I tre fronti aperti da Joe Biden

I tre fronti aperti da Joe Biden

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di Fulvio Winthrop Bellini* - 30 novembre 2022

 

Prima premessa: una nuova epoca storica è cominciata

Sono necessarie, a mio avviso, alcune premesse per fare chiarezza sui risultati delle importanti elezioni di medio termine avutesi negli Stati Uniti d’America l’8 novembre scorso. Queste premesse si rendono indispensabili a causa della cortina di fumogeni che i mass media di regime, soprattutto qui in Italia, hanno steso per minimizzare l’importanza del giudizio che gli elettori americani hanno emesso nei confronti della politica del Presidente Joe Biden sia domestica sia estera, che nel secondo caso si è concretizzata nel sostegno incondizionato al regime del presidente-attore-burattino Volodymir Zelensky. Grazie al fiume di denaro e di armi inviate al regime nazistoide di Kiev, Washington ha potuto parallelamente perseguire la sua strategia principale di aggressione finanziaria nei confronti dell’Unione Europea grazie ai prezzi gonfiati di energia e materie prime, mentre dall’altro capo dell’Oceano, la comunità politica europea sta collaborando con l’aggressore americano, porgendo il collo dell’economia comunitaria alla mannaia dell’inflazione del dollaro. Paesi altrettanto importanti per gli Stati Uniti, però, non desiderano fare la medesima fine di Bruxelles: la Cina, ad esempio, si sta attrezzando per una nuova stagione di conflitti globali, come emerso dall’ultimo congresso del Partito comunista cinese che ha visto la straordinaria riconferma per il terzo mandato di Xi Jinping. Le elezioni di medio termine sono state un giudizio che la classe dirigente americana, tramite il voto per il rinnovo totale della Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato, ha emesso nei confronti della strategia della Casa Bianca di guerra su tre fronti, che vedremo più avanti.

La valutazione elettorale emessa l’8 novembre è rilevante perché rilevanti sono i tempi nei quali siamo entrati “ufficialmente” a partire dal 2020 con la pandemia del Covid-19 nel primo biennio e la successiva guerra in Ucraina del 2022. Di quali tempi straordinari stiamo parlando? Il 9 agosto 378 si svolse la fondamentale battaglia di Adrianopoli nella Tracia tra le legioni romane dell’imperatore d’Oriente, Valente, e le orde barbariche del re visigoto Fritigerno. L’esito di quello scontro fu il totale annientamento dell’esercito romano, inclusa la morte sul campo del sovrano, e da quel momento fu definitivamente chiaro alla classe dirigente di allora che non era più possibile fermare militarmente le invasioni dei barbari lungo gli estesi confini dell’Impero. Si apriva, quindi, un nuovo scenario dove le vecchie regole di gestione interna del potere e degli equilibri tra le diverse élite romane, ad esempio tra quella occidentale e quella orientale, oppure del rapporto da tenere nei confronti del crescente ruolo politico dei cristiani, oppure ancora sull’affidamento da dare all’effettiva capacità militare delle legioni, non funzionavano più. Alla fine della giornata di Adrianopoli, però, nessuno era in grado di sapere quali sarebbero stati i confini e le regole del nuovo scenario, si sapeva solo che quelle vecchie, anche ereditate dall’epoca repubblicana, non erano più valide. La centralità di Roma tramontò definitivamente e le capitali imperiali si spostavano alla bisogna tra Milano, Ravenna e Costantinopoli; l’ostilità religiosa ai danni dei cristiani ancora sotto l’imperatore Flavio Claudio Giuliano (331-363) si tramutò nel suo contrario pochi anni dopo sotto Flavio Teodosio Augusto (379-395); il tramonto della forza militare romana obbligò alla fatale devoluzione della direzione degli eserciti imperiali ai generali barbari. In sintesi, ad Adrianopoli si capì che per l’Impero di Roma era giunto l’inizio della sua fine, ma nessuno era in grado di prevedere modalità e tempi che, come noto, furono la liquidazione dell’Impero d’Occidente e la sopravvivenza di quello d’Oriente attraverso una gestazione di crisi e guerre durata ben 98 anni dal 378 al 476, la deposizione dell’ultimo imperatore di “ponente” Romolo Augustolo. A mio avviso, il 2020 è stato come il 378, ci troviamo all’inizio della fine dell’impero americano, ma tra i due sostantivi vi è un mondo sconosciuto in termini temporali, di modalità e soprattutto di prezzo da pagare per tutti noi. Sono ignoti gli anni che ci vorranno perché uno dei becchini attualmente presenti sulla scena, Cina e Russia, si decidano oppure siano effettivamente in grado di sotterrare l’impero americano zombi; abbiamo appena visto che la fase finale dell’agonia dell’Impero romano durò quasi un secolo. Sono ignote le “regole del gioco” di questo nuovo periodo storico; ad esempio, nell’Europa del secondo dopoguerra siamo stati abituati ad un lungo periodo di pace all’insegna della democrazia liberale, inseriti in uno scenario economico e di welfare dove i nati degli anni Cinquanta sono mediamente invecchiati migliorando il loro livello di vita rispetto alla loro infanzia. Nello scenario attuale stiamo assistendo al fenomeno contrario: alle evidenti manifestazioni degenerative del sistema economico, dove il capitale finanziario ha preso il sopravvento su quello produttivo, fa da contraltare la degradazione della democrazia liberale in una particolare forma dittatoriale del “partito unico”, il quale si maschera in diversi schieramenti alla vigilia delle elezioni, ormai recita alla quale sempre meno cittadini credono. Il risultato di questo processo si concretizza nel fatto che chi è nato agli inizi degli anni Duemila invecchierà più povero rispetto alla sua infanzia. Infine, non sappiamo quale sarà il prezzo che l’umanità dovrà pagare in questo periodo di profonda crisi; il passaggio di consegne tra l’impero britannico e quello americano, ultimo in ordine di tempo, è durato circa cinquant’anni, è costato due guerre mondiali e circa 100 milioni di morti tra vittime militari e civili, soprattutto in Europa.



