Kiev: la Rada approva la legge sulla “moghilizzazione” totale

Kiev: la Rada approva la legge sulla “moghilizzazione” totale

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Sembra proprio che la reclamizzata “conferenza per la pace” debba tenersi, in Svizzera, a dispetto, per un verso, dell’indisponibilità russa a piegarsi a una sceneggiata che non è altro che l’ennesima riproposizione della cosiddetta “piattaforma Zelenskij” e, per un altro verso, ignorando volutamente quanto ribadito anche nei giorni scorsi da Sergej Lavrov e Wang Yi sulla necessaria corposità di un piano globale di sicurezza euroasiatica, di contro al limitato e pericolosissimo euroatlantismo USA-NATO, in cui si inquadra, appunto, la messinscena svizzera, voluta da Vladimir Zelenskij.

Una commedia che riguarda direttamente gli interessi russi di sicurezza, senza però la partecipazione russa. Il 15 e 16 giugno, a Bürgenstock, sul lago di Lucerna, si disquisirà, cioè, su come «creare un fondamento favorevole a una pace globale e stabile in Ucraina» e realizzare una «road map concreta per la partecipazione della Russia al processo di pace», facendo poi conoscere a Mosca le direttive cui dovrà senz’altro adeguarsi.

La data non è stata scelta a caso: il 13-15 giugno si terrà in Italia il G7 e l’evento richiamerà anche personalità da diversi altri paesi, «invitati dalla Nazione che detiene la presidenza di turno», come recita lo spot della presidenza del consiglio. L’intento è quello di dirottare tutti, più qualche altro, da un esclusivo villaggio turistico pugliese a un resort di lusso svizzero. Ma non è proprio detto che gli sponsor di Kiev riescano, con la (eventuale) presenza di alcuni rappresentanti dei BRICS, a portare dalla loro parte il “Sud globale” che, riguardo al conflitto in Ucraina, non la intende esattamente come i Biden, i Sunak, i Macron o le von der Leyen. In ogni caso, la loro “passerella di pace” svizzera si rende quanto mai urgente.

Nel momento in cui sempre più marcata si fa l’avanzata russa al fronte e stante la crescente difficoltà degli sponsor euro-atlantici a foraggiare con soldi e armi la junta nazigolpista di Kiev, che ricorre, senza particolare successo, alla mobilitazione totale e forzata della propria chair à canon; in questo momento a Ovest si ha bisogno di una tregua per riorganizzare le forze, rimpinguare gli arsenali, concedere un po’ di respiro a chi è in pericoloso affanno. Non è una tattica nuova nella storia delle guerre e anche lo stesso conflitto in Ucraina ne ha già fornito più di un esempio, a partire dal febbraio 2015.

Dunque, sempre più carne fresca da mandare al macello; s’intende: che sia rigorosamente ucraina, perché, a quanto si dice, si sta notando un discreto fuggi-fuggi anche tra le file dei mercenari di quella “Legione internazionale” che spalleggia Kiev.

L’11 aprile, la Rada ha quindi approvato con 283 voti la nuova legge sulla mobilitazione totale, insistentemente “raccomandata” da Washington. Alla vigilia, erano stati resi pubblici alcuni dettagli del disegno di legge, in base al quale, teoricamente, nessun ucraino tra i 25 e i 60 anni dovrebbe esser lasciato a casa. Salvo alcune eccezioni, messe in rilievo da Dmitrij Kovalevic su Ukraina.ru e che riguardano (e te pareva!) molti “amici degli amici” e i volumi delle bustarelle.

Secondo il disegno di legge, la “blindatura” dalla mobilitazione può riguardare collaboratori e dipendenti di imprese giudicate “oltremodo importanti per la sicurezza” dello stato. Ad esempio: il personale di un circo itinerante, o i calciatori, ma solo di alcune squadre. Pare che anche le catene di negozi “Pripravka” (Condimenti) e cosmetici “Eva”, oltre al lussuosissimo ristorante di pesce “Jägersund”, possano “blindare” i propri dipendenti. Lo stesso per la catena di supermercati di edilizia "Epitsentr", di proprietà del miliardario Aleksandr Gereg e il birrificio “Obolon”; ma anche il canale semipresidenziale “1+1”, il canale “5” dell’ex presidente Poroshenko e alcuni altri, legati a figure della cerchia presidenziale.

Insomma, gli ucraini si chiedono quali siano i criteri per cui possano essere esentati alcuni calciatori e altri no, i dipendenti alcuni ristoranti extralux, profumerie dai prezzi inaccessibili, o della sola “Philip Morris”, ma non di altre industrie del tabacco.

