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Perché le trattative tra Santa Sede e Repubblica Popolare cinese spaventano così tanto Washington?

 


di Alberto Negri - Tiscali

 

Che cosa lega la questione dei cattolici cinesi e l’espansione del nuovo capitalismo di Pechino che spaventa tanto Washington? La domanda sorge spontanea dopo l’accelerazione impressa dal Vaticano per  normalizzare le relazioni con Pechino, le motivazioni, in apparenza sono quasi tutte religiose. In realtà Pechino ha diversi motivi, anche economici, per stabilire un buon rapporto con la Chiesa di Papa Bergoglio.

 


Le trattative tra Santa Sede e Repubblica Popolare sulla nomina dei vescovi cattolici in Cina sono in dirittura d’arrivo. “Per quanto ci riguardaì - è scritto sul Corriere della Sera - la decisione è presa: da fine marzo in poi ogni giorno è buono per siglare l’accordo con le autorità cinesi sulla procedura di nomina dei vescovi cattolici”. Nomina che ora avveniva con l’imprimatur del governo e che aveva in pratica definito una separazione tra la Chiesa “patriottica” cinese e quella che osservava le direttive della Santa Sede. Ma a Washington interessa capire soprattutto le ricadute di questo avvicinamento e gli effetti che avrà sul problema della difesa dei diritti umani e della libertà religiosa. Almeno questa è la versione, più o meno ufficiale, che danno le fonti americane.



In realtà con la legittimazione della Santa Sede, la Cina potrebbe accrescere il suo peso  geopolitico e ovviamente anche economico. Fiutano il pericolo gli Stati Uniti ma anche i rappresentanti di Taiwan che hanno mandato una sua delegazione parlamentare in Vaticano. Gli americani avrebbero minacciato anche una battaglia dell’informazione sui media occidentali per frenare questo avvicinamento tra il Papa e Pechino. Gli effetti della distensione tra Cina e Vaticano coincidono con la guerra commerciale e sui dazi che sta divampando tra Washington e Pechino. I super dazi minacciati su acciaio e alluminio, lo stop alla cessione della Borsa di Chicago a una cordata nella quale compaiono soci cinesi e l’allarme sulla sicurezza dei telefonini Huawei e Zte, sono soltanto gli ultimi colpi sparati dagli Stati Uniti contro la Cina, in un crescendo che rischia di scivolare nella temuta guerra commerciale. In campagna elettorale, il presidente Donald Trump aveva minacciato dazi del 45% contro il Made in China e di dichiarare Pechino un “manipolatore dei tassi di cambio”, poi a gennaio sono arrivati i dazi sull’import dalla Cina di pannelli solari e lavatrici e adesso arrivano le minacce di dazi del 53% sull’acciaio e del 23% sull’alluminio.

 


L’Amministrazione Trump ripete come un mantra che le e pratiche commerciali scorrette distruggono gli “american jobs” ed è convinta che un minore disavanzo commerciale porterebbe la crescita Usa stabilmente sopra al 3 per cento. Alcuni rapporti mostrano che nell’arco di 10 anni, le importazioni dalla Cina hanno cancellato 2,4 milioni di posti di lavoro. Altri rilevano invece come, nel solo 2015, l’export Usa in Cina abbia sostenuto 1,8 milioni di posti, che sarebbero minacciati dalle eventuali ritorsioni di Pechino. In realtà ridurre il disavanzo commerciale americano sembra una fatica erculea. Alla fine del 2017, dopo un anno di “America First”, il rosso è cresciuto del 12% a 566 miliardi di dollari mentre il deficit con la Cina è aumentato dell’8% a 375,2 miliardi di dollari.

 


Ma ecco che arriva il dialogo tra Pechino e Papa Bergoglio, la Cina si rifà la “fedina” religiosa e morale: “sposa”, seppure con la massima cautela è ovvio, l’etica del cattolicesimo aprendo al Vaticano. Fare la guerra commerciale alla Cina può diventare per gli Stati Uniti più complicato perché laggiù il Papa dovrà difendere, attraverso i suoi vescovi, anche il benessere non solo morale dei fedeli cattolici. Gli americani più che alla difesa dei diritti umani in Cina, argomento che non sollevano mai troppo volentieri vista la delocalizzazione delle imprese americane e i 1.200 miliardi di bond Usa in mano a Pechino, sono interessati alla cassa, al disavanzo commerciale: come dice Trump America First, prima di tutto, prima ancora del Papa naturalmente.



*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore 

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