Il cristianesimo e l’ipocrisia del nostro tempo - Intervista al filosofo Francesco Postorino

Il cristianesimo e l’ipocrisia del nostro tempo - Intervista al filosofo Francesco Postorino

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di Teresa Anania

 

Francesco Postorino è un filosofo cristiano che si pronuncia in modo originale e innovativo sui temi del cristianesimo, della postmodernità e del nichilismo contemporaneo. Le nostre strade si sono incrociate diversi anni fa grazie al Blog per il quale scrivo (“Il mondo incantato dei libri”) e per il quale ho recensito due suoi libri: “Carlo Antoni. Un filosofo liberista” (Rubbettino, 2016) e “Croce e l’ansia di un’altra città” (Mimesis, 2017).

Colgo l’occasione per ringraziare F. Postorino per la sua disponibilità e la redazione dell’AntiDiplomatico per aver reso possibile questa intervista.

 

Nelle sue ricerche si occupa molto del pensiero cristiano e del problema del nichilismo contemporaneo. Le chiedo intanto cosa rappresenta la croce per lei e se oggi, in un’epoca appunto nichilista, può ancora avere senso il messaggio cristiano.



La croce è la mia irripetibile opportunità di trasformare me stesso uscendo da me. Se mi discosto dalla mia immagine o dalla videocamera, specie oggi che si dorme di continuo nel virtuale, e magari guardo il nome e il corpo dell’altro con un’intensità che il mondo sempre ripudierà, allora inizio a parlare la lingua disorientante della croce e potrei definirmi “persona”. La croce, infatti, apre un istante inedito che mi permette finalmente di ribellarmi al mondo attraverso l’unico mezzo possibile: l’amore concreto!



Cosa intende per “mondo”?



Il “mondo”, da non confondere con la “realtà”, è la proiezione delle puntuali sporcizie dell’uomo. Pensiamo alle due inclinazioni che oggi governano la dimensione culturale e sociale. Da un lato abbiamo la narrazione del “cattivismo”, da interpretare come l’intenzione (in mala fede) di tutelare gli schemi tradizionali a scapito dell’imprevedibile, dell’ignoto, dello straniero che bussa. Dall’altro lato incombe la narrazione del “buonismo”, custodita nei salotti del politically correct e nella stupidità social, ovvero il finto desiderio di bontà. Non manca occasione, infatti, che dalla nostra bocca escano concetti quali la fratellanza, la giustizia, la diversità, il cosmopolitismo dei diritti ecc., ma sotto sotto non ce ne frega niente, perché al centro ci sono sempre io, io e io. Io che firmo il manifesto per la pace universale, io che “ufficialmente” protesto contro le discriminazioni e violenze di ogni tipo, io che voglio apparire buono. Cattivismo e buonismo sono due astrazioni che nel quotidiano fanno male! Il primo esclude il volto premiando il presunto “buon senso” (famiglia, Dio dell’occidente, routine, comodità, sentito dire); mentre il secondo lo esclude in nome dell’ipocrisia e del nuovo narcisismo. Due approcci che partono forse da sensibilità differenti, eppure alla fine convergono perché in entrambi i casi si perde di vista la problematica dimensione dell’alterità. Però, attenzione! Il mondo non si divide in buonisti e cattivisti, e io che ne parlo non sono di certo un santo, un buono o un terzo imparziale.



Cioè?



Intendo dire che le due inclinazioni investono anzitutto me. Sono io cattivista quando do priorità a me stesso e mi nutro di nuovi e vecchi egoismi avendo paura di ciò che ignoro. E sono sempre io buonista quando dico di amarti e difenderti dalle ingiustizie, ma in realtà nel cuore ho soltanto la mia agenda e non voglio essere disturbato dai tuoi silenzi, dalle tue smorfie, dal tuo grido. In breve: il “mondo” sono io! Sono io quando non riesco o non voglio uscire da me e non ti cerco, non ti chiamo, non ti vedo nelle praterie del reale. Le moi est haïssable, recita Pascal e ha ragione. Ora, la croce mi suggerisce di sfuggire agli appetiti del narcisismo o alle sporche abitudini del cattivismo e mi invita ad esplorare l’amore autentico: il senso dell’esistere.



Quindi c’è una netta differenza tra l’amore cristiano e l’amore umanitario?



L’amore cristiano, come ricorda Max Scheler, è l’amore concreto che si dirige verso il corpo e la biografia di chi mi sta accanto, e soprattutto vive il disturbo, cioè si sporca le mani ed è persino pronto a morire per il volto (come Cristo). L’amore umanitario, legato alla modernità e alla postmodernità, è al contrario l’amore facile, tiepido e ipocrita, quello chic e cosmopolitico, che non mi fa soffrire per il dolore altrui; anzi, mi regala attimi di serenità perché mantiene le distanze, così io posso sbrigare i miei affari pur sbandierando erga omnes il mio sentimento di altruismo. E mi fa apparire buono e giusto agli occhi degli altri, ma in realtà nasconde le ombre del nichilismo e dell’indifferenza.



