Intervista all'Ambasciatore Bradanini: "Il ceto politico italiano deve affrancarsi dalla servitù del vincolo esterno"

Intervista all'Ambasciatore Bradanini: "Il ceto politico italiano deve affrancarsi dalla servitù del vincolo esterno"

L'ex diplomatico è attualmente presidente del Centro Studi sulla Cina contemporanea dichiara all'AntiDiplomatico: "Per non sprofondare nell'abisso di un paese sottosviluppato, occorre recuperare immediatamente (almeno in parte) la sovranità monetaria"

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"I chimerici Stati Uniti d’Europa. Tale futuribile istituzione politica non è alle viste, perché semplicemente è assente il sottostante, vale a dire un popolo europeo. I popoli non nascono da un qualunque Eurogruppo".  A dichiararlo all'AntiDiplomatico prima del vertice Ecofin di oggi e in vista del Consiglio europeo di giovedì che dovrebbe decidere una strategia europea alla crisi è Alberto Bradanini*, ex ambasciatore italiano a Pechino e Tehran. E l'Ambasciatore Bradanini non ha dubbi su quello che l'Italia dovrebbe fare per uscire dall'armageddon economico che si profila. "Il ceto politico italiano è chiamato ad affrancarsi dalla servitù del vincolo esterno, mettendo al centro il perseguimento di un diverso destino per il nostro Paese. Occorre recuperare immediatamente (almeno in parte) la sovranità monetaria e quanto più possibile quella istituzionale-democratica". E per farlo l'ex diplomatico italiano avanza una proposta precisa: "Emettere biglietti di Stato a corso legale circolabili solo in Italia (che come fatto negli anni ‘60 e ’70) legalmente compatibili persino con i trattati europei (art. 128 comma 1, del TFUE)".


Abbiamo chiesto poi all'Ambasciatore Bradanini, attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporaneaun giudizio sul ruolo che ricoprirà Pechino dopo la crisi, una riflessione sulla mancanza di solidarietà dai nostri alleati nel momento di maggior emergenza per il nostro paese dalla Seconda Guerra Mondiale e, infine, un commento sulle sanzioni criminali che gli Stati Uniti continuano ad imporre in una fase di lotta globale alla pandemia. "L’impero ideocratico messianico fondamentalista, quello americano, non ha alcuna pietà per i popoli che soffrono. Solo s’interessa all’espansione del proprio potere. Le nazioni che resistono alla sottomissione vengono attaccate politicamente, economicamente e quando serve anche militarmente."


L'intervista a L'AntiDiplomatico


La Cina colpita dal Covid-19 sembrava in forte difficoltà. Ora invece da questa pandemia, dopo averla in parte sconfitta si pone come capo fila dei paesi che inviano aiuti in tutto il mondo, specialmente in Italia. Il suo ruolo nello scacchiere mondiale sarà rafforzato?

Occorre distinguere le impronte di una stampa eticamente corrotta e asservita (la Cina è il nemico, il rivale strategico degli Usa, e dunque va combattuto anche il suo soft power che minaccia quello americano, al servizio dell’espansionismo militarista sul mondo) da un esame bilanciato del contesto geostrategico. La Cina, analogamente alla dimensione psicologica degli individui, vive una complessa condizione di ambiguità. Da una parte il suo senso di colpa (almeno fin tanto che non venga accertato che il Covid-19 non sia nato in un mercato di Wuhan) che la spinge ad assistere gli altri paesi per attenuare il sentimento di ostilità che serpeggia nei suoi riguardi, dall’altra la tentazione di cogliere l’occasione per proiettare nel mondo l’immagine di un paese che – diversamente dagli Stati Uniti – opera in forma responsabile e si fa carico di beni pubblici internazionali, come la salute dei popoli del mondo. Certo la Cina prosegue nella sua strategia di rafforzamento della sua presenza nel mondo, che però diversamente da quella americana non è basata sull’uso della forza e della fomentazione di conflitti armati di ogni genere.
Quanto all’Italia, non credo che basti la presenza di qualche decina di medici cinesi (o russi, o cubani) per affrancare il nostro Paese dalla colonizzazione americana (12mila soldati Usa dispiegati sul territorio, esenti persino dalla nostra giurisdizione penale e incaricati tra l’altro di garantire l’efficienza di 80-90 testate nucleari a Ghedi (BS) e Aviano (PN)). Per gli americani il nostro Paese ha valore esclusivamente per la sua posizione geografica. Per il resto, l’Italia è chiamata a digerire ogni decisione di Washington, anche quelle che soddisfano la sua bulimia espansionista (basti pensare alla demolizione della Libia che sta destabilizzando l’Italia e l’Europa con un’immigrazione incontrollata). La Charm Offensive sanitaria cinese non ha nulla a che vedere poi con l’improbabile attuazione del Memorandum d’Intesa firmato nel marzo del 1919 tra Italia e Cina, poiché i due sistemi politico-economici non operano su un piede di parità. Quel Memorandum rimarrà un mero catalogo di buone intenzioni, senza alcuna possibilità di essere attuato da parte nostra (nemmeno in termini di riduzione del forte disavanzo italiano che supera ogni anno i 20 miliardi di euro). L’Italia non ne ha la capacità industriale e organizzativa. L’MoU è stato sfruttato da Pechino sul piano politico (l’Italia è stato l’unico paese del G7 a farlo), mentre Roma non ha ottenuto nulla in cambio.


