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Marcia di Washington. Tre voci dagli Stati Uniti per spiegare il no all'uso indiscriminato delle armi

 
 

di Michele Metta 

 

Negli Stati Uniti, si è appena svolta una grande prova di determinazione di popolo. Una mole fantastica di individui si è mossa, concentrandosi a Washington, per dire una volta per tutte il proprio basta alla diffusione indiscriminata delle armi da fuoco. Ho scelto di dare la parola a tre persone direttamente coinvolte nella lotta per mettere fine a questo scempio continuo. La prima, è Taylor Morales, una ragazza di appena 19 anni compiuti alla fine di questo gennaio, e tra i sopravvissuti al massacro presso la Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland il 14 febbraio scorso: l’evento alla radice della manifestazione appena conclusa. La prima domanda che le rivolgo, è dunque inevitabilmente per chiederle quanto la sua esistenza sia cambiata, dopo quel 14 febbraio. Mi risponde: “La mia vita è cambiata per sempre. Non potrò mai dimenticare quanto accaduto, né le persone che ho perduto.



Ogni giorno, percepisco le assenze che hanno lasciato in noi. Non possiamo riportarli indietro, ma le loro morti mi spingono con forza a dare il mio contributo a rendere impossibile che questo accada di nuovo”. Le chiedo, allora, cosa appunto le ha suscitato la manifestazione nella Capitale USA, e mi dice: “La Marcia su Washington è per me incredibilmente densa di significato. Un enorme passo in grado di mostrare ai nostri politici che questo è un problema importante. Dimostra anche loro che ci stiamo l’un l’altro dando la mano, chiedendo che le cose cambino, e facendo noi stessi sì che questo accada”. Le domando anche se questo si può definire epocale, e non esita un attimo nel dirmi: “Sì, ho la certezza che noi studenti e tutte le comunità formatesi nel Paese saranno un giorno nei libri di Storia. Stiamo cambiando in maniera definitiva il futuro degli Stati Uniti. E questo, perché non ci fermeremo fino a che il cambiamento non sarà compiuto”. Conclude dicendomi che non scorderà mai tutta l’emozione trasmessale da Emma Gonzales, e dagli altri compagni di scuola sopravvissuti al massacro, quando hanno preso la parola a nome di tutto il Liceo, levando la loro voce contro questa maniera orribile e folle di morire: “Mi spinge a dare tutta me stessa”.

 

La seconda persona che ho sentito, è già conosciuta dai lettori de l’AntiDiplomatico: è Victoria Coy, la donna a capo di States United to Prevent Gun Violence, la più estesa associazione USA contro la proliferazione delle armi da fuoco, da me già intervistata il 19 febbraio. Mi dice subito che quello a cui ha assistito a Washington è senza dubbio quanto di più bello abbia mai assistito nell’intero corso della propria carriera di attivista, e che quel che le ha particolarmente dato emozione è stato vedere la partecipazione di studenti provenienti dai luoghi dove le stragi sono avvenute, e da luoghi dove essere uccisi per un colpo d’arma da fuoco è la quotidianità: “Studenti di New Orleans, Chicago, New York e Pittsburgh erano tutt’uno con gli studenti di Parkland, e l’intera Nazione era tutt’uno con loro. Questi studenti hanno ormai cambiato il Mondo per sempre.

Il loro essere stati capaci di parlare con tanta eloquenza di questa piaga nell’immediatezza – anzi, addirittura durante! – lo svolgersi di quella strage è un lascito consegnato ai decenni di lavoro svolto dagli attivisti sia della nostra che delle altre associazioni che si battono contro la violenza delle armi da fuoco”. Mi confida che, tutti assieme, sono intensamente all’opera, perché questo momento sta per trasformarsi in un movimento di coscienza e attivismo globale che andrà ben oltre Washington. Anche lei, come Taylor, si dice commossa oltre ogni dire, e certa che questi eventi saranno oggetto dei futuri libri di Storia.


