Vincenzo Brandi: "Una vera pace in Palestina potrà esserci solo con il modello sudafricano"

Vincenzo Brandi: "Una vera pace in Palestina potrà esserci solo con il modello sudafricano"

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di Stefania Russo



Con un'accurata, documentata e dettagliata lettera rivolta a Marco Travaglio, che aspetta ancora una risposta, Vincenzo Brandi, attivista instancabile e pacifista della Rete No War, ha recentemente elevato il dibattito attuale sulla Palestina e sulla mattanza che si è svolta a Gaza dal 7 ottobre da parte dello stato di Israele.

Con lui abbiamo ripercorso la fase attuale dello scontro, le questioni storiche, la tregua attuale e gli sviluppi futuri di Hamas e delle diverse fazioni politiche palestinesi. 

Buona lettura. 



L'attacco di Hamas del 7 ottobre ha colpito diversi kibbuts israeliani in area limitrofa alla Striscia di Gaza. Un'area considerata territorio israeliano o palestinese?

L’area che circonda la Striscia di Gaza fu occupata dall’esercito israeliano già durante la guerra del 1948 e sottoposta a pulizia etnica che ne cacciò completamente tutti gli abitanti arabi palestinesi. Il territorio fu annesso direttamente a Israele, benché larghe zone dell’area fossero state assegnate agli arabi palestinesi dalla risoluzione 181/1947 dell’ONU. I profughi si rifugiarono all’interno della Striscia sotto la protezione dell’esercito egiziano che la controllava. Attualmente un milione e 300.000 abitanti della Striscia – sui complessivi 2 milioni e 300.000 residenti - sono profughi o discendenti dei profughi del '48. Molti vivono ancora in campi profughi come quello di Jabailya.

 



Secondo gli accordi di Oslo, il territorio palestinese, al netto della creazione dello stato d'Israele, veniva suddiviso in 3 zone. Vuoi ricordarle?

Gli accordi cosiddetti di Oslo (perché le trattative precedenti si erano svolte ad Oslo) furono in realtà firmati a Washington il 13 settembre del 1993 tra il capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Arafat e il rappresentante di Israele, Peres, sotto la stretta “supervisione” del presidente statunitense Clinton. Gli accordi furono poi perfezionati con i cosiddetti accordi Oslo-2, in realtà firmati a Taba in Egitto. Questi accordi prevedevano la creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) cui sarebbe stato affidato il controllo del 22% della Palestina (comprendenti la Striscia di Gaza, la parte Est di Gerusalemme e la Cisgiordania, cioè la regione costituita dalle alture poste a ovest del fiume Giordano). Tuttavia i rappresentanti dell’ANP accettarono che la Cisgiordania fosse divisa in tre zone (A, B e C) di cui le due più grandi (zona C, costituente quasi il 60% del territorio, e B costituente un altro 24% ) rimanevano sotto il controllo dell’esercito israeliano. La zona C aveva anche un’amministrazione civile israeliana, mentre la B aveva un’amministrazione (solo civile) palestinese. Il controllo dell’ANP si limitava solo al 17% della Cisgiordania (zona A) comprendente Ramallah e altre città palestinesi come Nablus, o Betlemme, circondate tutte da zone occupate dall’esercito israeliano, e corrispondente al 3,7 % della Palestina storica, cioè antecedente alla creazione dello stato d'Israele. Questo accordo fu un segnale di grave debolezza da parte dell’ANP e i successivi interminabili colloqui di pace che avrebbero dovuto portare alla creazione di un mini-stato palestinese si rivelarono fallimentari. Nel frattempo il 4 novembre del 1995 il primo ministro israeliano Ytzhak Rabin, che si era dichiarato favorevole ad un accordo, era stato assassinato da uno studente sionista fanatico.

 
Tornando ai kibbutz israeliani vorrei tu spiegassi cosa sono, come nascono e quando....

