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Intervista esclusiva al costituzionalista Hermann Escarrá: «In Venezuela, il nuovo parlamento, rivitalizzerà la democrazia»

 

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di Geraldina Colotti


Il professor Hermann Escarrá è un costituzionalista di fama internazionale, innamorato della cultura italiana e della Roma antica. Sui suoi libri hanno studiato diverse generazioni di studenti. Ma se gli chiedi come vorrebbe essere ricordato, risponde: “per la mia militanza solidale e umanista, per essere una persona coerente, che ha cercato di applicare i principi del Vangelo, mettendosi dalla parte degli ultimi”. Stare “dalla parte degli ultimi”, in Venezuela, significa mettersi dalla parte del socialismo bolivariano, della “democrazia partecipata e protagonista”, fondata nella Carta Magna del 1999, a cui Escarrá ha dato un importante contributo.

Come stai, innanzitutto? La destra ha speculato parecchio, dandoti addirittura per morto. Hai avuto il covid?

A seguito di un malessere, ho osservato un periodo di riposo e ho effettuato diversi tamponi, tutti negativi. Per questa pandemia, purtroppo, anche in Venezuela si sono registrati 494 morti, ma è una media decisamente più bassa di quella dei paesi vicini. E questo grazie allo straordinario lavoro di prevenzione e pianificazione del nostro presidente Maduro, che ha agito subito, alle prime avvisaglie del coronavirus, per proteggere il popolo. In Venezuela, ci si può curare gratuitamente grazie alla rivoluzione bolivariana.  Non ho avuto il covid, ma l’estrema destra è solita speculare. Le fake news, in politica, se non fosse per l’angustia che provocano alla famiglia e agli amici, rappresentano rischi del mestiere.

Tu hai accompagnato il processo costituente del 1999 e ora quello dell’Assemblea Nazionale Costituente, che è stata eletta nel 2017. Qual è il bilancio che ne fai? Quali sono i punti di continuità e di innovazione?

Allora come oggi, sono a capo di una commissione permanente, ma sono diversi sia il contesto che gli obiettivi. Il processo costituente del ’99 ha avuto il compito di derogare la costituzione del 1961, di rompere con i meccanismi della democrazia rappresentativa, degenerata in quella che definisco una pluto- partitocrazia, e di istituire la democrazia partecipata e protagonista, di ampio contenuto sociale. Soprattutto nel titolo 3 si contempla un insieme di diritti fondamentali molto avanzati sul piano economico, politico, sociale, orientati al bene comune. Il primo passo della rivoluzione bolivariana è stato quello di impostare principi e valori costituzionali per passare dallo stato neoliberista, dal quadro di un capitalismo selvaggio, a uno stato sociale di diritto basato sull’uguaglianza, la solidarietà e il pluralismo politico. Per questo, abbiamo modificato il concetto di sovranità, stabilendo che il popolo lo debba esercitare in forma diretta e con i mezzi previsti dal testo costituzionale, come il referendum abrogatorio, consultivo, revocativo e varie altre iniziative legislative. Al contempo, si è posta la base per una nuova ingegneria amministrativa dello Stato con l’intento di rafforzare la comunità. Si è andati avanti il più possibile nel prospettare la comuna come forma di gestione del governo che superasse i municipi, senza sostituirli, ma coadiuvando il più possibile l’avvicinamento del popolo mediante una società organizzata. Quando il presidente convoca l’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), il Primo maggio del 2017, lo fa in base agli articoli 347, 348 e 349 che codificano le modalità attraverso le quali si può fare appello al potere popolare originario fondativo, e dare luogo a una ANC. Una di queste modalità prevede che il presidente o presidenta della repubblica, d’accordo con il consiglio dei ministri, possa convocare una ANC. In quel momento, il paese era sotto assedio dei poteri imperiali, soprattutto nordamericano. La strategia del governo USA era quella di utilizzare l’opposizione per destabilizzare il paese con la violenza, violando i principi di autodeterminazione, sovranità e diritto internazionale. Eravamo confrontati ad azioni di terrorismo urbano, le cosiddette guarimbas nelle quali si era arrivati a bruciare vive delle persone perché chaviste. Così, nonostante l’opposizione di un settore minoritario, la ANC viene votata da una maggioranza di cittadini e cittadine. Immediatamente dopo, ritorna la pace nel paese. Quando, in politica, si fa l’analisi dei conflitti, emergono due dimensioni: una agonale, dove prevalgono cooperazione e integrazione, e l’altra esistenziale, dominante nella fase in cui ci trovavamo, che prevede la scomparsa di uno dei contendenti per la sopravvivenza dell’altro. Noi abbiamo optato per la prima dimensione, per aprire un dialogo nella diversità, e ci siamo riusciti. Questa ANC, come ha annunciato il presidente, deve terminare a dicembre perché ha svolto il suo lavoro. Mediante il costante confronto con il popolo, le 22 commissioni hanno prodotto oltre 300 atti legislativi costituenti, alcuni già entrati in vigore, altri che dovranno essere approvati quando si installerà la nuova Assemblea Nazionale, il 5 gennaio del 2021, dopo le parlamentari del 6 di Dicembre.

