Prof. Wasim Dahmash a l'AD: “Con Edizioni Q raccontiamo la letteratura palestinese. Non ci elimineranno”

Prof. Wasim Dahmash a l'AD: “Con Edizioni Q raccontiamo la letteratura palestinese. Non ci elimineranno”

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di Giulia Bertotto per L’AntiDiplomatico

 

Wasim Dahmash è un palestinese nato in Siria, già docente di lingua e letteratura araba all'università di Cagliari. Dal 1980 al 2006 ha insegnato dialettologia araba all'università di Roma La Sapienza. Riportiamo la sua storia di lotta e solidarietà:

“Nato a Damasco nel 1948 da genitori palestinesi espulsi da Lydda, si dedica al volontariato con Gazzella, un’associazione senza scopo di lucro che ha cofondato con amici nel 2000. Fornisce assistenza, cure e riabilitazione ai bambini palestinesi che sono stati feriti da armi da guerra e ai bambini con disabilità che vivono nella Striscia di Gaza. Negli ultimi 22 anni, Gazzella ha fornito sostegno a oltre 3.600 bambini e finanziato la fornitura di generatori elettrici per ospedali e ambulatori e programmi di riabilitazione motoria a Gaza. Gazzella ha anche finanziato la creazione di un centro femminile polivalente a Rafah, ha allestito il reparto neonatale dell’ospedale Al-Shifa di Gaza e ha aperto uno studio dentistico nel campo profughi di Shati. Prima di fondare Gazzella, Wasim ha partecipato ad altri progetti italiani a sostegno dei palestinesi, bambini, tra cui l’associazione Salaam Ragazzi dell’Olivo che che nasce nel 1988 e in poco tempo ha facilitato 2.000 adozioni. Purtroppo l’esperienza finì nel 1994, subito dopo il disastro di Oslo.

Il suo comitato nazionale è stato sciolto, ma due sezioni locali continuano a funzionare fino ad oggi. In un precedente progetto iniziato in modo informale nei primi anni ’80, Wasim e un gruppo di amici hanno aderito a un progetto di adozione a distanza lanciato dall’Association médicale franco-palestinienne, un programma che ha sostenuto per circa 20 anni”.

Oggi il professor Wasim Dahmash si dedica ad una casa editrice, Edizioni Q. lo abbiamo intervistato per parlare della sua importante collaborazione con l’AntiDiplomatico, della quale siamo lusingati e fieri.

 

Professor Dahmash, insieme ad altri studiosi ha fondato Edizioni Q. Quando è nata questa casa editrice e qual è la missione di questa attività culturale?

La casa editrice Q è nata nel 1999 nell’ambiente universitario de La sapienza di Roma, dal lavoro di alcuni ricercatori. In quel momento l’immigrazione di massa era un fenomeno nuovo nell’Europa occidentale, proveniva dai paesi dell’Est. Già all’epoca una questione così complessa veniva affrontata da giornalisti non competenti in materia. Questo ci disturbava molto, come oggi. Pensammo che le competenze accademiche che non si esprimevano nella società e non diventavano valore politico fossero sprecate in un certo senso. Da qui l’idea di fondare una casa editrice che pubblicasse soprattutto letteratura del sud del mondo. Il sud non è solo una indicazione geografica, ma una categoria socio-politica, di un mondo considerato non produttivo nei termini del capitalismo neoliberista. Il nord del mondo, lo vede come un’area da opprimere, una prateria di risorse da saccheggiare, e riserva di manodopera quando occorre. Purtroppo il nostro progetto non decollò del tutto perché era troppo ambizioso e dovemmo circoscriverlo.



Cosa significa il suo nome?

"Q" è l'iniziale di Qasaba, parola araba passata in francese come "Kasba", dal nome del quartiere del centro storico di Algeri, teatro delle prime manifestazioni che diedero il segnale di inizio della guerra di liberazione algerina. La Qasaba nella città islamica nordafricana medievale era la parte fortificata dentro la città e ne era il centro amministrativo.



Quali sono i primi titoli che avete scelto di stampare?