Seconda premessa: l’arma atomica è “comunista” per definizione 

È molto probabile che se non esistesse la bomba atomica almeno una terza guerra mondiale si sarebbe già avuta. La presenza di vasti arsenali nucleari sparsi per il mondo sta impedendo che le contraddizioni tra le potenze abbiano il loro terribile ma necessario sfogo in un conflitto militare come successo per due volte nel XX secolo. La necessità dello stato di guerra, poi, è tipica dell’impero decadente che deve difendere le sue posizioni sempre più indebolite nei confronti degli antagonisti che sono tali per definizione, in quanto si trovano nella loro fase economica, sociale e politica ascendente. I presupposti economici e finanziari che concedono lo status di grande potenza, e le ragioni per le quali tale status si perde, sono stati esaurientemente spiegati nella classica opera di Paul Kennedy, Ascesa e Declino delle Grandi Potenze, poderoso volume edito nel 1987 nel quale, in modo ovviamente involuto dato il suo ruolo di docente di Storia Internazionale a Yale, pronosticava la fine del mondo bipolare retto da URSS e Stati Uniti già alla fine degli anni Ottanta. Dopo il secolare avvicendarsi dei grandi imperi dell’evo moderno, dalla Spagna degli Asburgo alla Gran Bretagna dei Windsor, Kennedy rilevava come, anche se in modo diverso, gli indicatori macro economici, finanziari e tecnologici, e soprattutto l’eccessiva aliquota di PIL destinata alle infruttifere spese militari, avrebbero condannato Mosca e Washington a perdere il grado di grandi potenze a favore di quelle in ascesa, che negli anni Ottanta dello scorso secolo erano CEE, Giappone e anche la Cina se pur nella sua fase veramente inziale. L’auto liquidazione dell’URSS del 1990 ha concesso agli Stati Uniti altri trent’anni di splendore artificiale, che si sono esauriti con l’inizio degli smottamenti inflazionistici del dollaro della fine degli anni Dieci di questo secolo. La notevole analisi del professore di origine irlandese, è stata confermata anche dai fatti successivi alla pubblicazione della sua opera principale. Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno sempre tenuto un alto profilo militare dal conflitto di Corea del 1951 alla guerra civile siriana del 2011-2017.

Tuttavia, la presenza dell’arma atomica ha sempre impedito a Washington di far evolvere conflitti locali e limitati in una guerra mondiale, e a causa di questo impedimento ha dovuto implementare forme alternative di guerra: quella terroristica, quella informatica, dei flussi immigratori, quella biologica, dell’informazione, eccetera (a tale proposito si veda il libro Guerra senza limite di Qiao Liang e Wang Xiangsui). Soprattutto gli Stati Uniti si sono dotati dell’arma suprema, al pari della bomba atomica, a partire dal 1971: il dollaro inconvertibile in oro. Tuttavia, un’eredità dell’epoca della Guerra fredda è giunta ancora più rafforzata ai nostri giorni: si tratta del concetto di il M.A.D. ovvero del Mutual Assured Destruction, ed è tale eredità che sta dilazionando nel tempo la soluzione finale delle contraddizioni tra le potenze, aumentandone però la possibile carica devastatrice in quanto compresse, similmente ad una pentola a pressione che cuoce a tempo indeterminato senza mai poter sollevare la valvola di sfiato. Abbiamo parlato di regole sconosciute da individuare nel nuovo scenario, abbiamo ora scoperto che gli Stati Uniti debbono capire, laddove sia possibile, come superare il concetto di M.A.D., e tale superamento è il tema principale per le classi dirigenti occidentali, perché li riguarda in prima persona, a differenza, ad esempio, del tema del deterioramento climatico, in quanto esiste sempre un luogo sulla terra che assicura gli alti standard di vita propri della loro classe, mentre il resto delle persone subisce i danni di siccità e carestie. In altre parole, se il sommergibile russo K-329 Belgorod da 25.000 tonnellate, dotato di due reattori nucleari, profondità operativa 250 metri, 110 uomini d’equipaggio, capace di navigare senza emergere per 120 giorni lanciasse improvvisamente tutti i 6 siluri della classe Poseidon in dotazione, ognuno dei quali dotato di testate atomiche, ad esempio sulla città di Londra attraverso il Tamigi, insieme agli inermi cittadini brucerebbero, in ordine di apparizione: Re Carlo III, la sua augusta famiglia, i membri delle camere dei Lord e dei Comuni, il governatore della Banca d’Inghilterra nonché i signori del denaro che lavorano nella City. Se anche riuscissero a fuggire nei rifugi anti atomici già predisposti solo per loro, dovrebbero successivamente riemergere alla luce dovendo vivere in un luogo reso invivibile dalla devastazione nucleare e all’interno di nuove regole sociali “primordiali”, che non riconoscerebbero la loro posizione originaria. Identico discorso si può fare se il Belgorod dovesse posizionarsi a largo di New York, piuttosto che di Washington o di Boston. Scenari apocalittici e quasi fantascientifici, ma sono gli unici che hanno trattenuto l’amministrazione Biden, ad esempio, dal dare l’ok al suo burattino Zelensky per lanciare la propria bomba sporca, ordigno convenzionale ricco di elementi radioattivi, sulla testa dei russi: “Il Cremlino: Kiev potrebbe utilizzare una bomba sporca. Zelensky smentisce”, titola AGI del 23 ottobre 2022. La strategia della Casa Bianca, quindi, ha dovuto muoversi in un modo molto più prudente rispetto a quanto la propaganda americana e quella europea hanno raccontato, non solo per motivi di politica interna, ma anche per rassicurare le classi dirigente europee, molto più consapevoli dei rischi che stanno correndo di quanto crediamo.  

Terza premessa: la mistificazione dell’informazione elevata a sistema  

Abbiamo parlato di una nuova epoca di crisi e di nuove regole da scoprire, e di alcune che sono già identificabili. Una di queste è la sempre più evidente mistificazione sistematica delle notizie da parte dei mass media di regime. Il fenomeno non è casuale ma è conseguenza di tendenze già in atto da anni e che sono giunte a maturazione. Sostanzialmente, si stanno applicando al sistema informativo le tecniche manipolatorie descritte da George Orwell nelle sue famose opere, con la differenza che nell’immaginario dello scrittore inglese le azioni del Ministero dell’Amore raccontate in “1984” erano da attribuire a fantomatiche dittature socialiste, mentre nella realtà odierna esse sono proprie della “libera informazione democratica”. La notizia non viene mai data aderente alla realtà dei fatti, ma viene costantemente “lavorata”: parti di essa vengono aumentate, altre diminuite, omesse altre ancora per essere ricondotte all’interno della narrazione voluta dai signori del capitale finanziario i quali, fondamentale notarlo, sono anche quelli dell’informazione. Anche la menzogna vera e propria fa capolino, ogni tanto, in questa continua opera mistificatoria, e quando si viene scoperti, si fa spallucce e si tira dritto come se nulla fosse.