Il criterio, anche troppo evidente, è quello per cui praticamente tutti i principali biznesmeny ucraini scanseranno la mobilitazione, al pari dell’intera élite politica e statale. Un criterio che poco si distanzia dal precedente progetto, che tanti malumori aveva sollevato nella stessa Rada, prevedendo l’esenzione, tanto per dirne una, degli “allevatori di cammelli”, o degli addetti ai “trasporti spaziali”. In ogni caso, nota Ukraina.ru, è chiaro che diversi alti funzionari e oligarchi hanno “blindato” le attività di cui sono proprietari e anche i dipendenti, ricattando questi ultimi, che possono scegliere tra lavorare gratis o andare al fronte.

Più o meno dello stesso parere Sergej Zuev che, ancora su Ukraina.ru, mette l’accento sulla fine, il prossimo 20 maggio, della “legittimità” di Vladimir Zelenskij, dopo l’annullamento del voto presidenziale che avrebbe dovuto tenersi il 31 marzo. Prossima la scadenza anche della legge marziale, che ha sinora blindato il rinnovo della Rada e, in tale situazione, i deputati non hanno trovato nulla di meglio da fare che por mano alla legge sull’inasprimento della mobilitazione.

Una legge già ridenominata della “moghilitazione” (in russo moghila è la tomba) e che impone, ad esempio, agli operatori dei media statali di condurre “telemaratone” proprio là dove ci sono ritardi negli stipendi. In che modo vengono “motivati” questi dipendenti? Col miraggio della “blindatura”: «non verranno mandati al macello, al fronte», dice il politologo Oleg Soskin; «E devono rallegrarsi di questo: di non finire al fronte, di rimanere vivi e lavorare senza stipendio». “Blindatura di stato” anche per alcune migliaia di “operatori della cultura”: evitate la mobilitazione, ma «gentilmente, cucitevi la bocca contro il governo. Andate in giro a illustrare le glorie del governo».

Su quanto sia “popolare” la mobilitazione, dice l’ex deputato Oleg Tsarev, lo dimostra anche lo “sbarramento” ora eretto sul Tisza, guadando il quale molti cercano di fuggire in Romania: l’Ucraina «è diventata ancora più somigliante a un campo di concentramento», dice Tsarev. Si adottano anche misure per consolidare il “campo di concentramento digitale”: secondo Interfax-Ucraina, nel registro unico di abili al servizio, coscritti e riservisti "Oberig", confluiranno d’ora in poi anche dati dal Fondo pensioni, dal Servizio fiscale, Ministero della giustizia, Amministrazione giudiziaria e Servizio di frontiera. Sembra che la junta possa anche archiviare informazioni sul personale militare nei cloud storage dei paesi NATO.

Ma quanto tutte queste misure difficilmente riescano a colmare l’abisso in cui sta precipitando la junta di Kiev, lo indica la testimonianza, raccolta da Komsomol’skaja Pravda, dell’ex mercenario polacco Michal Lipski, da poco rientrato in patria dopo due anni di guerra tra le forze ucraine e intervistato da Defence24.pl. In sostanza, afferma Lipski, i combattenti ucraini “più motivati” sono tutti al cimitero e le persone non aspettano altro che l’arrivo dei russi.

A proposito di americani e britannici, dice: meglio non andarci insieme in guerra; al massimo, con loro «si può andare al “safari” in Afghanistan o Iraq, quando tu disponi di tutto e il nemico non ha nulla» per combattere; ma in Ucraina è «il contrario: il nemico ha le artiglierie e noi no». Anche riguardo ai nazisti di “Azov”: «A Klesceevka, siamo stati sostituiti dagli “Azoviti” della 3° brigata, che però in un giorno hanno abbandonato un villaggio che noi avevamo tenuto per un mese e mezzo».

La parte più curiosa dell’intervista riguarda gli ucraini mobilitati: l’addestramento base è di così «bassa qualità che le persone arrivano al fronte già dopo un mese dal richiamo. A volte non sanno nemmeno che il fucile abbia il mirino»; ma, soprattutto, quei ragazzi «non sono motivati. I motivati sono da tempo al cimitero».

E le persone: «ricordo quando siamo entrati a Artëmovsk, a luglio 2022, con una colonna di 10 blindati. Io ero sul primo e avevo le bandiere ucraina e polacca. Le persone cominciarono a salutarci applaudendo. Passa il secondo blindato con la bandiera ucraina e tutti abbassano le mani. Avevano scambiato la mia bandiera polacca per russa. Ancor oggi là ci sono persone che rimangono sotto il fuoco aspettando i russi».

Chissà se, dopo Bürgenstock, al nazigolpista-capo rimarrà il tempo di cercarsi un angolino tra le valli svizzere in cui accamparsi in attesa del peggio.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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