Uno dei primi libri che abbiamo pubblicato si intitola “I diritti delle donne” dell’autrice inglese Mary wollstonecraft, imprescindibile se si vuole conoscere la questione femminile. In quel momento si discuteva dello statuto dei lavoratori e pubblicammo “Lo statuto dei lavoratori. Perché viene attaccato perché viene difeso” che ha avuto un buon riscontro e “Palestinese! E altri racconti” di un’autrice all’epoca sconosciuta, Samira Azzam. Raccontava sia la Nakba del 1948 sia storie di profughi. Mi sono rivolto poi ad una collega di studi orientali esperta di islam indiano che tradusse sei racconti di autrici musulmane d’India, “Vita da donna”. Siamo stati molto attenti anche alla questione femminile poiché è la questione d’oppressione più lunga della nostra storia.

La casa editrice cooperativa durò poco perché ciascuno aveva impegni e difficoltà, così sono rimasto sono io ad occuparmene. Lasciai Roma per lavorare all’Università di Cagliari ma i progetti erano gli stessi. Ho continuato occupandomi prevalentemente di letteratura palestinese. Dal 1967 in poi c’è stato un costante tentativo di zittire i palestinesi, si pretendeva morissero in silenzio. Abbiamo pubblicato 70 titoli, pochi in assoluto, ma si tratta di una piccola casa editrice indipendente è tutto quello che riesco a fare da solo.

 

Edizioni Q cerca di far conoscere la vita e la storia palestinese anche al di là del rapporto con Israele. Infatti è molto importante non parlare del popolo palestinese solo in relazione all’occupazione di Israele, non ridurre a questo un’identità nazionale, etnica, religiosa, culturale e politica. Quali saranno le prossime uscite?

La più imminente è una memoria del carcere di una donna palestinese, detenuta più volte nelle carceri israeliane. Racconta la sua esperienza anche nelle amicizie e nelle solidarietà incontrate. Quella successiva è un romanzo di un autore palestinese molto noto a livello mondiale, Ibrahim Nasrallah, ambientato alcuni mesi prima dell’Intifada del 1987. Detestò molta attenzione allora perché prevedeva tutto quello che poi sarebbe successo, perfino il futuro politico di Sharon messo da parte dopo il massacro di Sabra e Shatila di cui era il principale organizzatore. Intuiva anche la risalita di Sharon e dei suoi metodi repressivi. L’autore lo aveva scritto dopo un viaggio in Cisgiordania. L’ha tradotto Claudia Podio, come parte della sua tesi magistrale all’università Ca’ Foscari di Venezia.

Speriamo possa uscire entro la primavera.

Un altro libro a cui tengo, tra le prossime uscite, è scritto da otto donne italo-palestinesi, ognuna secondo la propria esperienza professionale e di vita, ma tutte testimoniano l’impatto del genocidio in corso. Non si tratta di studi universitari ma sono diversi interventi e testimonianze di variegata sensibilità.

 

Lei nel 2008 ha ridato alle stampe “Voci Palestinesi dall’Intifada”. Perché?

Si tratta di un testo che ho pubblicato per la prima volta nel 1988 durante la cosiddetta Intifada delle pietre. La stampa italiana non riportava le opinioni dei protagonisti dell’intifada. Mi ero perciò proposto di comporre questo libro che riportasse le voci palestinesi. Purtroppo la situazione oggi è perfino peggiore, qualsiasi incompetente può improvvisarsi esperto di conflitti internazionali, lo abbiamo visto chiaramente con la guerra in Ucraina: non solo non conoscono le terre contese, ma neppure le società, le identità, le religioni di quei popoli.

 

Che valore e che emozione le dà oggi quella resistenza, davanti all’orrore del genocidio a cui assistiamo in mondovisione sui social?

Il genocidio è parte importante della storia umana, con differenze importanti da una situazione all’altra. L’Olocausto ha riguardato per lo più uomini e donne bianchi ed europei, ma non è stato il primo genocidio della storia. Parlando di storia moderna, bisogna ricordare che la storia del colonialismo è una storia di genocidi commessi ovunque nel mondo. Popolazioni sterminate e lingue estinte completamente nel mondo, in ogni continente. L’uomo europeo ha portato il massacro anche vicino a casa, come l’Italia in Libia, la Francia in Algeria per fare solo due esempi a noi vicini. Israele è l’ultimo colonizzatore d’Europa e porta avanti il suo mandato di potere e di morte.