La terza voce che ho ascoltato, è quella di una madre italiana, che ora vive negli Stati Uniti. Si chiama Lorenza Pieri, ed esordisce spiegandomi che era impossibile per lei non essere alla Marcia di Washington, per lei che ha due figli che frequentano le scuole pubbliche: “Li ho accompagnati, era la loro marcia: la marcia per le loro vite. Nella scuola media di mio figlio, l’anno scorso hanno trovato una pistola in un armadietto, quest’anno hanno messo il metal detector. È la scuola media del quartiere più centrale di Washington”. Prosegue accorata, dicendomi quanto assurdo ormai sia diventato questo uso senza senso delle armi, una follia che ha prodotto morti in un numero ormai tale da essere quello di un Paese in guerra: “Non è possibile che gli studenti vadano a scuola o all’università con la paura che gli sparino. Questa manifestazione è il frutto di un movimento popolare che ha tardato troppo a venire ma finalmente c’è, coinvolge milioni di persone”. Si dice felicemente sorpresa che sia sorto grazie a ragazzi in gran parte minorenni: “Partecipare con i miei figli è stato bellissimo, intenso, commovente. Per loro è stato importante sentirsi parte del coro di voci dei loro coetanei, impegnati per un mondo più giusto, che fanno presente agli adulti e ai politici di averne abbastanza delle loro preghiere e dei loro «mi dispiace»”. Non è con preghiere e ipocrita dolore, insomma, che occorre rispondere a questi. La risposta necessaria, è ben diversa: una riforma della legge sul commercio delle armi, una riforma da fare subito. “Perché enough is enough, quando è troppo è troppo”. Prosegue, ed è un fiume di quelli che hai piacere a sentir scorrere. Loda le capacità organizzative: “C’erano camion-manifesto che portavano slogan, maxischermi su tutta Pennsylvania Avenue, la strada principale che porta al palazzo del Congresso, davanti al quale era montato il palco, angoli con distributori di acqua potabile e per ricaricare il cellulare, video informativi molto ben realizzati proiettati tra un intervento e l'altro. Hanno cantato i giovani idoli di questi ragazzi: Miley Cyrus, Ariana Grande. Si stima che ci fossero ottocentomila persone, e tutto si è svolto in maniera impeccabile, senza incidenti o intoppi. Siamo passati di fronte ai palazzi di Trump, e lì alcuni anti-marcia avevano sistemato dei presìdi antiabortisti che approfittavano della manifestazione per fare propaganda e persino dei supporters della contestatissima NRA, uomini con dei cartelli: Giù le mani dai miei fucili”. Mi dice che è stato bellissimo, a quel punto, vedere un ragazzino: “Si è fermato a parlare con uno di questi, ascoltando tutti i suoi argomenti sul Secondo emendamento, cercando di smontarli, ma con calma e senza nessuna rabbia. La maturità e la consapevolezza che questi ragazzi stanno dimostrando di avere, è impressionante”.



Si commuove nel ricordare la ragazzina di colore di 11 anni le cui parole hanno davvero fatto il giro del Globo: “Ha detto chiaro e tondo di parlare a nome delle nere vittime di violenza, quelle che generalmente non hanno voce, quelle che al massimo sono numeri in una statistica. Ha parlato un’altra
teenager di origine sudamericana, una ragazza di una comunità di latinos di South Los Angeles, un luogo in cui le sparatorie sono all’ordine del giorno: ha chiesto che venisse ricordato il suo nome e quello del fratello Ricardo ammazzato per strada da un proiettile. Hanno dato voce a chi in genere non ce l’ha, e questa è una cosa grandiosa, che fa molto sperare. Il discorso di Emma Gonzalez, la portavoce della scuola di Parkland in Florida, con sei minuti di silenzio e lacrime, il tempo che è servito all’assassino per uccidere 17 persone, be’ è stato una vera e propria performance che ha detto tutto quello che c’era da dire, fatto provare tutto quello che voleva”. È colpita dal pensare che, assieme ad Emma, ha pianto un milione di persone presenti, e tante altre hanno pianto in tutto il Mondo. Sottolinea una volta di più, concludendo, l’estrema ragionevolezza delle richieste che questi ragazzi stanno avanzando: “Non stanno chiedendo di abolire le armi, stanno chiedendo Leggi di regolamentazione della vendita, che in ogni altro Paese esistono già: alzare l’età dell’acquisto a 21, mettere delle restrizioni, dei controlli per l’ottenimento delle licenze, vietare i fucili da assalto”. Ed è assolutamente fiduciosa che tutto questo avverrà: “Tra poco, la maggior parte di loro voterà, e lo hanno promesso: «Preparate i vostri curriculum, politici, perché noi vi mandiamo a casa!». Questi ragazzini stanno dando una grandissima ventata di speranza al Mondo, e le loro voci sono chiare e potenti, difficile che rimangano inascoltate”.

 

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