Il futuro della UE tra la conservazione austeritaria e la restaurazione dei populismo

Il futuro della UE tra la conservazione austeritaria e la restaurazione dei populismo

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Tra il 6 e il 9 giugno prossimi i cittadini europei saranno chiamati a rinnovare i membri del Parlamento europeo. E' opportuno ricordare che questo è l'unico organo eletto, e le  cui  funzioni  sono limitate rispetto alle altre istituzioni comunitarie non rappresentative (la Commissione, la BCE). Tuttavia, la crescente delegittimazione dell'organo legislativo è una prassi relativa anche ai singoli Stati, che vedono da decenni rinforzare gli esecutivi a discapito della volontà popolare.

Un deficit di democrazia tanto nazionale quanto ad essa sovraordinata. Il che pone una questione da lungo tempo inevasa, riguardante l'architettura di un organismo internazionale, che sia per il  suo impianto, che vede uno sbilanciamento dei poteri a favore di organi non eletti appunto, ma soprattutto a causa delle politiche adottate – il dogma del pareggio del bilancio, il cappio del debito -  mette in dubbio la sua credibilità. Una crisi di riconoscimento con un rimbalzo di responsabilità tra gli Stati e l'istituzione sovranazionale.

Dunque, cosa ne è del sogno europeo? Se l'intento dei fondatori di questo progetto mirava ad unire i popoli e superare i nazionalismi, che avevano prodotto i conflitti armati, ora a distanza di tanto tempo ciò che appare evidente è che quella solidarietà si è trasformata in una unione di intenti tra la classe dirigente, gli interessi economico-finanziari e gli esecutivi nazionali. C'è poi da sottolineare come l'ingerenza esterna NATO/USA abbia avuto ed eserciti tuttora un ruolo decisivo nella politica estera di una Unione pressochè economica.

Dai Trattati istitutivi della CEE del 1957 alla UE nel 1992. Un lungo trentennio segnato da vicende storiche determinati nello spostare l'equilibrio dei poteri fino all'attuale assetto che, in mancanza di alternative di governi non allineati all'ideologia del mercato, e in assenza di forze partitiche di dimensioni consistenti in grado di resistere e propugnare un modello di gestione diverso, cosi come accadeva quando il mondo era diviso in blocchi, ha visto via via abbandonata l'idea di welfare state.

L'idea originaria fu quella di creare un mercato comune in cui fossero agevolate la libera circolazione di merci e capitali. Mettendo insieme le ricchezze continentali lo scopo era quello di dar vita ad un meccanismo concorrenziale nei confronti degli altri competitor internazionali, e quindi garantire benessere ai cittadini. Un progresso economico terminato all'indomani dei famosi trenta anni gloriosi, non perchè il mercato è stato in grado di autoregolamentarsi, ma solo perchè tendenze di sinistra presenti nei parlamenti come nella società, si sono fatte portavoci delle esigenze della classe lavoratrice, e facendo pressione hanno sollecitato politiche distributive.

Dopodichè lo spartiacque di Maastricht, subito dopo la caduta del Muro di Berlino e l'implosione dell'URSS, facendo venir meno la deterrenza estera, ha spianato la via all'odierna unione.

Una UE, che parla in maniera astratta in nome dei popoli, ma in quanto governata da esponenti dell'ideologia liberale, con la compiacenza degli eredi di una tradizione socialdemocratica, corrisponde praticamente ad un gigante capitalistico. Cosi pure gli Stati,  amministrati da partiti-azienda tra loro speculari (centro/destra e centro/sinistra come sinonimo di liberismo economico) hanno rinunciato all'interventismo pubblico, dando mano libera al privato, che accaparrando quante più risorse possibili, e gestendo settori una volta destinati alla collettività, le famose privatizzazioni/liberalizzazioni (dal mondo del lavoro alla sanità, dai trasporti alle risorse energetiche), è diventato il dominus della vita associata.

Ripensare quest'Europa solleva almeno due ordini di problemi:

  • una riforma di Trattati, patti e vincoli;
  • una maggiore autonomia decisoria dei Paesi, intesa come capacità critica, riformista o di superamento, verso quelle politiche neoliberiste di cui la UE rappresenta uno dei tanti aspetti.

