Visalli e Formenti: due libri per ricostruire la classe e la sua coscienza

Visalli e Formenti: due libri per ricostruire la classe e la sua coscienza

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Di Giulia Bertotto per L’AntiDiplomatico

 

Il “contrario” della religione non è il comunismo (che benché abbia preso dalla tradizione borghese lo spirito laico e positivista, è in fondo molto religioso); ma il “contrario” della religione è il capitalismo (spietato, crudele, cinico, puramente materialistico, causa di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, culla del culto del potere, covo orrendo del razzismo).

P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e la società

       

Sabato 20 gennaio Al Biondo Tevere, locale celebre per aver ospitato l’ultima notte pasoliniana, si è svolta la presentazione di ben due libri firmati Carlo Formenti, giornalista scrittore e autore di “Guerra e rivoluzione” e Alessandro Visalli, architetto e dottore di ricerca in Pianificazione territoriale, autore di “Classe e partito”. L’ incontro, con vivace dibattito è stato coordinato da Fabrizio Marchi, docente, fondatore e direttore de L’Interferenza, testata che ha organizzato e promosso l’evento. Si tratta di “Due libri che, potenzialmente, contribuiscono a gettare le fondamenta per la costruzione di quel nuovo partito di classe e socialista che, allo stato attuale, non esiste” spiega Marchi: “Il grande merito, fra gli altri, è quello di infranto quei tabù consolidati nella “sinistra”, sia “liberal” che “radical” (e nelle loro propaggini ideologiche) considerate organiche al sistema neoliberale, capitalista e imperialista dominante e definite dagli stessi autori come sinistre del capitale”.

Marchi: due autori per ricostruire la classe e la sua coscienza

“Questi due libri sono Strumenti (con la S maiuscola), una “cassetta degli attrezzi” per quella che chiamiamo classe. Una classe oggi ultra frammentata, spezzettata, divisa, frantumata in mille rivoli, e soprattutto sprovvista di coscienza di sé, appunto di coscienza di classe (classe che non esiste in sé). E questo per due ragioni: la prima perché la trasformazione sociale avvenuta negli ultimi quarant’anni (a partire dagli anni ’80, quando finisce di fatto il secolo XX ed entriamo nel XXI) è stata profonda, e la seconda perché, contestualmente a tale processo, l’offensiva culturale e ideologica del capitale e dell’ideologia neoliberale è stata potentissima. Oggi chi si sente con orgoglio “proletario”, chi rivendica di appartenere alla classe subalterna? La “classe” è stata trasformata in una massa di persone isolate, anzi, di individui, di monadi isolate le une dalle altre, che non hanno nessuna percezione di sé, appunto, come classe; è il trionfo dell’individualismo liberale e neoliberale. Un trionfo avvenuto a tutti i livelli. Non solo il movimento operaio è stato sconfitto e scompaginato ma anche altre istituzioni. Pensiamo alla Chiesa. Oggi le parrocchie la domenica si svuotano sempre di più e si riempiono i mega centri commerciali. Anche i movimenti populisti – spiegano gli autori -  che pure hanno manifestato un dissenso, negli atteggiamenti e nella postura anche molto radicale, sono rimasti prigionieri dell’ideologia neoliberale, penso ai movimenti “No vax”, contro la gestione politica della crisi pandemica, ai movimenti cosiddetti “sovranisti” e ai quelli come il M5S in Italia e Unidad Podemos (poi Podema) in Spagna che sono rifluiti o nella destra conservatrice o nella “sinistra” neoliberale (Formenti pag. 264 del secondo volume), entrambe articolazioni dello stesso sistema (capitalista e imperialista) dominante.

Questa è la situazione e questa è la prima delle grandi questioni che vengono affrontate nei due libri; è necessario ricostruire la classe e solo contestualmente a questo lavoro sarà possibile ricostruire, o costruire ex novo, un nuovo soggetto che ne incarni e ne rappresenti interessi e bisogni. Un lavoro di una difficoltà inaudita, diciamo pure una impresa improba, date le nostre attuali forze, ma al quale non c’è alternativa” osserva Marchi.

