Memorandum, una moderna tragedia greca/Atene continuerà a piangere. Ma Roma non riderà di certo

Atene continuerà a piangere. Ma Roma non riderà di certo

 

Memorandum, una moderna tragedia greca. Il libro di Antonio di Siena sarà pubblicato da l'Antidiplomatico nelle prossime settimane

 

 

Per 10 sabati consecutivi come AntiDiplomatico abbiamo avuto il piacere e l’onore di pubblicare i primi capitoli del lavoro editoriale di Antonio Di Siena, “Memorandum, una moderna tragedia greca”, che ripercorre la devastazione sociale, economica, politica e morale di una Grecia occupata dalla Troika attraverso il famigerato Memorandum che proprio in questo mese “festeggia” i 10 anni di vita.  

 

E’ quello della Grecia uno scenario così lontano da noi?

 

In una delle prime interviste della storia editoriale dell’AntiDiplomatico, Costas Douzinas, noto intellettuale greco poi divenuto senatore e presidente della Commissione esteri nella non felice esperienza di governo di Syriza, definì l’esempio greco come “il topo da laboratorio” che la Troika avrebbe poi applicato al resto d’Europa.

 

Conoscere nel dettaglio quello che è accaduto nella culla culturale dell’occidente con il Recovery Fund o Mes 2.0 dietro l’angolo anche per l’Italia, rende il lavoro di Antonio Di Siena (qui per leggere i primi capitoli pubblicati) di fondamentale importanza e attualità. 
 

Alla luce del lavoro editoriale eccellente di Antonio Di  Siena, oltre a quello, sempre pubblicato a capitoli da l’Antidiplomatico, di Fabrizio Poggi sulle fake news legate alla Seconda Guerra Mondiale dal titolo “Contro la falsificazione della storia ieri e oggi”, abbiamo preso una decisione importante per il nostro futuro. Nelle prossime settimane pubblicheremo in prima persona questi due libri completi e sarà il primo passo embrionale di un’esperienza editoriale che inizierà ad allargarsi anche ad altre firme che avete imparato ad apprezzare attraverso il nostro giornale. Tutto questo è stato possibile e potrà concretizzarsi al meglio solo grazie al vostro crescente affetto e, non li dimentichiamo mai, alla gradita pubblicità che ogni giorno troll vari ed eventuali ci regalano.


Nell’editoriale che segue di Antonio Di Siena si delineano proprio tutti i parallelismi e le sinistre analogie con la situazione italiana attuale. 


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Di Antonio Di Siena

 

Nonostante una vicinanza geografica e culturale senza pari con gli altri stati mediterranei, agli occhi della maggioranza degli italiani la devastante crisi greca è apparsa come un fenomeno lontano. I cui riflessi, al più, avrebbero potuto avere ricadute indirette (e limitate) sulla nostra economia.


A dieci anni dall'inizio delle scellerate politiche di austerità promosse dalla Troika e sperimentate su persone in carne ed ossa, il tessuto socio-economico italiano non è ancora collassato come successo dalle parti di Atene, ma ha comunque subito il forte scompenso di tutti i principali aggregati macroeconomici. Dal drastico calo del prodotto interno lordo e del PIL pro capite al crollo della domanda interna. Con conseguenti chiusure e fallimenti di tante piccole e medie imprese, delocalizzazioni e licenziamenti. E quindi un forte aumento di precarizzazione del lavoro, disoccupazione povertà esclusione sociale ed emigrazione giovanile. 


Ciononostante sui nostri organi d'informazione “esperti” ed opinionisti continuano a ripetere che no, l'Italia non è la Grecia e non potrà mai fare la stessa fine. E che il MES “ha fatto anche cose buone”.


Too big  to fail” è una frase strausata per riferirsi all'Italia e alla sua impossibilità di fallire senza trascinare nel baratro decine di altri paesi.


Ma c'è un dettaglio che spesso viene dimenticato (al netto del fatto che affermare che il MES abbia avuto anche effetti positivi è una squallida menzogna smentita pure dai sassi): la Grecia, tecnicamente, non è mai fallita.


E i 325 mld di “aiuti” erogati da UE e FMI sono serviti esattamente a questo: a non farla fallire. O meglio, a non far fallire quel sistema di investimenti e speculazioni che dal default greco sarebbe uscito a pezzi. Principalmente gli istituti di credito tedeschi, olandesi e (in parte minore) francesi che avevano massicciamente investito in titoli di Stato greci, venduti a propri clienti perché altamente remunerativi. Sistema bancario che, in barba alla propaganda dominante, ha drenato la grandissima parte del prestito, visto che nelle casse dello Stato ellenico è arrivato solo il 5% dell'importo complessivo stanziato con i tre memorandum. Tutto il resto è finito ai vecchi e nuovi creditori, non di certo nelle tasche dei cittadini. Non a caso in tutto il periodo della crisi i greci si sono fortemente impoveriti. A differenza degli investitori del paesi del nord che hanno visto accrescere il patrimonio investito.

