delle sanzioni e del peso del dollaro parallelo si chiede come mai un paese come il Venezuela, che possiede le prime riserve al mondo di petrolio, non abbia più la benzina. E come mai, nonostante si accordino i prezzi calmierati in dollaro reale, poi i commercianti li vendono al dollaro parallelo, polverizzando il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici. Come glielo spiegheresti?

La guerra economica contro il Venezuela, negli ultimi tre anni ha subito un’accelerazione. Già prima, gli USA agivano per dissuadere gli investitori e per favorire la fuga di capitali, ma poi si sono messi d’impegno nel minacciare e sanzionare qualunque impresa di altri paesi che si azzardasse a toccare il denaro venezuelano. Le banche nordamericane e europee – portoghesi, inglesi, o lussemburghesi - ci stanno rubando milioni di dollari che servirebbero al popolo venezuelano in questa pandemia, negando l’accesso al presidente Maduro e al governo bolivariano. Nel caso del Portogallo, è ancora peggio perché quel denaro era stato portato nelle banche come una prova di amicizia da parte di Hugo Chavez, proseguita con Nicolas Maduro, per aiutare il paese con depositi bancari e acquisti di prodotti. Non eravamo certo obbligati a farlo. Eppure oggi il Portogallo si unisce alle sanzioni USA e ruba il denaro del popolo venezuelano, così come è stato fatto con la nostra raffineria Citgo negli Stati uniti, il cui denaro è finito nelle tasche dell’autoproclamato. Gli USA si sono dedicati a distruggere la nostra produzione petrolifera, proibendo alle imprese anche di venderci i pezzi di ricambio o di mandarci esperti. Una lenta asfissia che ha provocato danni alla nostra economica. La scarsità di dollari fa sì che la moneta venezuelana si svaluti quasi di immediato, e la enorme inflazione esistente è prodotto della crisi economica provocata dall’asfissia economica e dalle sanzioni. E, adesso, il direttore del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti per l’emisfero occidentale, Mauricio Claver-Carone, minaccia con “sanzioni devastanti” le imprese spagnole italiane indiane messicane che si azzardino a comprare il nostro petrolio o la benzina iraniana, o a venderci quel che si serve per le medicine. Il libro “Guerra segreta”, di Juan Zarate, l’uomo che ha contribuito a disegnare la politica finanziaria della Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001, spiega perfettamente i meccanismi attraverso i quali il ministero del Tesoro USA utilizza le banche e la finanza per attaccare i paesi come la Russia o l’Iran. Poi hanno affinato i meccanismi applicando al Venezuela la tecnica di sterminio attraverso il terrorismo economico con il sostegno dei loro alleati.
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