Ultimo esempio dei tanti, leggiamo il titolo ambiguo dell’Ansa del 16 novembre scorso “Ucraina: 'Missili russi sulla Polonia', due le vittime. Mosca: 'Non sono nostri'. La Nato in allerta”, per poi venire a sapere che sono stati gli ucraini a lanciare i missili sulla Polonia, magari per causare una reazione della NATO, ma se si tratta dell’amico Zelensky allora è stato semplicemente un errore. Il tema dell’innocente sbaglio lo abbiamo visto anche a proposito dell’autentico pezzo di bravura di Enrico Mentana che, all’interno della preoccupata diretta dell’assalto al Campidoglio del 2021, proponeva ai suoi telespettatori una scena del film satirico “Project X-Una festa che spacca”, nella quale si vedeva l’uso di un lanciafiamme come se fosse parte degli avvenimenti narrati e commentati con sdegno. Immediatamente smentito dall’enormità della scena stessa, il direttore del telegiornale de La7 ha liquidato il grave accaduto come uno “scherzetto” fattogli dalla regia. Quali sono le cause di questa evidente degenerazione dell’informazione che, ripetiamo, ama auto definirsi “libera e democratica”, mentre nella realtà è schiava ed oligarchica? La prima risiede nella progressiva concentrazione dei mezzi di comunicazione soprattutto in mano a gruppi privati, ma anche quando si tratta di televisione pubblica, la forte influenza dei potentati finanziari sulla politica, che ha sua volta governa i mass media di Stato, riconduce la stessa all’omologazione del racconto unico. In Italia, ad esempio, quantitativamente parlando, la televisione e i media collegati sono dominati dalla RAI, dalle reti Mediaset di proprietà della famiglia Berlusconi, da Sky Italia del gruppo di Rupert Murdoch fino a La7 formalmente di proprietà dell’editore Urbano Cairo. Dal punto di vista della carta stampata sempre nazionale, il gruppo GEDI della famiglia Agnelli-Elkann controlla ormai quasi tutte le principali testate nazionali tranne il Corriere della Sera posseduto ancora da Urbano Cairo. Dal punto di vista qualitativo si assiste ad un simile processo di concentrazione all’interno delle redazioni, e questo processo è ancora più significativo per il “raccordo” delle linee editoriali delle diverse testate televisive e giornalistiche. Ai vertici del giornalismo italiano vi è una oligarchia di opinionisti che pontificano sia negli editoriali di quotidiani e periodici, sia dagli schermi televisivi attraverso i terribili talk show, e lo fanno da anni a prescindere dalla giustezza o meno delle loro opinioni, dalla correttezza delle loro analisi, dal colore dei partiti che vanno al governo.

Il blogger Franco Federico, il 3 maggio 2018, pubblicava il seguente articolo: «Nei salotti televisivi sempre gli stessi giornalisti. Il numero dei giornalisti, stando ad uno studio condotto nel 2017 (Osservatorio sul giornalismo, seconda edizione), ammonterebbe nel nostro Paese a 36.619. Da altre fonti sono forniti numeri di gran lunga più elevati. Resta comunque il fatto che i giornalisti sono davvero tantissimi, anche se la maggior parte di essi non se la passa niente bene dal punto di vista economico, né gode di una situazione giuridicamente stabile e regolare, essendo alquanto diffuso nel settore il fenomeno del precariato, specie nei giornali locali di scarsa diffusione. Ma, a giudicare dai giornalisti che sono invitati in televisione come ospiti (escluso ovviamente i cosiddetti “mezzibusti” e i giornalisti-conduttori), il loro numero è alquanto esiguo, riducendosi a poco più di una quindicina. Tra coloro che risultano immancabilmente presenti nei diversi talk show televisivi, figurano, come è noto: Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Andrea Scanzi, Massimo Giannini, Paolo Mieli, Massimo Franco, Beppe Servegnini, Marco Damilano, Luca Telese, Alessandro Sallusti, Maurizio Belpietro, Peter Gomez, ecc.  È venuto insomma a determinarsi un vero e proprio regime monopolistico, che non consente al pubblico televisivo, solo in rarissime occasioni, di poter conoscere altri validissimi giornalisti, che sono davvero tanti e che purtroppo godono di qualche notorietà solo tra gli addetti ai lavori». Anche oggi, novembre 2022, i nomi che imperano su carta stampata e televisione sono esattamente gli stessi elencati da Federico, eppure, dal 2018 ad oggi, il mondo nel quale viviamo è significativamente cambiato. Va da sé che un numero talmente esiguo di opinion maker, ai quali vanno aggiunti nomi importanti quali Enrico Mentana, estimatore del sionismo internazionale, e Lilli Gruber, membro del Bildenberg group, sono facilmente portatori di una stessa linea editoriale, che è poi la fonte del loro status di privilegiati opinionisti. Questa oligarchia rappresenta la voce della verità? Lotta per la correttezza delle informazioni? No, amplifica semplicemente la “Voce del Padrone” come avrebbe detto Franco Battiato. Se non fosse così non si spiegherebbe perché l’informazione italiana, cioè di un Paese “libero e democratico”, sia al cinquantottesimo posto nella classifica del grado di libertà del giornalismo in 180 paesi, secondo l’analisi svolta da Reporters sans frontières, dietro a Romania e Macedonia del Nord. L’informazione italiana, che già nel 2020 e nel 2021 non brillava per la sua onestà intellettuale (41esimo posto), nel 2022 ha dato il meglio di sé per quanto riguarda, ad esempio, la narrativa sul governo Draghi e la sua titanica lotta contro la Russia del malvagio Putin, perdendo di colpo 17 posti in un solo anno. Mistificare sempre, mentire quando possibile, tuttavia non fa guadagnare ai giornalisti italiani la riconoscenza dei padroni dei mass media, i quali, dovendo scontare la pessima qualità di giornali e prodotti dell’informazione su carta stampata e  televisiva e quindi la loro scarsa attrattiva di pubblico e quindi di mercato, non mancano di far pagare il conto ai loro “camerieri” come ci dimostrano i recenti scioperi della Repubblica del 28 e 29 ottobre 2022 e della Stampa di Torino del 5 novembre scorso. Al di sotto di pochi e pagatissimi privilegiati, i manovali dell’informazione assaporano pienamente la magia del mercato liberista dell’informazione: salari bassi, precariato generale, diritti minimi, tagli del personale. Difficile avere sentimenti di solidarietà per questi signori, ma una domanda potrebbe essere posta loro: visti i risultati sulla loro personale condizione lavorativa, vale la pena continuare a spacciare la “voce del padrone” come la realtà nella quale viviamo?