I kibbutz (parola che significa “adunanza”) sono degli insediamenti essenzialmente agricoli gestiti collettivamente con la terra in comune. Furono visti inizialmente dal movimento sionista (cioè da quel movimento ebraico minoritario diretto da Theodor Hertzl che alla fine dell’800 auspicava il “ritorno” degli ebrei in Palestina) come una prima forma di insediamento inizialmente pacifica. Il Fondo Nazionale Ebraico, costituito nel 1901, che poteva contare su generosi contributi anche di banchieri come Rotschild, finanziò l’acquisto di terre appartenenti a latifondisti arabi su cui dovevano stabilirsi i coloni ebrei. Il primo kibbutz fu costituito nel 1909 e successivamente altri furono costituiti negli anni successivi fino alla Seconda Guerra Mondiale.


I kibbutz potrebbero essere considerati una forma embrionale delle colonie d'insediamento israeliane?

Direi di sì. Il loro sviluppo si accentuò enormemente dopo la grande pulizia etnica della Palestina del '48 nella quale furono distrutti centinaia di villaggi agricoli palestinesi, liberando terre per i coloni ebrei. Essi godettero di grande prestigio dopo la Seconda Guerra Mondiale anche da parte dei partiti di sinistra europea, compresi i comunisti, per il loro carattere collettivistico che ricordava i kolchoz sovietici. Negli anni ’70 i kibbutz cominciarono ad essere privatizzati divenendo normali cooperative di tipo capitalista. Oggi si contano ancora 270 kibbutz per un totale di 125.000 coloni, corrispondenti solo all’1,8% della popolazione israeliana.


Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi cacciati dalle loro case e dalla loro terra prima e durante la guerra del '48 è stato riconosciuto dall'Onu con la risoluzione n.194 dell'11 dicembre 1948, ma mai accettato da nessun governo israeliano. Puoi ripercorre le tappe di questa massiccia cacciata forzosa e violenta della popolazione palestinese da parte delle forze armate di quello che poi sarebbe diventato lo stato d'Israele?

 La grande pulizia etnica del '48 iniziò già alla fine del 1947 e proseguì per 6 mesi, per la maggior parte prima della proclamazione dello Stato d'Israele avvenuta il 14 maggio del 1948. Gli stati arabi intervennero militarmente solo in seguito, con una presenza debole, tardiva e scoordinata, quando la maggior parte della pulizia etnica era già stata compiuta e le milizie ebraiche avevano già occupato gran parte della Palestina storica. La pulizia era stata accuratamente programmata dal “socialista” Ben Gurion e dai suoi collaboratori negli anni precedenti (cosiddetto piano “Dalet”), come descritto nell’ottimo libro dello storico israeliano Ilan Pappé “La pulizia etnica della Palestina”. Era stato persino creato un archivio con i nomi dei nazionalisti palestinesi che, villaggio per villaggio, avevano partecipato alla grande rivolta indipendentista anti-britannica del 1936-1939, per poterli eliminare più facilmente. La pulizia era necessaria per la creazione dello stato di Israele in quanto la risoluzione (non vincolante) dell’Assemblea Generale dell’ONU, la 181/1947, che aderiva alla richiesta dei sionisti di spartizione della Palestina (senza consultare la popolazione nativa), assegnava la maggior parte del territorio (56%) agli ebrei che pure erano solo un terzo della popolazione. Inoltre la maggior parte delle zone assegnate agli ebrei erano a maggioranza palestinese che bisognava scacciare per avere campo libero per la successiva colonizzazione. Infatti le ben organizzate milizie ebraiche, che avevano già partecipato alla sanguinosa repressione della rivolta araba del 1936-1939, attuarono la pulizia con massacri (come quelli di Deir Yassin, Tantura, Lidda, ecc.), bombardamenti come quello di Haifa, trasferimenti forzati alle frontiere sotto la minaccia delle armi. Alla fine delle ostilità i sionisti avevano occupato il 78% della Palestina storica cacciandone quasi i tre quarti degli abitanti (tra 700.000 e 900.000 persone).

 

Un breve excursus sulla guerra dei 6 giorni. Quali furono le sue cause e come si concluse?