I genocidi sono stati sempre visibili per i potenti e i politici e non solo per i militari che li commettevano.  L’Olocausto in Europa lo conoscevano tutti i leader, non la popolazione, ma la classe dirigente lo sapeva benissimo. Nel 1939 c’è stato un congresso di Ministri esteri di molti paesi tra cui Canada, Usa, Francia, Inghilterra, Brasile, Argentina, per discutere della sorte degli ebrei tedeschi, e poi successivamente polacchi. Quindi loro sapevano, ma in quel momento nessuno fece nulla.

Quello sionista è un colonialismo di insediamento, che nei casi più noti è inventato dall’Inghilterra, e ha come obiettivo eliminare la popolazione indigena e sostituirla con una comunità di coloni bianchi. Questa è la differenza con il colonialismo tradizionale che mira solo a sfruttare uomini e risorse ma non ha bisogno di far sparire la comunità autoctona. I casi più importanti sono Canada, Usa, Australia e Nuova Zelanda, casi riusciti, normalizzati e oggi studiati solo sul piano storico perché la popolazione indigena è ormai ridotta quasi presenza folkloristica. Israele invece non è ancora riuscito a sterminare i palestinesi, quindi non può dirsi normalizzato. Sono sicuro che non riuscirà a eliminarci.

 

Mi scusi, le dirò qualcosa di personale e doloroso, per certi versi conciliabile e per altri contrario, sia ai principi della religione islamica sia a quelli della dottrina cristiana: a volte mi pare che non ci sia alcuna possibilità di crescita emotiva e spirituale per l’umanità. Temo che la nostra natura sia guasta, la nostra coscienza non redimibile sulla terra. A volte sento che si potrebbe perdere la speranza, in maniera lucida, davanti alla nostra crudeltà....

Capisco. Posso dirle che forse non è l’umanità a essere guasta ma un certo modo di concepire la convivenza tra popoli. Credo che usare i rapporti di forza con l’intenzione di cancellare dal pianeta altri popoli sia una prerogativa europea, e che quest’ultima l’abbia estesa fuori di sé. Quando la cristianità (all’epoca non si parlava di Europa nel senso moderno) tra il 1400 e il 1500 invase l’Andalusia, cercò di eliminare milioni di musulmani, a quell’epoca era qualcosa di enorme. Questo non è mai avvenuto fuori dall’Europa, è perciò una questione culturale. “Io posseggo la verità sono migliore e devo essere io a dominare”, questo è il pregiudizio violento che ha guidato l’Europa fino ad ora.

Alcuni paesi conservano la memoria dell’ingiustizia, non è un caso che proprio il Sud Africa che ha subito l’Apartheid, abbia denunciato Israele alla Corte Internazionale dell’Aja. Io credo che la lotta dei palestinesi rappresenti oggi un riassunto delle lotte e delle rivendicazioni dell’umanità oppressa. Perché tutti i diritti sono negati, anche il diritto all’acqua, persino il diritto ad occupare uno spazio fisico per respirare. Ogni essere umano può quindi riconoscersi nella causa palestinese. La Palestina è una lotta universale.

Siamo orgogliosi di unire le forze in sinergia con l’AntiDiplomatico. Edizioni Q non è un investimento commerciale ma un progetto culturale. Vorrei che la casa editrice crescesse, ma ciò non significa vendere più libri per avere più denaro, ma che il suo messaggio di rispetto per i diritti possa arrivare a più persone.


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LE ULTIMISSIME COPIE DI "VOCI DELLA PALESTINA" IN COLLABORAZIONE CON LAD DIPONIBILI QUI





P.S. DA LUNEDI' PROSSIMO EDIZIONI Q E LAD VI PROPORRANNO UN NUOVO PACCHETTO CHE ANNUNCEREMO VENERDI'

 

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto

Giulia Bertotto, giornalista per diverse testate online, è laureata in Filosofia a La Sapienza di Roma e ha un master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale, ha scritto due raccolte poetiche, un saggio, e partecipato alla stesura di diversi volumi con altri autori. Svolge e stravolge interviste, recensioni di film e libri, cronache da eventi e proteste. Articoli per sopportare il mondo, versi e rime per evaderlo.

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