Le elezioni di medio termine: la realtà contro la mistificazione

Perché abbiamo fatto ben tre premesse prima di iniziare l’analisi del voto di medio termine negli Stati Uniti? Perché quel voto è stato influenzato da tutte e tre le condizioni sopra descritte, e nel loro combinarsi va ricercata la chiave di lettura di queste importanti elezioni. Partiamo dalla sfacciataggine che ormai hanno raggiunto i mass media di regime con i seguenti due titoli esemplificativi: “Elezioni Usa Midterm, vittoria ai Democratici: mantengono il controllo del Senato” SkyTg 24 del 13 novembre 2022 da un lato, e il seguente “Midterm, la Camera ai Repubblicani. Biden: Pronto a collaborare” La Repubblica del 17 novembre 2022, dall’altro. Facendo chiarezza tra i fumogeni dell’informazione, ci dobbiamo porre la fatale domanda: i Repubblicani hanno vinto le elezioni di medio termine oppure no? Anticipiamo la risposta: sì, e in una misura superiore alle reali attese dell’amministrazione Biden. Innanzitutto scopriamo il trucco da prestidigitatori di periferia usato dai mass media al soldo del capitale finanziario: sapendo che il loro beniamino Joe Biden sarebbe andato incontro a certa sconfitta, prima delle elezioni è iniziata una campagna che raccontava di una totale disfatta dei democratici, la cosiddetta onda rossa, dal colore che negli USA hanno i repubblicani (ironia della sorte). Vediamo l’artificio: “Elezioni di midterm, l’onda rossa trumpiana fa tremare anche New York” titola la Repubblica del 6 novembre 2022, per leggere subito dopo le elezioni “Elezioni midterm negli Usa, non c’è stata l’onda rossa” Micromega del 10 novembre. È come se una squadra di calcio ultima in classifica, apprestandosi a incontrare la capolista, dichiarasse prima del match che avrebbe certamente perso con 10 goal di scarto, per affermare dopo la partita che il confronto si è rivelato un autentico successo, avendo incassato solo 5 reti.

Questo è il livello che l’informazione ha raggiunto oggi. Veniamo, invece, alla parte seria dell’analisi. Una differenza sostanziale tra la metropoli imperiale e, ad esempio, le provincie europee della UE, risiede nel fatto che negli Stati Uniti non vi è un partito unico, a differenza dell’Italia dove l’epifania del sistema a sostegno del governo Draghi è stata addirittura sfacciata. Il Partito repubblicano e quello democratico sono molto più differenti e differenziati rispetto a quello che siamo usi a presumere, non tanto per ragioni intrinseche, essendo macchine elettorali prive di sostanziali differenze ideologiche sui principi fondamentali, come il liberismo da scuola di Chicago, quanto per il loro ruolo di strumenti attraverso i quali i tre diversi gruppi di potere americano influenzano il potere politico. La tripartizione del potere americano è motivato da diverse ragioni: dall’estensione della nazione a stelle e strisce che ha favorito il consolidamento di gruppi di potere locali in tempi diversi; dalla conseguente importanza degli Stati nell’architettura dell’Unione, che hanno matrici etniche, culturali e sociali differenti; e infine, come sintesi delle precedenti caratteristiche, ovviamente dalla storia degli Stati Uniti stessi, e a tale proposito si consiglia la lettura del fondamentale testo di Alexis de Tocqueville La democrazia in America che, nonostante e proprio perché riferito al suo viaggio negli USA del 1830, fornisce originali chiavi di lettura valide ancora oggi. Le classi dirigenti americane sono quindi tre: la prima e più antica è quella dei “bostoniani”, gli eredi dei colonizzatori del New England, l’aristocrazia americana discendente dalla piccola nobiltà puritana inglese e che oggi è diventata la signora della finanza mondiale insieme all’altrettanto potente gruppo sionista. Questa élite dispone dei consigli d’amministrazione delle grandi banche d’affari USA, da Citigroup a Goldman & Sachs, da Merryl Lynch a JPMorgan Chase, nonché dei fondi d’investimento del calibro di BlackRock, Vanguard Asset Management, Morgan Stanley, Fidelity Investments, eccetera. Gli assets di cui dispongono i bostoniani attualmente sono ragguardevoli: Wall Street, il Partito democratico, la Casa Bianca, e il governo degli Stati Uniti. Per loro natura i bostoniani sono coloro che debbono gestire il problema del dollaro e le sue violente tensioni inflazionistiche, e a tale scopo sono stati incaricati i “maggiordomi di palazzo”, Yanet Jellen, Christine Lagarde e Mario Draghi, di pensare e realizzare la dollarizzazione dell’economia europea, cioè l’esportazione dell’inflazione del dollaro nell’area Euro usando la crisi ucraina come pretesto, provocando l’inevitabile recessione del vecchio continente: è la storia di questi ultimi mesi fino alle elezioni che stiamo analizzando.

Il secondo partito è quello dei “texani”, e anche per i dettagli sulla genesi di questo gruppo si rimanda al Toqueville. Accenniamo che questa élite è composta dagli eredi dei signori delle grandi piantagioni del Sud di origine inglese, francese ma anche di altre nazionalità europee nonché di parte dei coloni che conquistarono l’Ovest a spese delle tribù indigene. Per sua natura questa classe dirigente impersona l’autentico “spirito americano”. In economia i texani si rivelano maggiormente legati al mondo della produzione, dall’estrazione del petrolio e del gas naturale, alla grande agricoltura estensiva e agli allevamenti, in politica estera la tendenza è quella dell’isolazionismo che spesso ha fatto capolino nella politica estera statunitense. I suoi attuali assets sono: gran parte del Partito repubblicano e, dopo le elezioni di medio termine ,in pratica del Congresso degli Stati Uniti, nonché il candidato più forte da poter opporre al presidente Joe Biden, cioè Donald Trump. Infine vi è l’élite che si è costituita più recentemente, quella dei “californiani”, formatasi espressamente nel XX secolo. Questo gruppo è fortemente legato all’etnia tedesca del suo periodo immigratorio dello scorso secolo: in seguito alla Prima ma in special modo dopo la Seconda Guerra mondiale. I californiani hanno preso spunto dalla particolarissima origine culturale fortemente scientifica e tecnologica, nonché da una celata eredità ideale portata negli States da importanti esponenti dello sconfitto Terzo Reich (si veda, ad esempio, l’epopea del gruppo di scienziati e tecnici capitanati da Wernher von Braun). Gli assets dei californiani sono l’enorme apparato industriale militare degli Stati Uniti, come la Lockheed Corporation di Burbank (contea di Los Angeles), che nel 1995 si è fusa con la Martin Marietta Corporation di Bethesda nel Maryland, formando l’attuale leader nel campo aerospaziale. Ancella dell’industria militare ad elevato contenuto tecnologico si è sviluppata quella dell’elettronica identificata con la cosiddetta “Silicon Valley” posta proprio in California.