Quali sono le principali proposte di questa ANC?

Innanzitutto c’è stata la preoccupazione di approfondire e proteggere la democrazia e la sovranità territoriale dalle mire dell’imperialismo. Una delle mie proposte, per esempio, è quella di incorporare anche il territorio dell’Essequibo, che ci è stato sottratto in passato dalla Gran Bretagna con la complicità degli Stati Uniti. C’è poi un grande ampliamento dei diritti, a partire da quelli del lavoro: per un salario vitale integrale, per la partecipazione piena dei lavoratori e delle lavoratrici in ambito culturale, educativo, della casa, della salute. Si è dato rango costituzionale ai Consigli Produttivi dei lavoratori e lavoratrici. Si sono ampliati i diritti della donna, delle diversità sessuali, delle persone con disabilità, dei minori. Si sono proposte o stabilite norme di tutela rispetto agli atti di ingerenza dei poteri imperiali. C’è stato accordo costituzionale nel rifiuto delle misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti e dai loro subalterni, e di appoggio alla diplomazia di pace, che ha portato a importanti risultati, come l’ingresso del Venezuela nel Consiglio dei diritti umani dell’ONU. Altri accordi e decreti costituzionali riguardano il rafforzamento della nostra moneta, l’imposta al valore aggiunto, la normativa di tutela per l’attività di sfruttamento delle nostre miniere e delle attività correlate. Stiamo riorganizzando il potere giudiziario. Uno straordinario bilancio di ordine economico, politico, sociale e istituzionale. C’è stato un gran progresso anche nell’organizzazione dell’economia comunale, per rendere trasversali norme per l’organizzazione delle comunas e per approfondire la struttura federale del paese. Le Comunas non possono essere condensate in una sola norma, ci vuole un programma in grado di integrare il meglio delle Leggi del Potere Popolare. La Comuna è una questione di ordine strutturale per la nazione, deve attraversare tutto il testo costituzionale. E perché non pensare a una seconda camera, costituita dal parlamento comunale? Si deve intervenire sull’articolo 2. Dopo vent’anni, la tappa dello Stato Sociale di diritto deve finire, si deve dire che “il Venezuela si costituisce come Stato Socialista”, e immediatamente entrano in campo le Comunas e i valori collettivi correlati. Non dobbiamo presentare un progetto costituzionale che non contempli le Comunas. Già nel 2006, Chavez disse: chi vota per me, vota per il Socialismo”.
 
Una parte della sinistra, che ha deciso di uscire dall’Alleanza del Gran Polo Patriottico e che si presenta con una nuova alleanza alle parlamentari del 6 di dicembre, accusa, però, il PSUV di aver abbandonato il cammino del socialismo. È così? È vero che il processo di dialogo con l’opposizione moderata, che ha lasciato un segno nella maniera di organizzare le elezioni e nella composizione del CNE, provocherà un ritorno indietro della rivoluzione?