Il bisogno di apparire oggi, in effetti, ha soppiantato tutte le sfere dell’Essere. Viviamo l’epoca dell’omologazione di tutto: sentimenti, pensieri, ideali. Cosa spinge l’uomo a ricercare l’approvazione compulsiva di una ipocrisia globale?



La fonte è, ancora una volta, il “mondo”: un grande specchio che riflette solo la mia immagine, i miei spazi, i miei talenti, la mia voce, la mia opinione, il mio profilo. Io stesso potrei dire: la mia intervista o la mia lezione! Non si riesce a muovere un passo e superare la soglia. Si ha fame di un oltre sé, mentre si fa sul serio fatica a spingere al di là di sé. E vi è una grande differenza.



Quale?

 

Oltre sé è il bisogno dell’uomo postmoderno di moltiplicare i suoi successi, di superarsi come l’Übermensch di Nietzsche: un oltre-uomo che ha rimosso lo stupore per i volti e si addormenta nelle terre del Nessuno. Oltre è la spinta muscolare di una non-persona emancipata dalla tensione che lega l’io, il tu, il lui e il noi. Ecco, l’uomo dell’oltre ha spazzato via i pronomi e resta solo. Al di là di sé, invece, non è più un bisogno, ma diviene il desiderio di uscire dal proprio ego e mettersi subito alla ricerca di un nome che mi permette di inaugurare lo spazio della vita e sconfiggere le pretese del mondo. Cristo è morto per proteggere il mio desiderio di spinta verso te. Nel mio oggi, purtroppo, giganteggia l’oltre ai danni di un incontro nutrito di amore. L’urlo, il bisogno e la noia travalicano il grido, il desiderio e la discontinuità. Siamo tutti coinvolti, chi in un modo chi in un altro.



Perché è così difficile tentare una connessione con l’altro e con Dio?



Non è difficile, è impossibile! Ma lo spirito cristiano invita a scrutare proprio l’impossibile, in quanto sollecita ad anticipare il “buon senso” del mondo con la follia di un gesto, di un canto, di un’azione che sprigiona nuovi odori e restituisce un senso alla mia esistenza. Cristo è l’uomo debole da abbracciare, in questo preciso momento, sui marciapiedi di una oscena globalizzazione.



In una breve lezione che ha tenuto di recente in occasione del bicentenario di Dostoevskij, lei definisce il cristianesimo come la “fede debole” che non può migliorare il mondo. In che senso questo assume un valore positivo?



Lukács polemizza con Dostoevskij circa l’utilità o meno dell’approccio cristiano in merito agli eventi del reale. A suo parere, infatti, questa fede è troppo debole da poter risolvere ad esempio le profonde ingiustizie sociali e liberare uomini e donne dai rispettivi smarrimenti. Serve altro! Io sono in parte d’accordo con il filosofo marxista. Ma il senso del cristianesimo, almeno per me, non risiede nel tentativo di “migliorare il mondo”, bensì nel forte desiderio di “vincere il mondo”, cioè di “vincere me stesso”, vincere i miei punti neri (buonismo, cattivismo, egocentrismo) e poter finalmente camminare insieme con la tua storia. Solo la croce, nelle sfumature dell’inaudito, può permettermi di uscire da me e dunque venirti incontro nello spazio dell’imprevedibile che mi suggerisce di esserti.

 

La secolarizzazione può essere intesa come la via che conduce alla morte della fede?



Un teologo del Novecento, Friedrich Gogarten, distingue con acume la secolarizzazione dal secolarismo. La prima corrisponde a quel processo di autonomia che rende l’uomo moderno più maturo rispetto a quello medievale. Si sa che nella stagione del Medioevo, per certi versi preziosa e per altri inquietante, l’uomo era ancora un bambino, tutt’altro che puro, alle strette dipendenze del sacro. La modernità, al contrario, introduce una fase importante e suggestiva di de-sacralizzazione, ove il bambino inizia a crescere, comincia a prendersi le sue responsabilità e veste i panni del laico; ma tutto ciò non significa che ha perso la fede! Il cristiano secolarizzato crede nel Figlio di Dio, ama la croce, solo che è un adulto, polemizza con il male, scende in strada e lotta per l’amore, non aspetta i regali dal cielo, e la sua preghiera cessa di intonare motivi a sfondo utilitaristico, dato che diviene più robusta, problematica ecc. Il secolarismo, per converso, è l’altra spina della modernità, ovvero il tentativo di svincolarsi in modo brusco e violento da Dio; non elimina solo una certa sacralità, ma va oltre e boccia ad oltranza la possibilità del Trascendente, magari accontentandosi di quel cosmopolitismo che nel 2021 diviene infantilismo globalizzante e perdita di concretezza. Comunque, per rispondere alla sua domanda, non si può eludere un incrocio pericoloso tra la secolarizzazione e il secolarismo; perché se esagero con la mia autonomia, la mia libertà, il mio individualismo, le mie capriole di natura tecnico-scientifica (che tanto hanno contribuito, nel bene e nel male, alla laicizzazione del nostro vivere) rischio di archiviare l’Altro al maiuscolo e improvvisamente mi ritrovo dentro lo scenario nichilista piegato al secolarismo postmoderno.