Ovviamente, l’estesa industria militare americana è presente in tutti gli Stati Uniti, ma il gruppo dei californiani ne rappresenta gli interessi in modo maggiormente compiuto. Essendo la classe dirigente più “giovane” è giunta al potere in tempi recentissimi, anche se nel modo eclatante dell’amministrazione di Ronald Reagan, con nomi come George Shultz e Caspar Weinberger e più recentemente con l’ex attore di origine austriaca Arnold Schwarzenegger. Per sua natura e per la sua storia, l’asset principale dei californiani è: parte del Partito repubblicano, l’esercito e l’aviazione degli Stati Uniti, in misura minore la marina. Per la sua dipendenza dalle commesse del Pentagono, il gruppo californiano è solitamente equidistante tra i bostoniani e i texani. Dopo qualche anno di equidistanza, però, i californiani hanno deciso di uscire allo scoperto lanciando un proprio profilo politico potenzialmente capace di correre e vincere le elezioni presidenziali, si tratta di Elon Musk. In ogni caso, le elezioni di medio termine hanno visto il riavvicinarsi tra texani e californiani che cominciano ad essere apertamente insoddisfatti della linea politica di Joe Biden, e i risultati hanno certificato questo avvicinamento. Innanzitutto, il dato dell’affluenza è stato il secondo più alto negli ultimi cinquant’anni, che negli Stati Uniti significa comunque una partecipazione di poco al di sotto del 50% degli aventi diritto.

Alla Camera dei rappresentanti, la vittoria dei democratici si è manifestata ovviamente nei sei Stati della Nuova Inghilterra (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island, Vermont), roccaforte dei bostoniani, ai quali si sono aggiunti il Nuovo Messico, e i distretti elettorali costieri di Washington fino alla California del sud. Il resto degli Stati Uniti si è tinto del rosso dei repubblicani, i quali hanno preso il controllo della Camera bassa con 218 deputati contro i 212 democratici. Il confronto elettorale significativo si è quindi risolto alla Camera dei rappresentanti e hanno vinto i repubblicani. Ma anche al Senato si è avuto il medesimo risultato, e su quel voto possiamo rilevare un esempio di cosa significa “lavorare” una notizia per ricondurla alla narrazione voluta dai signori del denaro e dell’informazione. Prendiamo un titolo a caso dei molti identici tra loro: titola la RSI del 14 novembre: “USA, i democratici si tengono il Senato. La vittoria di Catherine Cortez Masto in Nevada garantisce al partito il controllo della Camera alta del Parlamento - Bruciante sconfitta per Donald Trump”. Un lettore pensa, quindi, che i democratici abbiano vinto al Senato e i Repubblicani alla Camera. Non è affatto vero, la notizia data in questa maniera è una mistificazione, vediamo perché. La Costituzione degli Stati Uniti prevede che ogni due anni vengano rieletti 35 senatori sui 100 componenti la Camera alta, quindi solo un terzo del Senato. Anche in queste elezioni sono stati rimandati alle urne 35 senatori ed è su questo numero che va verificato chi ha vinto oppure perso: ebbene, su 35 posti da eleggere, 20 senatori sono tornati repubblicani e 14 democratici, quindi anche la tornata senatoriale è stata vinta dai GOP. Vero è che la vittoria non è stata sufficiente ai repubblicani per strappare il controllo del senato ai democratici, ma semplicemente perché il vantaggio numerico acquisito nelle precedenti elezioni da parte DEM è stato tale da resistere all’erosione determinata da questa sconfitta. Rimane da dare un accenno al voto per i governatori, dove i democratici hanno avuto la loro migliore performance, conquistando 24 Stati (+ 2 governatori) contro i 25 dei repubblicani (-2 governatori). Questi esiti però risentono fortemente del radicamento personale del candidato nello Stato in lizza, tuttavia, in termini assoluti, anche in queste elezioni i repubblicani hanno vinto la sfida avendo ottenuto 25 nomine contro le 24 dei democratici. In conclusione, il voto espresso dagli elettori americani l’8 di novembre nella sua completezza è stata una severa bocciatura per Biden e per la sua politica che ora è costretta a cambiare almeno in parte. 

Le elezioni di medio termine: i tre fronti aperti da Joe Biden

Perché i “californiani” sono usciti allo scoperto e si sono avvicinati ai “texani” mettendo in minoranza i “bostoniani” dei quali Joe Biden è espressione? Fino all’8 novembre la Casa Bianca conduceva un’offensiva contemporaneamente su tre diversi fronti. Il primo fronte, quello di copertura, è ormai notissimo: il sostegno al regime del pupazzo Zelensky nella sua sfida al Cremlino. Tale appoggio non è stato affatto gratuito per gli USA; infatti, secondo il sito del Dipartimento di Stato dell’8 settembre 2022, dopo l’annuncio di un nuovo finanziamento a Kiev, il comunicato ufficiale così recitava: “These announcements will bring the total U.S. military assistance for Ukraine to approximately $15.2 billion since the beginning of this Administration”. Tenendo conto che l’operazione militare speciale è iniziata il 24 febbraio e il comunicato della Segreteria di Stato è dell’8 settembre, in soli 6 mesi completi (da marzo ad agosto) gli americani hanno dato oltre 15 miliardi di dollari a Zelensky, al ritmo di 2,5 miliardi al mese, sia sotto forma di armamenti ma anche di finanziamenti diretti. Si potrebbe dire che il Paese più ricco e importante del mondo stia aiutando un suo amico in difficoltà, perché gli indicatori di debito e deficit gli permettono di farlo; insomma, i ricchi Stati Uniti stanno spalleggiando l’eroica Ucraina contro la Russia, impero del male come ci veniva descritta l’URSS nei ruggenti anni di Ronald Reagan.