 

Un piano di “salvataggio” insensato che ha causato un disastro umanitario impensabile solo pochi anni prima.  Ma al contempo ha consentito di squarciare quel velo di menzogne che induceva moltissimi cittadini europei a credere che, all'interno dell'UE, le condizioni di uno Stato membro non dipendessero dal funzionamento dell'Unione stessa.


La crisi greca infatti ci insegna che dentro eurozona il rischio default di uno Stato sovrano non è dato tanto dalla effettiva solvibilità dello stesso, quanto invece dalle scelte politiche che da questo discendono. E che la solvibilità non ha a che fare soltanto con i conti pubblici ma anche con la speculazione finanziaria, quella certosina opera di sciacallaggio orientata dall'onnipresente spread. Il famoso differenziale che se lasciato libero di fluttuare è in grado di innescare crisi economiche devastanti e cambi di governo assimilabili a golpe bianchi.


Follie che indicano inequivocabilmente il carattere insensato di quel modello economico che qualcuno ancora ritiene “il migliore possibile”, un sistema in cui uno Stato si può ritrovare improvvisamente senza l'accesso al mercato credito - quindi senza soldi – e costretto a ricorrere agli usurai legalizzati.


Una condizione in cui a breve rischia di ritrovarsi anche l'Italia la quale, per uscire da una recessione decennale, avrebbe bisogno di importanti manovre anti-cicliche e una consistente iniezione di denaro pubblico. Scenario semplicemente impossibile dentro l'eurozona le cui istituzioni propongono come soluzione alternativa gli stessi fallimentari strumenti già sperimentatati in riva all'Egeo, primo fra tutti il MES.


Per tale ragione ripercorrere alcuni eventi di questa “moderna tragedia greca” non è soltanto un doveroso esercizio di memoria, ma serve a comprendere le conseguenze umane dell'acritica aderenza ai - solo apparentemente ottusi - dettami del modello liberista.


Una storia attualissima, per quanto vecchia di un decennio, resa possibile anche grazie al sostegno popolare alla religione dei nostri tempi: l'europeismo. Quella corrente teologica e fideistica che, in barba a qualunque dimostrazione empirica, nega agli Stati la possibilità di governarsi autonomamente.  Nel cui nome è stata perpetrata una macelleria sociale indegna per un paese del sedicente occidente “civile” che, anziché essere denunciata, è stata fin da subito oggetto di revisionismo storico e di tentativi, più o meno maldestri, di sminuirne la portata. Stolidamente difesa da chi non comprende che la natura degli strumenti anti-crisi di cui l'UE si è dotata non hanno mai avuto l'obiettivo di aiutare i cittadini, quanto piuttosto di forzare lo stravolgimento quegli ordinamenti giuridici che quei cittadini hanno deciso di darsi.


Perché la devastante crisi greca (ma il discorso vale per ogni altra crisi dell'eurozona) si sarebbe potuta quantomeno fortemente limitare consentendo alla BCE di agire come qualunque altra Banca centrale. Non lo si è fatto.


E non a causa di impedimenti tecnico-economici, ma esclusivamente in virtù di precise scelte politiche. Sulla base delle quali si è preferito creare istituzioni ad hoc come la Troika e meccanismi di sostegno come il MES - inesistenti in qualunque altro Stato del mondo - perché con tutta evidenza l'Unione europea (e quindi i Paesi che la governano) li hanno ritenuti i più efficaci. Ma che al popolo greco non sono serviti di certo.


Quindi, in ossequio alla moderna legge del “se non serve a niente allora serve a qualcos'altro”, diventa fondamentale comprendere perché, dopo quel disastro, lo spread venga ancora venerato come l'oracolo di Delfi e il MES tutt'oggi considerato un valido strumento di sostegno economico ai Paesi in difficoltà.


E questo accade per una lapalissiana banalità.


Lo spread e il MES infatti, per quanto vengano spacciati per più che idonei strumenti economici, altro non sono che espedienti dalla natura interamente politica. Funzionali a dimissionare maggioranze parlamentari sgradite (per quanto democraticamente elette), governare i Paesi “indisciplinati” obbligandoli al rispetto dell’impianto ideologico liberista dell’UE e soprattutto a riformare radicalmente quei modelli costituzionali dal chiaro imprinting socialista nati dopo la seconda guerra mondiale.


Per lo Stato imprenditore, per sanità pubblica, istruzione gratuita e il sistema di welfare universalistico non dev'esserci più spazio. Il privato, la finanza e il mercato devono stare sopra ogni cosa. Anche a costo di passare sopra la pelle delle persone e trasformare un paese europeo in uno del terzo mondo.


Un epilogo drammatico a cui gli italiani rischiano di andare tragicamente incontro se non prendono coscienza che il problema non è economico, ma esclusivamente politico.


Perché la Grecia non è fallita, è stata lasciata fallire. Trascinata a un millimetro dal baratro da quegli stessi mercanti che a garanzia del prestito accordato le hanno chiesto una libbra di carne per ogni cittadino greco. Se accetteremo il ricatto degli usurai faremo anche noi la stessa fine.


E Atene continuerà a piangere, ma Roma non riderà di certo.

 

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