"Equiparare l’antisionismo all’antisemitismo permette ad Israele di agire senza limiti"

"Equiparare l’antisionismo all’antisemitismo permette ad Israele di agire senza limiti"

Intervista a Frank Barat, attivista francese esperto della situazione palestinese

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– Articolo di Michele Metta –

 

Frank Barat, attivista francese, autore e produttore cinematografico. Dal 2008 al 2014, è stato il coordinatore Tribunale Russell per la Palestina. Ha curato libri di Noam Chomsky, Ilan Pappé, Ken Loach, Marc Lamont-Hill e Angela Davis. È stato membro fondatore del Festival Ciné-Palestine, che si svolge a Parigi, e del Palestine with Love Festival, a Bruxelles.

È il creatore e conduttore di Let’s Talk It Over (http://cutt.ly/FkjcqP3), programma mensile nel quale parlano Yanis Varoufakis, Ken Loach, Roger Waters and Brian Eno.

Il suo indirizzo su Twitter è: @4frankbarat.

 

MICHELE METTA: Una domanda sulla Gran Bretagna; ma anche sulla Palestina, ovviamente. Nel settembre 2018, Jeremy Corbyn, allora leader del Partito Laburista britannico, dichiarò che avrebbe immediatamente riconosciuto uno stato palestinese se fosse stato eletto alla guida del Paese. Da quel momento iniziò una pesante campagna, volta a delegittimare Corbyn. Fu accusato ingiustamente di antisemitismo e questa affermazione completamente falsa gli costò cara. Perse le elezioni. Vedi una connessione diretta tra queste false accuse di antisemitismo e la determinazione di Jeremy Corbyn per riconoscere uno Stato palestinese?

 

FRANK BARAT: Sì, senza dubbio. Essere definito antisemita, è qualcosa che nessuno desidera, perché marchierà per sempre ogni aspetto della tua vita e anche quel che si dirà di te una volta morto. E i sostenitori di Israele, questo lo hanno compreso molto bene. Jeremy è una delle molte figure di pubblico rilievo accusate di antisemitismo per il semplice fatto di aver deciso di stare dalla parte dei diritti umani dei palestinesi. Altrettanto è accaduto a Ken Loach, Roger Waters, Angela Davis, Judith Butler, Brian Eno, Michael Rosen … e a tantissimi altri attivisti meno noti. Puoi avere una idea di questo attraverso l’annuncio che il New York Times ha ospitato sulle proprie pagine appena pochi giorni fa, attaccando la cantante Dua Lipa e le sorelle [top-model Bella e Gigi] Hadid per le loro posizioni filo-palestinesi. È incredibilmente scioccante e disgustoso, ma è purtroppo una strategia ben collaudata delle lobby israeliane e dei sostenitori di Israele in generale. Il problema è che è in procinto di affacciarsi qualcosa di persino peggiore. Molte nazioni nel Mondo stanno tentando di far passare Leggi che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Tradotto nel modo più diretto possibile, significa equiparare qualunque critica alle politiche israeliane all’antisemitismo. Tutto questo è enormemente pericoloso sia per la libertà di parola e di espressione delle proprie idee, ma, cosa ancora più importante, è pericoloso anche perché rafforza i paladini del vero antisemitismo, poiché ne faranno arma per dire che Israele, il cosiddetto Stato ebraico, si crede libero di agire senza limiti. Ma un altro problema non da poco è che allontana la discussione dal vero tema, che sono le sofferenze che piagano il popolo palestinese, e lo trasforma in una discussione sulle accuse di antisemitismo che pioveranno qui in Occidente. Il Movimento per la solidarietà con il popolo palestinese deve così sforzarsi ogni giorno di più per ricondurre il dibattito nella giusta direzione, facendo sì che il tema resti viceversa sempre quel che accade lì, nei territori, e cioè le politiche israeliane di apartheid, l’occupazione e la colonizzazione.