La “guerra dei 6 giorni” svoltasi nel giugno del 1967, avvenne in seguito ad un aumento continuo di tensioni tra Israele e l’Egitto che si trovava sotto la direzione del governo nazionalista del presidente Nasser. La guerra fu scatenata formalmente a causa della chiusura degli stretti di Tiran, per cui passavano le navi israeliane provenienti dal porto di Eilat. In realtà il piano di Israele era quello di dare un colpo decisivo all’Egitto, obiettivo fallito nella precedente guerra del 1956 in seguito all’intervento del presidente Eisenhower che aveva bloccato l’attacco di Israele, Francia e Gran Bretagna all’Egitto. Israele intendeva inoltre accaparrarsi il restante 22% della Palestina, non ancora in suo possesso. L’attacco israeliano fu fatto di sorpresa e iniziò con la completa distruzione al suolo di tutti gli aerei egiziani. Privi di copertura aerea, i reparti egiziani ammassati al confine furono rapidamente sopraffatti e Israele si impossessò di Gaza e di tutto il Sinai egiziano (che sarà restituito solo nel 1978 in cambio del riconoscimento di Israele da parte dell’Egitto). Contemporaneamente Israele occupò anche la Cisgiordania, sconfiggendo l’esercito della Giordania (alleata dell’Egitto) che la occupava e si impossessò anche delle strategiche alture del Golan appartenenti alla Siria, anch’essa alleata dell’Egitto. La maggior parte del Golan fu poi annesso ad Israele contro il parere dell’ONU e della maggioranza della comunità internazionale. La guerra dei 6 giorni provocò un nuovo esodo immediato di altri 300.000 palestinesi, cui è seguito un esodo progressivo di altri 600.000. Nei territori occupati della Cisgiordania e Gerusalemme Est è proseguito l’insediamento massiccio di coloni ebrei che oggi hanno raggiunto il numero di oltre 700.000, con la cacciata e le espropriazioni forzate a danno dei palestinesi. Anche l’attuale spietato bombardamento di Gaza, con l’annesso ordine di evacuazione di tutto il nord della striscia, che ha causato l’esodo di un milione e 700.000 abitanti, è evidentemente teso a risolvere definitivamente il problema di Gaza, desertificando la zona e scacciandone gli abitanti verso l’Egitto.

 

L'Unrwa è l'unico organismo internazionale che legittima l'esistenza della questione dei profughi. Perché? E cos'è precisamente l'Unrwa?

L’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) è l’agenzia dell’ONU istituita dalla Risoluzione 302 del dicembre 1949, incaricata e finanziata dall’ONU per assistere con cibo, servizi sociali, assistenza medica, istruzione, ecc. i profughi palestinesi. L’UNRWA assiste tuttora oltre 5 milioni di profughi e loro discendenti (di cui più di 3 milioni abitanti in campi profughi posti fuori della Palestina). L’UNRWA non legittima ufficialmente il diritto al ritorno dei profughi, ma con la sua sola presenza tiene aperto il problema del ritorno dei profughi assistendo in forma collettiva e tenendo uniti in comunità molti profughi che sono apolidi non avendo acquisito cittadinanze di stati stranieri, come del resto la maggioranza dei Palestinesi che non hanno un proprio stato. Per questo motivo l’UNRWA è sottoposta a feroci attacchi da parte di Israele che vorrebbe che i profughi fossero abbandonati a loro stessi e costretti a trovarsi una sistemazione stabile altrove.

 

Perché la versione ufficiale sulla questione palestinese, a cui aderisce la maggior parte del mondo dell'attivismo e della solidarietà con la Palestina, denuncia gli abusi e i soprusi di Israele sulla popolazione nativa e la sua terra a partire dalla guerra del '67? La storia ci insegna che la Nakba storica, la pulizia etnica e l'accaparramento violento della terra palestinese da parte di Israele avvennero prima e durante la guerra del '48.

L’attenzione sui problemi della Palestina nei paesi occidentali è sempre partita dall’attitudine di considerare da parte dei politici e dei media ciò che era avvenuto nel 1948 e i confini conquistati con la forza da Israele come fatto ormai consolidato e che non poteva essere messo in discussione. Poco peso veniva dato al fatto che i paesi arabi e vari paesi africani ed asiatici non si adeguavano a questa narrazione. Dopo la guerra del 1967 l’attenzione nel corso degli anni si è progressivamente accentrata sui territori occupati di Cisgiordania e Gaza a causa delle proteste e della resistenza palestinese condotta dall’OLP guidata da Arafat. Questa attenzione è cresciuta dopo la prima Intifada iniziata nel 1987 e dopo gli accordi di Oslo del 1993. Infatti con questi accordi l’OLP si accontentava di trattare solo sul 22% della Palestina costituito dai territori occupati di Cisgiordania e Gaza. Comunque Israele si è rifiutato di sgombrare questi territori, se non in minima parte, non rispettando la Risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 242/1967. Le proteste si sono quindi accentrate su questo persistente rifiuto di Israele di dare seguito agli accordi e sulla progressiva colonizzazione che avveniva contemporaneamente in Cisgiordania.

