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Mentre Silvia rientrava in Italia, Micaela moriva. Ora i “suoi” bambini rischiano di diventare prede degli orchi

 

di Antonietta Chiodo


Micaela de Gregorio comprese il meccanismo del cambiamento, quel filo sottile che parte da un’ idea folle per percorrere una scelta umanitaria, sino ad arrivare al miracolo, quella scintilla incredibile che ci porterà a subire l’evoluzione della nostra esistenza”. Così mi dice Walter Forio - nome di fantasia per motivi di sicurezza - volontario per 10 anni in Africa  lasciandomi perplessa e stupita. Di Micaela pochi conoscevano l’ esistenza qui in occidente, a 45 anni scelse di vendere tutto, di spogliare la sua vita, lasciare Monza e partire definitivamente per l’Africa. Ma non scelse una zona qualunque, bensì uno dei luoghi più impervi e pericolosi, il Kenya, dove un gran numero di bambini hanno perso non solo mamma e papà ma anche la loro libertà. Nel suo racconto, Walter,  rammenta le parole di lei indelebilmente impresse nella sua mente: Non è facile la vita, ma appena il ferry da Mombasa ha toccato la sponda di Likoni, ho capito che questo era il mio posto.”








Più guardo le fotografie che ritraggono questa donna nei suoi ultimi giorni di vita, più mi rendo conto di come il suo sogno l’avesse motivata a fare un salto del genere ma fosse riuscito ugualmente a scaraventarla all’ inferno.





Un inferno contro cui lei lottava silenziosamente da anni e spesso riusciva a camuffarlo con un sorriso per i piccoli che le giravano intorno ogni istante. Si, perché come molte inchieste estere ed italiane hanno appurato negli ultimi anni la zona del Kenya e del Gambia si sono oramai trasformate in paradisi per pedofili; di alcuni media anche le denunce contro un centro Caritas situato proprio  in quei luoghi, l’inchiesta pubblicata dal famoso tabloid The Sun a Gennaio del 2020 fece molto scalpore, ritraendo uomini di qualsiasi età con bimbi anche al di sotto dei 5 anni. Cuccioli d’ uomo probabilmente poi ripagati con pochi spiccioli dopo essere stati usati per soddisfare le loro morbose voglie.





Ma attenzione, la pedofilia è potente e questo Micaela lo sapeva molto bene, lo è anche a Likoni dove si trova tutt’ ora il centro da lei fondato dal nome Likoni Yetu, centro che a pochi giorni dalla sua scomparsa a causa di una infezione contratta proprio in Africa, rischia di essere venduto al miglior offerente.

Walter ha paura sia già stato venduto e racconta poi dell’italiano potente, proprietario del centro dove Silvia Romano denunciò gli abusi sui minori nel 2018 prima del suo rapimento, che si trova proprio a pochi metri da loro. “Tutti lì sanno che lui non aspettava altro” dice Walter con la voce smorzata dalla tristezza e racconta che anni fa a Micaela  vennero portati via alcuni bambini da quel  biondino poco più che trentenne di nome di Davide Ciarrapica di cui parla anche, rispetto al rapimento di Silvia, Massimo Alberizzi in un dettagliato articolo sul Fatto Quotidiano dello scorso giugno (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/06/21/molestie-pedofilia-una-vendetta-ecco-perche-silvia-e-sparita/5271399/)

Importante sapere che qui con le conoscenze giuste si può diventare molto potenti ed oggi lui, l’italiano, secondo Walter ci sarebbe riuscito e aggiunge la sua speranza che ora Silvia Romano, rientrata in Italia, scelga di denunciare cosa accadde in quei luoghi per poter provare tutti insieme a fermare la mattanza dei bambini.  Forse in troppi si sono preoccupati dell’ integralismo islamico in questi anni ed in queste ore, ignorando o quasi  le tentazioni degli occidentali per la “carne tenera” visto che  questa tragedia riesce ancora oggi a passare in secondo piano.

Walter continua il suo racconto su Micaela che è come scagliarmi una lama nel cuore:

Ti racconto per esempio di come in questi anni lei venne usata e dissanguata da tutti, dalla gente del luogo, dai cooperanti e addirittura dai medici che partivano da qui. Micaela, che era anche previdente, aveva comprato un Tuk Tuk, una specie di Apecar. Un investimento che pensava di poter far rendere per poi così nutrire i bambini e riconsegnare alle famiglie un briciolo di serenità. L' ha affittato ad un ragazzo del posto e con il ricavato poteva così mantenersi ed avere un Taxi a sua disposizione. Scoprì invece –  continua Walter – che il ragazzo non era onesto come sperava, smise di pagarle l' affitto e quando Micaela si lamentò scoprì l’amara verità, cioè che il Tuk Tuk era in realtà intestato al ragazzo. Truffe molto comuni in Kenya. Così perse anche il Tuk Tuk ed il suo sostentamento.”

