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Franco Cfa, il PD elogia il sistema a cambi fissi che penalizza lavoratori e masse popolari

 


di Fabrizio Verde
 

Nella foga di voler a tutti i costi smontare le sacrosante denunce effettuate da Di Maio e Di Battista circa il ruolo coloniale della Francia in Africa che utilizza il Franco Cfa per controllare, di fatto, le economie di ben 14 paesi africani, il Partito Democratico ha finito per confermare ancora una volta, ove mai vi fosse bisogno di ulteriore conferma, di essere il partito italiano più schiacciato sulle posizioni dell’establishment franco-tedesco che ha gettato l’intero Vecchio Continente nell’attuale e non di certo rosea situazione. 

 

Tal Luigi Marattin, capogruppo PD in Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ed ex consigliere economico di Palazzo Chigi all’epoca del governo Renzi, ha bollato le denunce degli esponenti pentastellati come «cialtronate». Aggiungendo che il Franco Cfa rappresenta solamente un sistema a cambi fissi di cui beneficerebbero le economie dei paesi africani aderenti. 

 

Andiamo quindi a vedere se un sistema a cambi fissi, come avviene il Europa con l’Euro, porta davvero questi decantati benefici o invece crea squilibri e problemi in quelle fasce di società che il Partito Democratico non solo non rappresenta più, ma bensì ci lavora contro. 

 

Diminuzione dei salari, esportazioni e produzione in calo, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte. Come accaduto all’Italia con l’adesione all’euro che ha rappresentato un aggancio della Lira al Marco tedesco. Questo è quanto avviene negli Stati africani aderenti al Franco Cfa che è agganciato all’euro. 

 

Evidentemente come affermava Antonio Gramsci «la storia insegna ma non ha scolari».

Visto che anche l’Italia prima dell’euro ha vissuto una situazione simile quando Benito Mussolini alla metà degli anni 20’ decise una politica di rivalutazione della Lira nei confronti della Sterlina. A quel tempo valuta mondiale di riferimento. 

 

Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l’obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L’obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l’introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.

 

Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29′ in arrivo dagli Stati Uniti d’America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l’approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.

 

Nel 1930 i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all’anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell’intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».

 

Siete proprio sicuri che un sistema a cambi fissi dove non potendo effettuare svalutazioni sulla moneta viene svalutato il lavoro sia preferibile? Gli economisti alla Marattin ci dicono che porta stabilità, ma la domanda è per chi? A chi conviene? Non di certo ai lavoratori ed alle masse popolari che ormai il Partito Democratico odia apertamente.

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