Qual è, allora, la differenza tra modernità e postmodernità, in una chiave strettamente filosofico-religiosa?



Il secolarismo, com’è noto, ha stravinto contro i pregi della secolarizzazione, e così è spuntata pian piano la postmodernità, ovvero una cornice che ha azzerato le tensioni che hanno accompagnato con ritmo dialettico e a volte confuso la variegata stagione della modernità. La postmodernità è la “realtà” (che prima distinguevo dall’“io-mondo”), il nostro spazio, la nostra casa e non va combattuta. Sembra un paradosso, ma oggi abbiamo l’opportunità di riscrivere proprio in questa pagina bianca la nostra inedita “vittoria sul mondo” (Gv 16,33), riacciuffando il grido metafisico della Verità e provando a sperimentare la “morte di Cristo” in esplicita contrapposizione alla “morte di Dio”.



Lei, infatti, distingue in maniera insolita la “morte di Cristo” dalla “morte di Dio”. Ce ne può parlare in breve?



La morte di Cristo anticipa una goccia di eternità in due volti che si aggrappano per non sprofondare nel vortice di ciò che Dostoevskij chiama il “sottosuolo”: un luogo in cui la persona smette di essere tale. Anzi, potremmo definire il sottosuolo come la tremenda dimora della “morte di Dio”. Se la morte di Cristo è la porta verso l’infinito, la morte di Dio è lo schiaffo a ogni speranza, la fine del sogno, la chiusura del mistero, la sconfitta dell’amore e il trionfo della morte. La morte di Dio è il codice svelato che accompagna i nichilismi di tutti i tempi, la cifra che ci lascia in balìa del Nichts (il niente del niente), l’aridità più nera, lo stadio avanzato di ogni tenebra esistenziale. Cristo stesso, al fine di proteggere l’ultima caduta di ogni essere fragile, è sceso fino al sottosuolo vivendo la sua peculiare “morte di Dio”, cioè la “morte del Padre”, nel Sabato Santo. E ciascuno di noi, almeno una volta, ha avvertito una scintilla della notte, di ateismo e di paura. Ma la “morte di Cristo”, l’esempio più alto di amore, vince il disincanto della “morte di Dio” e ci fa vedere il suono inconfondibile della Domenica: una luce inedita che può essere sfiorata nell’incontro “possibile” con l’altro e in quello “impossibile” con l’Altro.

 

Chi è oggi il vero cristiano, e qual è il ruolo del cristianesimo nella postmodernità?



Non esiste un vero o un finto cristiano. Ci sono soltanto donne e uomini felici di raggiungere in anonimato un pezzetto di afflato che sgorga dal Golgota, affidandosi con tutte le loro mancanze a un mistero che trascende; nel contempo, diventano “persone” quando amano nel disturbo, nel disorientamento e nell’azione concreta. La postmodernità è, come si diceva prima, l’epoca che annuncia la perentoria affermazione di un azzeramento, di una fine e un inizio non ancora nitido, uno sfondo che sa di caos ma anche di nuovi silenzi e discontinuità; pertanto, questa è la fervida occasione per un cristiano di fare vuoto, e quindi liberarsi da molteplici sovrastrutture, gelide incrostazioni e categorie obsolete, che rischiano di soffocare la mia spinta di uscita per nuove direzioni. Una spinta, però, che deve essere sempre radicata nella Verità eterna del Volto e nel dono inestinguibile della libertà.

 

Ma alla luce dell’esperienza pandemica, tuttora in corso, ha senso parlare di libertà, specie nel cuore dell’Occidente borghese e relativista?



L’uomo dell’Occidente, protetto dalle sue lunghe comodità, ha subìto un vero terremoto esistenziale con l’arrivo del Covid. Adesso è giunta l’occasione di fare “vuoto”! Che non significa rieducarsi al solipsismo o all’inguaribile inerzia. Nel nostro Sabato angosciante, infatti, ci troviamo in bilico tra il Nichts, che segna l’istante del nichilismo più buio, e il Nulla-vuoto, che invece può anticipare un’autentica rinascita. Facendo “vuoto”, dunque, si può ri-cominciare, schiacciando la notte e rinnovando la luce del mattino. Non si tratta di recuperare nostalgicamente chissà quale meraviglioso passato e ripartire da lì; ma di re-iniziare, di scrivere un nuovo verso nella pagina bianca del postmoderno, con la maggiore e più maliziosa consapevolezza che la vita è fragile, che il tempo del Chronos non è onnipotente, che l’uomo è un essere finito, che oggi posso decidere se vivere uscendo da me o morire restando prigioniero del mio specchio in assenza di Dio. E tutto questo dipende da me e dalla mia libertà.

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