Walter è amareggiato  e disgustato mentre racconta della sua Africa, di quella in cui le sue mani stanche hanno costruito pavimenti, scuole e molto altro mentre “l’uomo bianco” faceva di questi bambini allettanti bocconcini. La morte di Micaela lo preoccupa, lo preoccupa molto. Era riuscita in questi anni a creare questa piccola associazione che distribuiva pasti fatti da lei e dai cooperanti, era riuscita a distribuire medicine lottando contro la mafia del luogo, la lobby delle onlus italiane, ma soprattutto, secondo lui, contro il più pericoloso di tutti.



Il nome di Silvia Romano attraverso molte indagini, già nel 2019, portò ad incrociare quello di Davide Ciarrapica più volte, un personaggio contorto e inquietante definito il “cannibale” da alcuni italiani e da alcuni volontari di queste zone dell’ Africa. Definito così per un episodio che lo vide coinvolto anni or sono in una rissa in un locale notturno di Milano, episodio che lo portò a ricevere una condanna a 6 anni per avere strappato con un morso l’intero padiglione esterno auricolare di un uomo. La vittima ebbe diritto ad un risarcimento di 35.000 euro perché menomato in modo permanente, mentre Ciarrapica riuscì a fuggire in Kenya mettendosi così al riparo dal carcere.

Chi lo ha conosciuto anche attraverso le testimonianze del media AFRICA EXPRESS viene ricordato come una persona dall’ istinto violento.  Un ex impiegato del centro che ospita gli orfani di Likoni narra infatti ciò che accadde a Silvia Romano al suo rientro a Novembre del 2018 , definendo strano l’atteggiamento dei bambini che la accolsero freddamente per paura dell’ irascibilità di Davide. Ricorda ancora, il testimone, che i piccoli la osservarono raggelati e non le corsero incontro come fanno normalmente in queste aree. Non era un caso ma un preciso segnale.
Impossibile dimenticare le parole pubblicate su alcuni tabloid di uno degli inquirenti Kenioti impiegato nelle indagini :  “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell’organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili”.

Silvia Romano infatti nel suo ultimo viaggio denunciò alle autorità ciò che accadde in quel centro. Secondo le ricostruzioni di Alberizzi (v. link citato sopra) avrebbe addirittura segnalato  che il Ciarrapica aveva una relazione con una ragazzina giovanissima e che il suo socio era un uomo sostenuto da appoggi politici potenti della zona. Inoltre, confermato da Tiziana Beltrami, proprietaria di un locale a Malindi, la giovane cooperante oggi nuovamente in famiglia, sarebbe stata testimone di atti di pedofilia nei confronti di minori risiedenti all’ Orphans Dream, il centro gestito da Davide Ciarrapica. Per la precisione da parte di un pastore anglicano dal nome di Francis Kalama di Marafa, un gesuita  dell’albergo di cui “il cannibale” è anche socio.

Fin qui i fatti. Fatti riesumati grazie alla morte della povera Micaela De Gregorio casualmente coincidente con la bella notizia del rientro di Silvia Romano, la ragazza coraggiosa il cui rapimento andrebbe esaminato “anche” alla luce di questi fatti e delle sue denunce, al di là e nel rispetto delle sue scelte di natura religiosa. Ma cosa ne è stato delle denunce di Silvia Romano? Secondo le più tristi tradizioni relative a crimini che investono troppi interessi, sembrerebbero essere svanite nel nulla. Un altro motivo per approfondire le indagini oltre la facciata, oltre l’abito islamico e le scelte religiose di questa ragazza che Micaela sognava di riabbracciare se lo stesso giorno della sua liberazione non l’avesse portata via un’infezione intestinale. La piangeranno i “suoi” bambini e i tanti amici monzesi che sostenevano i suoi progetti. Allo Stato italiano, ora che Silvia è rientrata e Micaela è morta,  spetta inderogabilmente l’onere di indagare davvero, per evitare che il lavoro umanitario di Micaela vada perduto e che gli scheletri restino chiusi negli armadi, magari coperti da gossip e malvagità generate da un abito verde-islam.
 


 
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