 

MM: Di recente, ho scritto un articolo sul Rapporto di Human Rights Watch. Accusa le autorità israeliane di abusi contro i palestinesi. Queste politiche – afferma il rapporto, sulla base di prove lampanti – stanno dando luogo ai crimini di apartheid e persecuzione. È di questi giorni il brutale attacco armato israeliano contro la Palestina. Per favore, un tuo commento su questo Rapporto e questo attacco.

 

FB: Questo Rapporto, è certamente benvenuto. Tuttavia, giunge in netto ritardo. Che le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi recano il marchio dell’apartheid, lo avevano già denunciato da decenni le organizzazioni palestinesi e i rappresentanti del popolo palestinese. Io stesso ho fatto parte del Tribunale Russell per la Palestina, e questo mio impegno mi ha messo a strettissimo contatto con molti gruppi palestinesi e ONG che con me hanno collaborato. Il concetto di separazione è concretamente assai chiaro nel bill of rights israeliano. In lingua ebraica, è definito dalla parola Hafrada. È proprio lì, nella Costituzione israeliana. Il nostro Rapporto su apartheid e persecuzione [di Israele contro i palestinesi] è datato 2010. Significa oltre dieci anni addietro. Ma, come già detto, meglio tardi che mai. Questo Rapporto [di Human Rights Watch] e quello emesso da B'tselem, [il Centro israeliano di informazione sui diritti umani nei territori occupati], sono davvero molto, molto importanti perché servono a cambiare il tipo di narrazione, facendo comprendere che non si tratta di uno scontro, “un conflitto tra due popoli in lotta per lo stesso lembo di terra”, ma di politiche [israeliane] istituzionalizzate di discriminazione razziale, apartheid e persecuzione. Inutile parlare di soluzione a due Stati, se non capiamo che è in piedi un sistema di dominio creato per privilegiare un popolo rispetto a un altro. Esattamente come avvenuto in Sudafrica, la lotta in atto in questo momento è quella per porre a termine una situazione di apartheid. Punto. Siamo a uno snodo cruciale, perché non solo ciò mette in mano ad attivisti e palestinesi strumenti importanti con cui operare, ma anche perché stiamo lentamente vedendo persino in occidente i mezzi di comunicazione di massa finalmente iniziare a pronunciare queste parole che erano un totale tabù appena cinque anni prima. Infine, occorre certamente dire in maniera esplicita che apartheid e persecuzione sono crimini contro l’umanità. Si tratta, cioè, di crimini di gravità estrema, che la Legge internazionale pone sullo stesso livello del genocidio. Dobbiamo fa sì che le nazioni e le istituzioni europee ne prendano atto.

 

MM: Qual è l'impatto del Covid-19 sulla vita quotidiana dei palestinesi? È vero che esiste una discriminazione israeliana contro i palestinesi riguardo i vaccini?

 

FB: Ho appena finito di parlare di apartheid. Quel che accade con la pandemia e con il vaccino si attaglia totalmente a tale definizione. Nel mentre il Mondo proclama che Israele è il primo Paese a essere riuscito a vaccinare per intero i propri cittadini, omette di dire che milioni di palestinesi, per colpa delle imposizioni israeliane, non sono stati ancora vaccinati. Un oltraggio, del quale il governo israeliano mostra di non preoccuparsi assolutamente. Il suo obiettivo di apartheid è evidente, in linea con le politiche di insediamento colonialista. C’è il desiderio di sbarazzarsi della popolazione indigena. Il problema, per Israele, è che secondo il Diritto internazionale, un potere occupante ha il dovere di approntare le cure necessarie per il popolo occupato. Ma, purtroppo, queste restano solo parole, mostrando i limiti di quel che il Diritto internazionale riesce davvero a mettere in pratica allorquando un Paese come Israele gode di un tale grado di impunità.