Mario Tronti in “Dello spirito libero” ha scritto che la più grande sciagura della modernità è stata la frattura fra marxismo e cristianesimo, dovuta a una lunga serie di fattori storici impossibili da enumerare in questa sede, prosegue Marchi: “Ma il problema c’è. Pensiamo tutt’oggi alla potenza delle religioni. E’ crollato il muro di Berlino ma tutti i templi delle religioni mondiali sono in piedi, anche se alcuni non godono di buona salute, penso proprio alla Chiesa cattolica in particolare, per un ventaglio di motivazioni (lo dimostra il cedimento dell’attuale pontificato nei confronti dell’ideologia politicamente corretta). E proprio lo stesso Tronti disse una volta: “Non siamo stati capaci di costruire la nostra chiesa”. Ed è sulla scia di questa suggestione che lasciamo la parola ad Alessandro Visalli.

Visalli: il capitalismo come forma religiosa

I due libri dei rispettivi autori, spiega il ricercatore, sono nati da dialogo ed esperienze comuni, da una riflessione collettiva sviluppata negli anni che vanno dalla crisi del 2008, alla crisi greca, verso la battaglia sulla riforma costituzionale in Italia e l’ascesa neopopulista in diversi paesi europei, seguita dalla crisi della stessa. Il titolo “Classe e partito” nasce dall’interrogativo: come possiamo pensare oggi la classe -che non esiste in natura- e come aggregarla in partito? La riposta di Visalli si serve di tre strumenti: Memoria (Benjamin e Il culto del capitalismo, il capitalismo come forma religiosa, il ricordo delle rivoluzioni come eventi complessi e non come necessità, la parabola storica del novecento tra ‘compromesso’, revoca e revoca della revoca) Attrezzi (centralità del lavoro e dialettica tra struttura sovrastruttura in Labriola, lo sviluppo ineguale) e Azioni, la necessità di dismettere il lutto, la ricerca della fantasia concreta nelle trasformazioni del presente che accelerano).

“La prima tesi del libro è che le classi sono singolarità, non esistono fuori dalle dinamiche politiche e sociali di un progetto. La seconda tesi è che nel capitalismo sono ordinate dalla valorizzazione. La terza tesi è che per uscire dalla dominazione del modo di produzione capitalistico occorre proporre una diversa ascesi e trascendenza, perché il capitalismo è un’ascesi e una trascendenza e va dunque capito, può essere battuto solo da una prospettiva che offra una diversa salvezza all’uomo. La storia va perciò pensata come lotta e testamento, con lo scopo di portare alla luce potenzialità inespresse del passato e del futuro. La chiave è allora il lascito, non il progresso. Si manca il bersaglio se si critica il capitalismo solo come modo di produzione, quando è idolatria; il capitalismo è imperniato su un paradossale legame tra dimensione ultramondana e intramondana, ed è fatto totale, come spiega in maniera magistrale Luigino Bruni, teologo ed economista”.

Il capitalismo s-offre una promessa feticista di salvezza attraverso le merci che ci elevano, in una perversa soteriologia del mercato. Non poter mantenere la promessa genera il senso di colpa della mancata salvezza nel proletario-cittadino, che il mercato stesso avrebbe dovuto realizzare.

“La volontà deve essere quindi quella di interrompere la connessione di progressismo e messianismo e conciliare invece materialismo e trascendenza per dissodare il potere. Non si può ripartire dal senso comune, è indispensabile ricostruire classe e partito, e per farlo bisogna comprendere profondamente che non si può fare a meno della trascendenza”. La condizione di possibilità materiale è oggi che la revoca della ricerca della sicurezza, che si è manifestata nell’era neoliberale, scava sotto la base stessa del sistema e fa sì che l’antropologia neoliberale si presenti ormai come zombie. È ora di andare oltre le sue forme ed i suoi rifugi. Essere nuovamente politici, materialisti e populisti ad un tempo.