Ci dispiace molto che ci sia questa dissidenza minima, però molto altisonante e distruttiva, soprattutto nelle reti sociali. Lo dico anche come candidato. Si dimentica che Maduro ha dovuto affrontare il potere imperialista più forte a livello mondiale, e che si è scontrato con un settore di estrema destra che ha cercato e cerca di rompere l’ordine costituzionale, ha pervertito la nostra moneta, bloccato la vendita del petrolio, nostra principale fonte di introiti, chiedendo sanzioni sempre più asfissianti; che continua a sabotare i servizi pubblici, a far esplodere centrali, a demolire la credibilità dei dirigenti politici chavisti, che si è spinta fino a progettare un attentato con i droni al presidente, a organizzare spedizioni mercenarie. Questa sinistra sembra non voler cogliere la gravità della situazione. Non è vero che esiste un cambio di indirizzo nel socialismo bolivariano. Basta leggere il Plan de la Patria, che è legge costituente, basta ascoltare i discorsi del presidente e del governo per accorgersi che si sta avanzando nella difesa dei settori più vulnerabili e nel quadro di alleanze internazionali multicentriche e multipolari. Il 5 gennaio del 2021, quando si installerà il nuovo parlamento, si aprirà una nuova fase di dialogo plurale che rivitalizzerà la democrazia. L’apporto di tanti eletti dai settori operai e sociali, non solo del PSUV, ma anche del GPP, porterà alla soluzione dei grandi problemi nazionali.

È vero che l’influenza delle chiese conservatrici sta producendo un ritorno indietro rispetto ai diritti delle donne e delle minoranze sessuali?

In Venezuela i diritti politici e sociali delle persone di diverso orientamento sessuale sono protetti e tutelati, non ci sono discriminazioni, ma grande rispetto. Io ho incontrato i movimenti per la diversità sessuale nella commissione costituzionale che presiedo all’ANC. Ci sono alcune divergenze in merito all’adozione dei figli e alla questione della famiglia, che per noi è un valore. Ma un valore altrettanto importante è la difesa della dignità e della libertà delle persone di diversi orientamenti sessuali, che fanno parte della nostra comunità nazionale e politica.
 
Come valuti la chiusura dell’Unione Europea rispetto alle elezioni del 6D nonostante i tanti gesti di buona volontà del presidente Maduro, non ultimo quello dell’indulto? A che punto stanno le cose?

In Europa, c’è un conflitto permanente tra la posizione pro USA e quella pro Unione europea, e tra la posizione sociale e quella neoliberista.  Questo produce un comportamento ondivago che fa danno anche alla stessa Unione Europea. Una politica regressiva e neocoloniale che non ascolta la voce dei popoli, non tiene conto delle aspirazioni popolari, ma si accoda agli interessi del potere imperiale più forte. Il presidente Maduro ha teso tante volte la mano sia all’Europa che agli Stati Uniti, fermo restando il rispetto della nostra autodeterminazione e della nostra sovranità. Perché allora tanta chiusura quando la stragrande maggioranza dell’opposizione venezuelana ha deciso di partecipare alle elezioni? Si sono iscritti 14.500 candidati, oltre 114 partiti di opposizione, alcuni assai rappresentativi e con una direzione riconosciuta. Il prossimo parlamento sarà ancora più plurale a articolato, come dev’essere per sua natura. Chiediamo all’Europa di rispettare la nostra costituzione e la nostra sovranità, di capire che il nostro popolo è profondamente democratico, pacifico, che agisce per la costruzione di un nuovo ordine internazionale più giusto, più umano, che protegga i diritti e le libertà fondamentali, che costruisca una nuova ecologia sociale e che protegga l’ambiente. Il nostro popolo protegge la vita, per questo allo slogan “Patria o muerte”, anni fa abbiamo sostituito quello di “Abbiamo una Patria, vivremo e vinceremo”. Viva la Patria, viva la vita, viva la rivoluzione.
 
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