 

MM: Tempo fa, ho intervistato Mohammad Amer, un ostetrico palestinese. Durante quell’intervista, ha detto che Israele sta portando avanti una guerra demografica contro il suo popolo. Ha concluso la sua intervista dicendo che ogni volta che aiuta una donna palestinese a dare alla luce un nuovo bambino palestinese, è una vittoria speciale per lui. In effetti, tornando a Human Rights Watch, quel Rapporto evidenzia che, nel 2003, la Knesset ha approvato la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele, e che tale Legge vieta la concessione della cittadinanza israeliana ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sposino israeliani. Questa legge, rinnovata ogni anno da allora e confermata dalla Corte Suprema israeliana, nega il diritto di vivere con il loro partner in Israele ai cittadini ebrei e palestinesi che scelgano di sposare palestinesi. Questa restrizione, basata esclusivamente sull’identità palestinese del coniuge, non si applica quando gli israeliani sposano coniugi non ebrei della maggior parte delle altre nazioni straniere. Cosa ne pensi?

 

FB: Certo, è la realtà. Ma in quanti la conoscono? Il Mondo, la pubblica opinione, hanno bisogno di sapere tutto questo. Perché è purtroppo la conseguenza del fatto che Israele si sia autodefinito Stato ebraico. Questa definizione comporta il bisogno di una maggioranza ebraica. E quindi, più ebrei e meno “altri”. E come lo consegui? Le opzioni non sono molte. La prima, è sbattere fuori o palestinesi, i non ebrei. Israele ha iniziato a farlo nel 1948, e poi daccapo nel 1967, e così continua a fare tutt’oggi in [due zone di Gerusalemme], Sheikh Jarrah e Silwan … Un’altra soluzione ancora è quella di uccidere i non ebrei. Il governo israeliano sta bombardando Gaza ormai ogni paio d’anni, e in questo modo – è fondamentale, dirlo – sono state uccise oltre 400 persone, lì, tra il cessate il fuoco del 2014 e quello odierno. Ma i palestinesi continuano a morire anche quando le bombe non cadono. Infine, veniamo a quello di cui tu parli nella tua domanda: l’impossibilità per un ebreo di sposare un non ebreo. Ecco come riesci a far sì che la popolazione [di Israele] sia a maggioranza ebraica. Oh, stavo per scordarne un’altra. Aliyah. Il ritorno, che consente a qualunque ebreo del Pianeta che lo desideri di andare a vivere in Israele. Sono state messe in atto grosse campagne da parte del governo israeliano e di agenzie governative collegate a Israele, facendo grancassa sul mantra “questa è la tua terra, quella cui appartieni, dove starai al sicuro”. Queste campagne, alla fine, hanno avuto successo, conducendo, in conclusione, ad uno Stato ebraico etnocentrico che discrimina e discriminerà chiunque ebreo non sia. È la sua natura per sua stessa definizione.

 

MM: Un documento dell'FBI ora declassificato ha rivelato che Netanyahu ha cospirato per alterare il risultato del voto delle elezioni presidenziali statunitensi nel 2016 a favore di Trump. Anche a questo documento, ho dedicato un mio articolo. Secondo te, perché i media mainstream statunitensi stanno quasi ignorando questa notizia?

 