 
Lei è stato ambasciatore in Cina per diversi anni. L’ha colpita questa capacità di reazione della Cina, soprattutto l’unità di intenti tra governo, partito comunista e cittadini cinesi?

Le istituzioni politiche cinesi hanno tuttora una struttura piramidale, gerarchizzata, mai del tutto abbandonata dai tempi di Mao Zedong, quando le unità di lavoro controllavano in ogni aspetto la vita dei cittadini cinesi. A tale capacità di supervisione, insieme politica e sociologica della società cinese da parte degli apparati pubblici, amministrazione e Partito Comunista, deve poi sommarsi la tradizione, l’attitudine cinese nei riguardi dell’autorità. Ila relazione che univa i sudditi all’imperatore era improntata a fiducia e sottomissione. Nel corso dei secoli, il popolo cinese si è sempre mostrato disposto ad accettare limitazioni alla propria libertà in cambio di stabilità e un minimo di benessere. E tale attitudine non è cambiata oggi. La Cina ha patito sofferenze inenarrabile durante il secolo dell’umiliazione (al 1848 al 1949, o meglio fino al 1978) e oggi più che mai il popolo cinese riconosce al Partito, erede del potere imperiale del passato, il merito di aver generato negli ultimi quarant’anni un benessere mai prima d’ora goduto. Ciò non toglie che nella società serpeggino malumori di vario tenore, sia quelli profondi connessi al bisogno di equità e di maggiori spazi di libertà, insopprimibili in Cina come altrove, sia quelli odierni legati alle insufficienze del sistema nella gestione della diffusione del virus, tra cui un colpevole ritardo nel dare l’allarme da parte delle autorità locali (e forse anche centrali), dovuto a ragioni burocratiche e al timore di riflessi sulla economia.
 

Perché tante polemiche sugli aiuti russi? Vede un pericolo nella presenza di esperti militari di Mosca in Italia, come segnalano alcuni organi di informazione?

Non vedo alcun pericolo nella presenza di aiuti sanitari russi, anche se provengono da quell’esercito invece che dalla Croce Rossa o dal Ministero russo della Sanità. Tutto ciò è fortemente strumentale. La longa manus americana cerca di cogliere anche questa occasione per imporre ad un’asservita stampa italiana la consegna di diffondere impulsi antirussi, nel timore che questi aiuti generino nella popolazione italiana un (giustificato) sentimento di riconoscenza verso il governo di Mosca. Reputo che sia il segnale di un vuoto culturale credere in una strategia espansionistica russa in Italia attraverso medici e infermieri, anche se militari. Dovremmo in tal caso rilevare i medesimi propositi, sulla scorta di quel cosiddetto giornalista della Stampa che ha accreditato tale ermeneutica, anche alla presenza di medici cinesi o cubani, tutti provenienti da paesi antagonisti dell’impero americano. La domanda da farsi è semmai un’altra. Perché il nostro principale alleato-padrone risulta latitante in questo tragico momento, o magari ancora un’altra: come mai l’ospedale da campo Nato situato a Taranto invece di essere inviato in Lombardia che ne ha bisogno come l’aria è stato nei giorni scorsi inviato in Lussemburgo, un paese che possiede un Pil pro-capite quattro volte superiore a quello italiano, abitato da poche centinaia di migliaia di persone e scandaloso paradiso fiscale in seno alla cosiddetta Unione Europea? Reputo legittimo il sospetto che la sfera politico-finanziaria americana nutra qualche interesse verso il Lussemburgo.
 

Aiuti dalla Cina, dalla Russia e da Cuba. Paesi che non sono quelli che in gergo diplomatico posso definirsi alleati. Mentre UE e USA non si sono segnalati per la loro solidarietà. Pensa che possano esserci cambiamenti nella nostra politica estera?