Vediamo, quindi, se tali indicatori supportano la politica di Washington nei confronti di Kiev: il sito del Dipartimento del Tesoro ci informa che il bilancio federale al 24 novembre è in deficit per 87,80 miliardi di dollari, mentre il disavanzo della bilancia commerciale a settembre 2022 era di 73,30 miliardi (La Stampa del 3 novembre 2022). Risulta evidente che gli Stati Uniti non potrebbero spendere nemmeno un dollaro in aiuti militari e finanziari nei confronti del regime di Zelensky, e invece l’Ucraina è stata trasformata in un paese mercenario, retto da una ristretta élite che sta gestendo miliardi di dollari in armi e denaro; vedendo il profilo morale di questi personaggi, risulta difficile credere che la loro azione politica non sia caratterizzata da corruzione, malversazione e promozione del mercato nero delle armi. Il secondo fronte, il principale per gli Stati Uniti, ma nascosto dal clamore della guerra in Ucraina, è la feroce offensiva che Washington sta conducendo contro l’area Euro, la cui economia è stata scelta come agnello da sacrificare sull’altare del dollaro. Mentre gli USA continuano a fare debiti senza averne i presupposti economici, il conto viene presentato ad una Unione Europea sulla quale è stato dato un giro di vite mai visto nella storia dei rapporti atlantici, succube nei confronti della Casa Bianca a livello dei Paesi sudamericani degli anni Novanta, e se un’intera squadra di leader europei collaborazionisti non viene rimossa al più presto, l’Europa è destinata a diventare il nuovo cortile di casa degli americani. L’offensiva USA sta avendo successo grazie alla sempre maggiore capacità di esportare importanti aliquote della propria inflazione verso la sempre più disastrata UE. Infatti, nel mese di ottobre, l’inflazione negli States è stata del 7,7%, in calo rispetto ai mesi precedenti, mentre quella europea è salita al valore record del 11,5%. Questi dati non stanno a significare, però, che la crescita dei prezzi in dollari stia calando, infatti nel mese di ottobre la percentuale complessiva d’inflazione ha già raggiunto il 17% (7,7%+11,5%-2,2% valore dell’inflazione nella UE nel 2021). Teniamo a mente questo elemento perché è quello che anima la critica alla strategia dei bostoniani di difesa del dollaro. Il terzo fronte che il vecchio Joe ha alimentato nel 2022 è stato contro la Cina. Il gigante cinese rimane sempre l’obiettivo principale degli americani, e la pressione esercitata su Pechino è sempre stata costante per tutto l’anno, fino a giungere alla massima provocazione, la visita dello speaker Nancy Pelosi a Taiwan agli inizi di agosto. In quell’occasione, la leader del Partito democratico era latrice di un’autentica dichiarazione di “quasi guerra” nei confronti della Cina, come ha riportato l’ISPI del 3 agosto 2022 nel reportage “Pelosi a Taiwan: sfida a Pechino. Gli Stati Uniti non vi abbandoneranno” e ancora “Porto l'impegno americano a sostegno della democrazia”: è racchiuso in queste parole, pronunciate dopo l'incontro a Taipei con la presidente Tsai Ing-wen, il senso della visita di Nancy Pelosi a Taiwan. Una tappa, quella della speaker della Camera statunitense in viaggio in Asia, che ha provocato un vero e proprio terremoto politico tra le due sponde del Pacifico e nelle relazioni tra Pechino e Washington, già ai minimi storici. In corrispondenza con l’arrivo a Taipei dell’aereo di Stato a bordo del quale viaggiava Pelosi, la Cina ha lanciato esercitazioni militari nella zona dello stretto di Taiwan: “Una misura legittima e necessaria per proteggere in modo risoluto la sovranità nazionale”.

Le elezioni di medio termine: la sconfitta di Biden muta gli scenari

Veniamo quindi alle motivazioni dell’avvicinamento tra californiani e texani provando ad immaginare i motivi per i quali la linea estremamente aggressiva dei bostoniani e quindi del Partito democratico non sta più convincendo. Primo motivo di critica: gli Stati Uniti sono eccessivamente esposti conducendo una politica aggressiva su tre fronti, occorre scegliere un fronte e chiudere gli altri. Sia l’Unione Europea che la Cina sono i principali partner commerciali degli USA: mettere in ginocchio l’Europa da un lato e indurre la Cina a chiudersi in un mercato asiatico dall’altro, possono causare serie difficoltà all’economia domestica che abbiamo visto, leggendo il deficit della bilancia commerciale, è fortemente dipendente dalle importazioni di beni e materie prime. Questo è il significato delle dichiarazioni di Elon Musk: Corriere della Sera del 4 ottobre 2022 “Elon Musk e il piano di pace per l’Ucraina (che fa infuriare Kiev): «Crimea alla Russia, ripetere i referendum in Donbass».

Californiani e texani temono che Joe Biden stia minacciando il mondo con una pistola scarica, e che tutti lo sappiano. In altre parole, la politica di Joe Biden, se sta conseguendo dei successi sul fronte della difesa del dollaro nel breve periodo, rischia di compromettere la posizione americana nel medio e nel lungo. Il XX Congresso del Partito Comunista Cinese dello scorso ottobre ha investito Xi Jinping del terzo mandato consecutivo alla guida del partito e dello Stato. Le ragioni di questo “atto straordinario” da parte del PCC non sono quelle propugnate dalla propaganda occidentale, una sorta di trasformazione dittatoriale del potere personale acquisito, ma sono un preciso segnale dato agli USA sulla capacità di opposizione che Pechino è in grado di esercitare nei confronti della politica estera eccessivamente aggressiva di Washington. Il secondo motivo di critica alla Casa Bianca riguarda i reali rapporti tra Cina e Russia, che sono più saldi di quello che gli Stati Uniti e l’Occidente servile sperino. A tale proposito è utile leggere l’articolo ancora dell’ISPI del 18 novembre “Mosca chiama, Pechino (per ora) risponde… Quali sono i rapporti tra Cina e Russia a nove mesi dall’invasione dell’Ucraina? La questione è stata al centro anche del G20 di Bali durante il quale le parole di Xi Jinping sull’Ucraina sono state vivisezionate per cogliere spiragli di rottura con Mosca o conferme di un asse con Putin. In realtà la posizione cinese continua a mantenersi tendenzialmente stabile all’interno di una “banda di oscillazione” tra due esigenze contrastanti di Pechino. In primo luogo, infatti, Xi Jinping resta fermo sull’idea di un asse “senza limiti” con la Russia, come ufficializzato il 4 febbraio all’apertura dei Giochi Invernali di Pechino. L’obiettivo di quest’asse è portare avanti la critica condivisa all’attuale ordine liberale internazionale. La Cina di Xi Jinping si trova in una fase di ascesa globale e di crescenti ambizioni di un nuovo posto nel mondo. Di contro, gli Stati Uniti – prima di Trump, poi di Biden – stanno formalizzando la competizione strutturale con Pechino attraverso la creazione o il rafforzamento di diversi accordi multilaterali in ambito militare (QUAD e AUKUS), economico (IPEF e Chip 4 alliance) e infrastrutturale (Build Back Better for the World, B3W). Avere la Russia al proprio fianco permette, quindi, alla Cina di respingere i tentativi di isolarla”.