FB: Era ovvio per chiunque che Netanyahu volesse Trump al potere. Quindi, il fatto che abbia cospirato affinché fosse letto, non è una sorpresa. I media mainstream degli Stati Uniti, le corporations mediatiche, sono certamente parte del problema quando il tema è la Palestina. Inquinano la verità del racconto, portando avanti la favola dei due popoli e una sola Nazione. Ma, sia pure lentamente, le cose stanno cambiando. Nelle scorse settimane, per esempio, il New York Times ha pubblicato articoli che mai sarebbero usciti già solo l’anno scorso. La CNN ha ospiti che mai avrebbe invitato l’anno passato, e li lascia parlare. Parlare di apartheid, persecuzione, pulizia etnica, nabka [l’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi dai territori occupati da Israele nel 1948]. Sì, lentamente, ma con certezza, le cose stanno cambiando su tutti i fronti. Tornando al discorso su Trump, se è indubbiamente vero che sia stato del tutto accondiscendente verso Israele e Netanyahu, occorre però essere onesti e precisare che non c’è stato Presidente, dalla metà degli anni Ottanta in poi, che non sia stato fortemente a favore d’Israele. Certo, magari con parole differenti, ma, in pratica, il sostegno era sempre lo stesso. Stessa quantità di soldi a foraggiare Israele ogni anno, stesso ricorso al veto contro le risoluzioni dell’ONU [contrarie a Israele]. Gli Stati Uniti potrebbero mettere fine a questo “conflitto” in un solo minuto, se solo davvero lo volessero. Ma la verità è che non vogliono. Tuttavia, anche qui, finalmente si iniziano a vedere dei cambiamenti persino all’interno stesso del Partito Democratico. Il sostegno incondizionato a Israele sta iniziando ad andare in frantumi.

 

MM: Conosco molto bene la storia di Atalya Ben Abba, una giovane donna israeliana che è diventata obiettore di coscienza e si è rifiutata di prestare servizio nell'esercito israeliano perché disgustata dall'occupazione israeliana della Palestina. Ho intervistato Molly Stuart, autrice di un breve documentario su Atalya. Pensi che persone come Atalya siano un segno di speranza?

 

FB: Ma assolutamente sì. Gli israeliani che lottano per la giustizia in Palestina non sono molti, ma ci sono. E affrontano ripercussioni notevoli per questa loro decisione. Non scordiamoci che, in Israele, l’Esercito è considerato sinonimo di famiglia. È parte della vita quotidiana. Tutti sono arruolati. E fino al compimento dei 51 anni, tutti gli israeliani sono considerati riservisti. È stato l’Esercito a creare Israele. Di conseguenza, andare contro è molto, molto difficile, e si finisce con l’essere ostracizzati dalle proprie stesse famiglie, se lo fai. I giovani israeliani subiscono il lavaggio del cervello fin dall’infanzia, facendo loro credere che gli arabi (non dicono mai palestinesi) sono il male, il peggior nemico di tutti, che devi ucciderli, se non vuoi che ti uccidano. E anche il sistema scolastico contribuisce a alimentare questa propaganda. Quindi, sì, ben venga la speranza dovunque essa sorga, anche se, per me, la migliore fonte di speranza sono i giovani palestinesi con quel che abbiamo visto accadere nelle zone di Sheikh Jarrah ma anche di Silwan, e la solidarietà a Haifa, Lyd, Nazareth …. I palestinesi sono uniti, il suo popolo lo è, e questo sta rendendo le autorità palestinesi piuttosto irrilevanti. I giovani sono il futuro; la vera speranza.

 

MM: Hai un commento su Mordechai Vanunu, l’ex tecnico nucleare israeliano e attivista per la pace che, per via della sua opposizione alle armi di distruzione di massa, ha rivelato i dettagli del programma di armi nucleari di Israele alla stampa britannica nel 1986? Te lo chiedo perché ancora oggi è vittima di pesanti e totalmente arbitrarie restrizioni della propria libertà, e un tuo commento sarebbe importante.

 

FB: Mordechai Vanunu ha messo a nudo qualcosa che si sapeva da anni. Che Israele è una potenza nucleare. Una verità che si pretende sia taciuta. La conseguenza è che Mordechai ne ha pagato il prezzo. Siamo sempre lì. Quando è stata l’ultima volta che i media mainstream hanno affrontato questa questione? Non ne parlano. Frattanto, in concreto, lì nella regione, questo aumenta a dismisura la superiorità militare di Israele nei confronti di tutti gli altri Stati del Medio Oriente. Ma non è il tipo di storia che Israele ama si sappia, perché porrebbe fine alla loro retorica di David contro Golia.

 

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