Come sopra rilevato, non credo sia sufficiente la presenza di qualche ambulanza o di alcuni medici provenienti da Cina, Russia o Cuba per indurre un cambiamento nella nostra politica estera. L’Italia non è un paese sovrano: Essa è politicamente è asservita agli Usa ed economicamente/monetariamente alla Germania (e suoi satelliti). In tali condizioni il nostro ceto politico, per di più modesto e improvvisato, non possiede oggettivamente alcuno spazio di manovra. All’Italia è concesso al massimo qualche deviazione formale di scarsissimo contenuto reale, come ad esempio il citato Memorandum d’intesa italo-cinese del marzo 2019, un Memorandum che non aveva alcun contenuto già allora e che a distanza di un anno mostra tutta la sua vacuità. Alle osservazioni che precedono devono poi aggiungersi l’inconsistenza e l’incapacità degli apparati italiani a darvi un minimo di seguito sul piano organizzativo, industriale e commerciale. Va detto che sullo sfondo di tale scenario, il tessuto industriale italiano si trova in una forte e relativamente incolpevole sofferenza, un’economia deindustrializzata e in difficoltà sistemiche, disoccupazione, precarietà, abbandono delle regioni del Sud, ritiro dello stato dall’economia, privatizzazioni e via dicendo che non consentono alcuno spazio di vera interlocuzione con un gigante come la Cina, che opera sulla base di un forte sentimento di indipendenza politica, economica e monetaria.

 
L’Iran, Siria, Cuba, Venezuela paesi martoriati dal Civid-19. Sarebbe quanto mai necessario in questa emergenza Covid-19 rimuovere almeno temporaneamente le sanzioni contro questi paesi?

L’impero ideocratico messianico fondamentalista, quello americano, non ha alcuna pietà per i popoli che soffrono. Solo s’interessa all’espansione del proprio potere. Le nazioni che resistono alla sottomissione vengono attaccate politicamente, economicamente e quando serve anche militarmente. Lo scopo è quello di cambiarne il regime per sottometterne i popoli, oppure di distruggerle, come avvenuto in Iraq, Siria, Libia e altrove. A prescindere dalla qualità delle istituzioni di quei paesi (che presentano certamente ampi spazi di miglioramento), va riconosciuta la forza di resistenza dimostrata dai rispettivi governi. Semmai, occorrerebbe esprimere biasimo verso la stampa e TV (italiana e occidentale in generale) che opera nella sudditanza culturale e nel ricatto permanente di giornalisti e accademici servitori del potere americano-centrico. I media italiani, TV e giornali, rilevano a mala pena la grave violazione dei principi di etica umanitaria da parte degli Usa che mantengono le loro sanzioni unilaterali (del tutto illegittime per il diritto internazionale, o di quello che rimane, visto l’intento di Trump e dei suoi predecessori di distruggere quello che rimane di esso) contro paesi come l’Iran, Cuba o Venezuela alle prese con questa grave pandemia.
Se le Nazioni Unite non hanno alcun potere reale (esse sono efficaci solo quando sono unite, vale a dire quasi mai), qualcuno ha espresso un ingenuo auspicio che almeno l’Ue battesse un colpo. L’Europa tuttavia non ha più il peso politico di un tempo. Essa oggi è solo un grande mercato competitivo, dove vige la legge della giungla. Per di più è anch’essa militarmente occupata dagli americani (soldati Usa sono ovunque, a partire dalla Germania, la prima economia del continente), e dunque impossibilitata ad agire a tutela dei propri interessi. Le questioni di natura sanitaria s’intrecciano anche qui, com’è logico, con quelle economiche e politiche.

 

Quanto cambieranno secondo lei gli scenari internazionali all’indomani della pandemia. Chi uscirà rafforzato e chi indebolito?

Sono personalmente pessimista. Passata la pandemia, e prima o poi essa passerà, gli scenari internazionali torneranno quelli di prima, seppure con qualche aggiustamento di natura tecnica. Vi saranno presumibilmente maggiori investimenti nell’industria sanitaria la cui valenza strategica sarà ampliata. Molti paesi, a partire dagli Stati Uniti, e spero anche l’Italia, considereranno strategici respiratori, mascherine e altri dispositivi ospedalieri. Vi sarà un’attenzione al rischio epidemico come mai prima d’ora, certo, anche perché occorrerà prepararsi alla prossima epidemia che potrebbe essere più devastante, sia che provenga da animali, sia che sfugga a qualche laboratorio più o meno segreto. Se esistesse una comunanza d’intenti tra le Grandi Potenze occorrerebbe rafforzare il regime di controllo internazionale di tali laboratori. Obiettivo però assai difficile da raggiungere se solo si considera che gli Stati Uniti, pur avendo sottoscritto l’esistente convenzione internazionale contro le armi biologiche, non consentono agli ispettori internazionali alcuna ispezione. Israele poi (lo segnalo per inciso), il principale alleato al mondo degli Stati Uniti, non ha ratificato né la Convenzione Internazionale sulle Armi Chimiche, né il Trattato di non Proliferazione Nucleare, né la Convenzione contro le Armi Biologiche. Cosa avvenga nei laboratori di quel paese, certo non all’insaputa degli americani, noi non lo sappiamo.
 