Oggi la soluzione dei due stati appare pressoché impossibile per la presenza di più di 700.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est, e specie dopo gli ultimi avvenimenti a Gaza. La pace è ancora molto lontana e la risoluzione del problema può avvenire, o attraverso la completa cacciata dei palestinesi (che rimane sempre l’idea base dei sionisti) o con l’accettazione da parte degli israeliani della convivenza con i palestinesi a parità di diritti, rinunciando al loro completo predomino, come fecero i bianchi in Sudafrica.

 

Il cessate il fuoco e lo scambio di cittadini israeliani sequestrati da Hamas con cittadini palestinesi prigionieri dello stato d'Israele, che si sta svolgendo in queste ore, può considerarsi un fatto positivo per Hamas e per il popolo palestinese? Intanto nella Striscia di Gaza è in corso uno sterminio senza precedenti per mano di Israele che ci riconduce al progetto sionista sin dai suoi albori: l'accaparramento di quanta più terra palestinese possibile e la liquidazione del suo popolo nativo.

HAMAS è un acronimo che significa Movimento di Resistenza islamico. Fu fondato nel 1987 dallo sceicco cieco (poi ucciso dagli Israeliani nel 2004) Ahmed Yassin, a partire da precedenti associazioni caritatevoli islamiche non politiche (tipo la Caritas cattolica). In precedenza queste associazioni erano state permesse dallo stato israeliano che sperava così di indebolire i laici dell’ANP, ma dopo la sua trasformazione in movimento di resistenza con un’ala armata, il movimento è stato messo fuori legge. Il movimento ha sempre dimostrato buone capacità politiche. Nel suo statuto era prevista la fine dello Stato di Israele, ma di fatto nelle dichiarazioni di vari capi politici di HAMAS (Al Rantissi nel 2004, Hanieh nel 2006, Meshal nel 2009, ecc.) si evince che in pratica il movimento non si opporrebbe alla creazione di due stati, se Israele riconoscesse i diritti del popolo palestinese e rinunciasse all’annessione della “città santa” di Gerusalemme. Nel 2006, nella prime (e uniche) elezioni tenute in Palestina, HAMAS, di fronte ai fallimenti dell’ANP, conquistò la maggioranza assoluta dei seggi sia in Cisgiordania che a Gaza, ma gli fu impedito di governare in Cisgiordania dove gran parte dei rappresentanti eletti furono arrestati.

L’attuale scambio di ostaggi che avviene mentre queste note sono scritte si presta a diverse e anche opposte considerazioni. Da un lato, dimostra la capacità di HAMAS di essere interlocutore riconosciuto in trattative che coinvolgono Stati Uniti, Qatar, Egitto, Israele, ONU, ecc., senza dimenticare che rappresentanti del movimento sono stati addirittura ricevuti a Mosca, nonostante il precedente atteggiamento non ostile della Russia verso Israele. Dall’altro lato si può pensare che l’ala militare di HAMAS, pur mettendo in conto la reazione israeliana, ne abbia sottovalutato l’incredibile violenza, che sembra voler chiudere definitivamente il problema di Gaza. D’altra parte i precedenti 4 interventi israeliani contro Gaza, costati migliaia di morti palestinesi, indicano che il piano israeliano di progressiva desertificazione della Striscia non si è mai fermato. Il leader di HAMAS Meshal ha commentato che tutte le lotte di liberazione anticolonialiste (come quelle dell’Algeria o del Vietnam) sono costate milioni di morti. Ha persino ricordato i milioni di morti sovietici caduti per respingere il tentativo di colonizzazione nazista.


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