 

Formenti: reinventare il marxismo

Il saggio “Guerra e Rivoluzione” si sviluppa in due volumi, il primo basato soprattutto su una interpretazione di Lucács, che legge Marx; un recupero di Marx in chiave non deterministica e per questo neppure messianica, ma aperta sul possibile, per costituire quella che l’autore chiama una cassetta degli attrezzi. “Preve considerava infatti Marx hegeliano e idealista, non materialista” spiega Formenti, che propone una lettura di Marx che non cada nell’economicismo come neppure nell’utopismo. “L’unico marxista occidentale capace di aprire elemento di riflessione al di là di un marxismo morto o tradito si trova in “Ontologia dell’essere sociale” del filosofo ungherese” afferma Formenti: Lukacs in questo senso si sforza di separare il materialismo dialettico da quello meccanicistico: se è vero che l'elemento economico è soverchiante, esso tuttavia non influisce sulla coscienza in modo diretto, bensì per il tramite dell'essere sociale nella sua globalità.

Formenti riprende così il concetto lukácsiano (e prima gramsciano), di ideologia, la quale non è e non deve essere falsa coscienza, ma strumento materiale di lotta per strappare il potere alle classi dominanti.

L’autore prende poi in esame diverse questioni attuali: la rivoluzione digitale e i possibili scenari conseguenti con la fine del lavoro come momento apicale dell’egemonia del neoliberalismo, il dirittoumanismo borghese che in Ucraina e in Palestina sta facendo la guerra ai popoli in nome dell’esportazione della democrazia, e che vediamo ferocemente in azione nello stato nazista di Kiev e in quello neofascista di Netanyahu. Nonché una breve riflessione sul femminismo, anzi dei femminismi: ci sono infatti diversi temi e frange del femminismo contemporaneo con i quali misurarsi, su questioni importanti come l’utero in affitto e non certo quelle del politicamente corretto e dell’ideologia woke, che purtroppo hanno un peso mediatico e numeri molto più consistenti.

“Formenti dice ciò che noi diciamo da vent’anni”, incalza Marchi: “non esiste un vero femminismo e un falso femminismo, perché le cose sono quelle che concretamente si determinano (vale per tutto, ovviamente, esempio del comunismo e anche del capitalismo). Il femminismo non nasce a Mosca o a Pechino ma nei campus californiani e nei salotti liberal newyorkesi e contestualmente sbarca in Europa occidentale. Voglio chiarire un punto fondamentale, quello che c’era prima, non era femminismo, ma socialismo, lotta di classe fatta dalle donne. La stessa Luxemburg ha detto parole di fuoco contro le femministe borghesi e le suffragette. Ma il femminismo come ideologia e movimento di massa (in tutte le sue articolazioni) nasce negli anni ’60 del secolo scorso e più si indebolisce fino a crollare il movimento comunista e di classe e più i femminismi si afferma come ideologia dominante nel mondo occidentale”.

Ci si sofferma poi sulla Cina, il paese che secondo il giornalista ha meglio compreso come non ci sia la via per la transizione al socialismo, e che ha saputo “abbassare la carica utopistica coniugando il progetto con le diverse realtà, più all’avanguardia o rurali. Il comunismo cinese si è efficacemente mescolato e fuso con tradizioni popolari, folklore contadino e confucianesimo”. La questione è quindi reinventare il marxismo mettendolo in sinergia con la cultura locale, con usi, credenze e costumi del posto, concretizzando l’universalismo per liberarsi dall’oppressione capitalista.

Concludiamo con la saggezza di Karl Polanyi, economista e antropologo ungherese: la società capitalista ha ridotto tre beni umani -lavoro, terra e denaro- in false merci. Ripartiamo da due libri, una cassetta degli attrezzi e mettiamoci al lavoro; un lavoro forse infinito come un percorso mistico, ma non per questo fallimentare, per riprenderceli.

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto, giornalista per diverse testate online, è laureata in Filosofia a La Sapienza di Roma e ha un master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale, ha scritto due raccolte poetiche, un saggio, e partecipato alla stesura di diversi volumi con altri autori. Svolge e stravolge interviste, recensioni di film e libri, cronache da eventi e proteste. Articoli per sopportare il mondo, versi e rime per evaderlo.

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