Un’ultima domanda sull’Europa in vista del decisivo Consiglio europeo di giovedì prossimo e dell'Ecofin di oggi. Nel suo ultimo articolo su Micromega scrive che “l’occasione sarebbe davvero unica” per l’Italia. Perché e la classe politica attuale sarà in grado di coglierla?

Sull’Unione Europea il mio giudizio è fortemente negativo. L’Ue è un’istituzione tecnocratica non democratica, governata dalla legge del più forte. La Commissione europea propone le leggi (in verità sono i funzionari sottostanti, strapagati e asserviti agli interessi delle multinazionali, a prepararle) che dopo un breve passaggio al Parlamento europeo (privo di iniziativa legislativa e dove i deputati tedeschi, ad esempio, votano compatti quando sono in ballo gli interessi nazionali della Germania) vengono approvate definitivamente dal Consiglio. L’euro è stato lo strumento monetario che ha consentito il saccheggio della ricchezza dei paesi del Sud da parte delle élite tedesche e satelliti. Solo un dato, ma plateale: ogni italiano ha perso 73.000 € di reddito da quando esiste la moneta comune. Se si retrocede al 1992, l’anno del Trattato di Maastricht, si superano i 100.000 €. Occorre prendere veloce distanza da questa impalcatura distruttrice di democrazia e di benessere, se vogliamo dare un futuro ai nostri figli e nipoti. La prima misura da adottare, sfruttando un’occasione unica che ci si presenta in questa tragica evenienza, è la seguente: l’economia italiana ha bisogno di liquidità evitando di contrarre altro debito, mentre, il MES, la Banca Europea per gli Investimenti e gli altri meccanismi proposti dalla BCE sono tutti generatori di debito ulteriore che finanziano la speculazione, impoverendo il nostro Paese e generando ulteriore degrado dei servizi sociali. Il ceto politico italiano è chiamato ad affrancarsi dalla servitù del vincolo esterno, mettendo al centro il perseguimento di un diverso destino per il nostro Paese. Una soluzione (che insieme ad altre viene suggerita da autorevoli economisti italiani e internazionali) e che ho riportato nel mio articolo di alcuni giorni orsono su MicroMega, è quella di emettere biglietti di Stato a corso legale circolabili solo in Italia (che come fatto negli anni ‘60 e ’70) legalmente compatibili persino con i trattati europei (art. 128 comma 1, del TFUE).
Aggiungo per chiudere un’annotazione di carattere semantico. Tutti noi continuiamo singolarmente a chiamare Unione Europea (sottolineo il sostantivo Unione) una struttura che ha invero obiettivi diversi che non la creazione di una federazione di Stati, i chimerici Stati Uniti d’Europa. Tale futuribile istituzione politica non è alle viste, perché semplicemente è assente il sottostante, vale a dire un popolo europeo. I popoli non nascono da un qualunque Eurogruppo o dalla prepotenza di una Commissione Europea, i popoli sono generati dalla storia, dal sangue versato, da una lingua, una religione comune, da un sentimento di appartenenza a una stessa comunità. E non è certo questo il caso dell’Unione Europea. Per non sprofondare nell’abisso di un paese sottosviluppato (siamo già un paese in via di sottosviluppo dal 1992), occorre recuperare immediatamente (almeno in parte) la sovranità monetaria e quanto più possibile quella istituzionale-democratica (ricordo che la legge principale che il Parlamento italiano approva ogni anno, quella finanziaria, oggi deve essere inviata in bozza alla Commissione – non eletta - alcuni giorni prima. È legittimo chiedersi come mai le vittime siano state d’accordo con i carnefici (e in parte lo siano tuttora), e qui il ruolo dei media è fondamentale. Il giornalismo televisivo e stampato, sottomesso e preselezionato, ha saturato gli spazi con un’informazione distrattiva, mentre il sistema ha fatto ricorso al clero accademico, che si presta per ragioni di carriera e di potere a parcellizzare la conoscenza del reale al servizio delle élite dominanti. Le eccezioni, sempre presenti in ogni contesto, non cambiano la scena.

* Alberto Bradanini è un ex-diplomatico. Tra i numerosi incarichi ricoperti, è stato Ambasciatore d’Italia in Iran (2008-2012) e a Pechino (2013-2015). È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

 

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