Californiani e texani fanno notare che specularmente, se gli USA sfidano la Cina, la Cina sfida alla sua maniera gli USA potendo usare ben tre “sistemi d’arma”: intensificando l’adeguamento delle proprie forze armate rispetto a quelle americane; diminuendo l’esportazione di materie prime fondamentali per l’alta tecnologia come le terre rare, nonché semilavorati e prodotti finiti destinati alle industrie a maggiore valore aggiunto USA (ecco dove nasce la maggiore preoccupazione dei californiani); la terza arma è la quota di debito americano ancora nelle mani cinesi. Su questo punto vale la pena spendere qualche parola in più. A luglio 2022 il debito sottoscritto all’estero era di 7.500 miliardi di dollari, una quota non elevata se si pensa che il debito complessivo supera i 30.000 miliardi. Tuttavia, sono i debiti sottoscritti all’estero che rappresentano il reale rischio dollaro per gli operatori internazionali: di questi 7.500 miliardi il maggior sottoscrittore è il Giappone con 1.234 miliardi di dollari mentre al secondo posto c’è la Cina con 934 miliardi. Pechino da tempo ha iniziato una sorta di “dollar exit strategy” cercando di diminuire il rischio dollaro di un paese tecnicamente in un default elevato all’ennesima potenza. Questi tre fattori hanno influito sulle opinioni di californiani innanzitutto e dei texani in via subordinata e, tramite la vittoria alle elezioni di Mid term hanno costretto Joe Biden ad un incontro a Bali con Xi Jinping durato tre ore. Cosa si possono essere detti? Sostanzialmente che nonostante i tentativi della propaganda occidentale di dividere Mosca da Pechino, la Cina non ha intenzione di cambiare la sua linea di “appoggio critico” nei confronti della Russia. Il blocco asiatico rimane integro, e continua la sua forza di attrazione nei confronti, ad esempio, degli altri componenti dei Brics, e non a caso Lula è tornato a guidare il Brasile senza che ci fosse il solito golpe pensato dai soliti ambienti filo americani pro Bolsonaro, nonché India e Sud Africa. La presenza di Pretoria poi getta un’ombra sinistra sull’effettiva lealtà della Gran Bretagna, che al di là dei proclami di fedeltà assoluta al padrone americano, attraverso un membro importante del Commonwealth tiene un piede nel campo avverso, caratteristica tradizionale della politica inglese. Insomma la pressione su Biden perché sospenda le operazioni su quel fronte sono fortissime. Il secondo fronte entrato in discussione dopo la sconfitta alle elezioni è quello con la Russia. Alla Casa Bianca californiani e texani rimproverano di non essere riuscito a far collassare il “regime” di Vladimir Putin come sbandierato nei primi mesi di guerra. Dal punto di vista economico, il crescente embargo imposto dagli americani alle provincie europee e la conseguente escalation dei prezzi del gas hanno prodotto danni incalcolabili solo alla UE. Sempre il citato articolo dell’ISPI ci informa che “Guardando i dati di quest’anno pubblicati dalla Banca di Russia, Mosca ad oggi non ha subìto l’Armageddon che sembrava profilarsi all’inizio di marzo.

Da gennaio a ottobre 2022 il surplus cumulato delle partite correnti è risultato pari a 215,4 miliardi di dollari, balzando del 134% rispetto al periodo corrispondente del 2021 e, secondo le ultime stime di medio-termine della stessa banca centrale, dovrebbe terminare l’anno a un valore record di 253 miliardi. A sua volta, il surplus della bilancia commerciale (l’istituto include nell’aggregato anche i servizi, che però danno un apporto residuale e negativo) si è portato a 257,1 miliardi (+105%)”. Un’altra critica fatta alla strategia di Biden risiede nel fatto che le contemporanee forti pressioni fatte nel 2022 sulla Russia attraverso lo Stato mercenario ucraino, e sulla Cina attraverso Taiwan, hanno avuto la conseguenza di rinsaldare i rapporti tra Mosca e Pechino in un modo potenzialmente eccessivo per gli interessi americani negli scacchieri del Pacifico e dell’Asia. Citiamo ancora l’importante articolo dell’ISPI: “Secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinese, nei primi dieci mesi del 2022 la somma delle importazioni ed esportazioni di beni tra i due Paesi ha raggiunto un valore cumulato pari a 153,9 miliardi di dollari, crescendo del 33% rispetto allo stesso periodo del 2021. È la performance migliore tra i partner di Pechino. Addirittura, in tutto il 2019 l’interscambio si era attestato a soli 110,9 miliardi. Il contributo maggiore a tale spinta da gennaio a ottobre è stato apportato dal boom delle esportazioni russe verso la Cina, pari a 94,3 miliardi e lievitate del 49,9% su base annua. È una crescita non di poco conto dal momento che quest’anno il Dragone ha ridotto le importazioni con molti Paesi. A loro volta, l’export cinese verso la Russia ha fatto segnare un +12,8%... A cosa è dovuta questa performance eccezionale di Mosca? La risposta è il maggiore acquisto della Cina della principale voce di import, ovvero petrolio, carbone e gas naturale russo, sia a livello di valori per via della corsa delle materie prime e, fatto ancora più importante, a livello di volumi. Sempre secondo l’Amministrazione generale delle dogane cinese, da gennaio a settembre 2022 (i dati disaggregati a ottobre non sono ancora disponibili), la Cina ha fatto incetta di combustibili fossili russi per un valore di 62,4 miliardi di dollari, di cui 51,9 miliardi dall’inizio della guerra in Ucraina. Le importazioni di questa categoria di beni sono ammontate a 36,7 miliardi nei primi nove mesi del 2021 e a soli 42,8 miliardi in tutto il 2019”. Dal punto di vista diplomatico è fallito anche il disegno d’isolare il Cremlino per costringerlo ad una sorta di resa per asfissia. Al contrario, la forza di attrazione sino-russa risulta estremamente seduttiva per tutta una serie di nazioni che vedono nel consolidamento di questa intesa un polo alternativo a quello americano. Sono attratti i due principali player economici a sud e ad est del blocco: India e Giappone.