Questioni strettamente connesse amplificate dalla globalizzazione economica, già prima delle recenti policrisi. Eppure, puntualmente, assistiamo ad una cieca ottusità da parte di organismi sovranazionali autoreferenziali, il cui manifesto esplicito è dato dall'austerità come pena-colpa verso chi non si adegua (la drammatica vicenda greca su tutte).

E di governi nazionali, esecutori del dettato mercantilistico, che per giustificare manovre non imposte verso i sudditi utilizzano la retorica de “ce lo chiede l'Europa“.  Ad esempio, per intenderci, l'Europa del rigore finanziario chiede di rispettare i suoi discutibili parametri, suggerisce manovre per rientrare dal debito, ma non impone come spendere. Per cui se gli esecutivi preferiscono aumentare le spese militari e tagliare la sanità, allungare l'età pensionabile (che avrà un impatto minimo sul rientro dal deficit) e detassare rendite e grossi capitali, tutto ciò è frutto di una precisa scelta politica. Questo conferma l'esistenza di una classe (casta) di privilegiati dove convivono lobby, multinazionali, esecutori politici e mostri della finanza.

Dopodichè è ovvio che la struttura economica (quella politica è inesistente come dimostrato dalle guerre in ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, e i recenti conflitti in corso) vada completamente rivista. Le politiche fiscali; il rapporto debito/pil e deficit/pil; il principio dell'unanimità dei Trattati; il fiscal compact e i pareggi di bilancio; il ruolo di una BCE che non risponde a nessuno. E magari si potrebbe iniziare con l'affidare la completa titolarità della funzione legislativa al Parlamento europeo, come primo passo verso un consolidamento della volontà dei cittadini, per poi giungere ad una Costituzione dei popoli.

Invece le decisioni sono le solite. Una popolazione impoverita, che non intravede un futuro accettabile per le generazioni future e la BCE cosa fa? alza i tassi di interesse. Oppure pensiamo alla PAC ed ai cambiamenti climatici, e come risposta gli agenti dell'agrobusiness spingono per i nuovi ogm, e viene affidata la svolta green alle compagnie estrattive. Questi soggetti hanno una capacità di intromissione, che tanto è maggiore quanto più rilevanti sono gli interessi in ballo. Pressioni, conflitti di interessi e corruzione riguardano i membri delle istituzioni comunitarie.Da ultimo i fatti che vedono coinvolta l'ambigua presidente della Commissione europea Von der Leyen nella contrattazione per i vaccini Pfizer, anche denunciata dalla Corte Penale Internazionale per complicità in crimini di guerra in Palestina.

Alla fine il malcontento ha partorito i populismi, movimenti identitari, che però non mettono in discussione la componente classista alla base delle élite al potere. Secondo la loro visione la lotta riguarda tutti coloro che stanno sotto contro chi sta in alto. Servendosi di stereotipi volti a combattere le alterità (gli omosessuali) o ciò che viene da fuori (i migranti) pensano di spostare l'attenzione inventandosi capri espiatori al fine di superare una frustazione non socializzata.

Al centro viene messa l'appartenenza ad una origine e a un destino comune, come nei nazionalismi novecenteschi. Il mito della Patria per rafforzare una competizione tra Stati, sottacendo dati fondamentali ed ineluttabili come il fatto che da sempre le persone migrano per i più svariati motivi, e che mai come ora le faccende sono globali e richiedono una risposta in senso internazionalistico.

Liberisti e populisti rimuovono volutamente la stratificazione sociale, mettendo al centro le capacità salvifiche del leader. Un nuovo capo in cui la massa desocializzata deve rispecchiarsi.

L'individualismo in quanto ideologia comune al capitalismo e al populismo, che del capitalismo ne è un sottoprodotto.

L'unica via di uscita da questa impasse è quella del superamento, e quindi della riscrittura, dei vincoli austeritari, che hanno allontanato i cittadini dalle istituzioni, rendendoli isolati, impauriti, incattiviti. L'Europa deve mettere al centro delle sue politiche, attraverso un convolgimento diretto degli Stati, la solidarietà, ambientale, sociale, dei diritti e delle possibilità. Un'Europa che deve dialogare con tutti e non essere succube degli interessi americani, e l'uscita dalla Nato, visti i danni passati e le degenerazioni delle guerre in corso,  può essere la testimonianza di una raggiunta maturità come autonomia di movimento pur riconoscendo i diversi attori internazionali.

Su questo terreno si misura il futuro dell'Europa.

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