Per entrambi questi Paesi si pone il problema di scrollarsi di dosso il giogo americano, e l’omicidio del Gauleiter USA Shinz? Abe da parte di un ex militare rientra nel quadro di questa lotta. È attratta la Turchia che si è ritagliata un ruolo di mediatore nel conflitto ucraino, e facendo aggio su questo ruolo è ritornata ad essere una potenza regionale nei delicati scacchieri medio-orientale e mediterraneo a detrimento dell’Italia, Paese in uno stato d’infinito declino. Sono attratti molti paesi africani, che vedono nell’intesa Mosca Pechino un’alternativa allo sfruttamento occidentale condito d’ipocrita perbenismo, del ruolo sempre ambiguo delle ONG, spesso strumenti dell’intelligence USA, degli aiuti militari che sanno di occupazione. Mentre europei e americani fanno la morale su democrazia e diritti, e poi pretendono le porte spalancate alle loro multinazionali, la Cina costruisce porti, ferrovie, ospedali e scuole. Mentre Biden, incredibile ma vero, intima agli africani di non accettare il grano proveniente dal Mar Nero perché “rubato” da russi agli ucraini, e quindi di soffrire la fame in nome di Zelensky, Mosca e Ankara hanno di fatto salvato le forniture della preziosa materia prima per il Medio Oriente e per l’Africa. Non ci deve quindi meravigliare la freddezza con la quale molti Stati africani vedono la NATO e i suoi amici, soprattutto quando girano per i Paesi del continente nero con i mitra spianati ma in nome della pace. All’amministrazione Biden rimane quindi il fronte Euro, l’unico effettivamente agibile in questo momento. Sul fronte russo, proprio a seguito delle elezioni di medio termine vanno notate alcune novità rilevanti, che riassumiamo nei seguenti titoli: “Biden chiede a Zelensky di non escludere negoziati con Putin”, Ansa dell’8 novembre, giorno delle elezioni di medio termine, in barba a chi crede che l’opinione pubblica americana sia compatta dalla parte degli ucraini; Il Pentagono frena Zelensky: “Le probabilità di vincere sul campo sono basse, l'inverno è una finestra per negoziare. Il generale Milley invita Kiev a risolverla politicamente”, Huffpost del 17 Novembre 2022; nel mese di ottobre la posizione americana su questo tema era esattamente opposta. La data cruciale nella quale si è certificato il cambiamento della linea della Casa Bianca è il 15 novembre, quando un missile cade in territorio polacco e uccide due contadini. La gran cassa della propaganda è pronta a scattare: il “Marchese del Grillo” della politica nostrana, alias Carlo Calenda, twitta immediatamente: “La follia russa generata dalle pesanti sconfitte continua. Siamo con la Polonia, con l’Ucraina e con la Nato”. Il leader di Azione è sembrato anche abbozzare una strategia di reazione, affatto velata: “La Russia – conclude – deve trovare davanti a sé un fronte compatto. I dittatori non si fermano con le carezze e gli appelli alla pace”. L’apprendista Draghi(one) Enrico Letta, uomo fine e non pariolino sguaiato, comunque si pone sulla stessa lunghezza d’onda: “A fianco dei nostri amici polacchi in questo momento drammatico, carico di tensione e di paure. Quel che succede alla Polonia succede a noi”. Lor signori sono pronti a sprofondare l’Italia e l’Europa nell’abisso in nome degli interessi superiori americani, ma qualcosa succede a Washington. Alla Casa Bianca sanno benissimo che è stato Zelensky a lanciare il missile sulla Polonia strizzando l’occhio al collega polacco, tuttavia Biden poteva benissimo stare al gioco e alzare l’asticella esattamente sulla soglia della terza guerra mondiale. Invece, già il 16 novembre “Biden: il missile è ucraino. Il Cremlino ha sottolineato positivamente quella che ha definito “la reazione misurata degli Usa”. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha detto esplicitamente ai partner del G7 e della Nato che il missile che ha causato due morti in un villaggio polacco al confine con l'Ucraina fa parte della difesa aerea ucraina”. Non sono affatto certo che Biden avrebbe detto la verità, sconfessando i suoi stessi Gauleiter europei pronti a rinverdire i fasti dell’operazione Barbarossa, solamente il 7 novembre scorso.

Conclusioni: Joe Biden è diventato un problema

Il risultato politico delle elezioni di medio termine, per gli osservatori più avveduti, potrebbe risiedere nel fatto che il tempo per il vecchio Joe stia scadendo. Il dollaro è ormai un problema per gli USA non più rinviabile, e una soluzione va trovata. I bostoniani sono tiepidamente soddisfatti perché la strategia di esportazione dell’inflazione del dollaro sta funzionando, ma la sensazione è che sia una soluzione solo di breve termine. I texani, al contrario, sono scontenti perché preferirebbero trovare una soluzione all’interno degli Stati Uniti, sanno di essere maggioranza negli States e che hanno vinto le elezioni, questa è la ragione che ha convinto Donald Trump a ricandidarsi: “Con me l'America tornerà grande"”, ci informa RaiNews del 16 novembre. Ma la novità politica rilevante è quella proveniente dai californiani, che si preparano a prendere in mano la leadership dell’opposizione al vecchio Joe, ai bostoniani e ai signori del capitale finanziario. Il compito di portare la grande sfida è stato affidato niente meno che a Elon Musk, il quale, a titolo di biglietto da visita si è presentato col botto: “Elon Musk compra Twitter e licenzia subito quattro top manager. Acquisto Twitter perché è importante per il futuro della civilizzazione avere una piazza comune digitale dove un'ampia gamma di idee può essere discussa in modo salutare e senza ricorrere alla violenza”. Il proprietario di Tesla e Space X ha in tasca tre passaporti: quello sudafricano, quello canadese e quello statunitense. Potrà correre per la Casa Bianca? Formerà un clamoroso ticket candidato Presidente e vice con Donald Trump? Il tempo per Joe Biden sta finendo e si trova in una sorta di vicolo cieco. Ha aperto tre fronti, e su tutti e tre si è dovuto fermare sulla soglia della terza guerra mondiale. Per ora, la belva dollaro sembra si sia calmata, ma potrebbe essere la pace prima della tempesta. Il mondo sta fuggendo dal dollaro, tutti tranne l’Unione Europea, che deve porsi il problema di cacciare i numerosi demagoghi collaborazionisti che la governano: pena diventare il nuovo cortile di casa degli americani, mentre l’America Latina si sta nuovamente divincolando, sempre che non lo sia già diventata. 

* Esperto e studioso di questioni economiche e geopolitiche; collaboratore di "Cumpanis"

 

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