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Caso Regeni. Dopo oltre un anno, ora anche Repubblica scopre "il lato oscuro" di Cambridge

 


PICCOLE NOTE 


Dopo più di un anno di insistenza sulle reticenze egiziane (versati fiumi di inchiostro in proposito), Carlo Bonini, con un articolo pubblicato sulla Repubblica del 2 novembre, si accorge che il caso Giulio Regeni presenta un altro lato oscuro, che è quello delle reticenze britanniche. Che poi è il punto decisivo della vicenda, se è vero, come è vero, che il pesce puzza dalla testa.

Bonini basa il suo pezzo sulla rogatoria internazionale prodotta dai magistrati italiani ai quali Cambridge non ha mai risposto.
 

Il ragazzo era stato inviato in Egitto dal suo tutor, la professoressa Maha Mahfouz, docente presso il Dipartimento degli studi delle politiche internazionali dell’American University con particolare riguardo al Medio oriente.
 

L’aveva incontrata a Cambridge, dopo «un’esperienza lavorativa presso la Oxford Analytica», e aveva concordato con lei il nuovo campo di ricerca: i sindacati egiziani.
 

Questa la spiegazione generica che la professoressa fornisce agli inquirenti italiani, «salvo omettere di chiarire se l’oggetto originario fosse genericamente il mondo dei sindacati e non quello, specifico, dei “sindacati indipendenti”, motore della rivolta di piazza Thair».
 

Un ambito che il governo egiziano monitora con sospetto dal momento che è un brodo di coltura ideale per una nuova rivolta egiziana, stavolta contro il presidente al Sisi.
 

Dai messaggi che Regeni invia ai suoi, emerge l’insistenza della professoressa a condurre la ricerca assegnata, «importante perché nessuno ha fatto questo prima», scriverà il ragazzo in un messaggio.
 

L’insistenza della Maha e la scelta di assegnargli come tutor al Cairo la professoressa Rabab al Mahdi dell’American University, con un profilo più simile a quello di «un’attivista» che non a quello di un’accademica, preoccupa Regeni.
 

Ne accenna in un altro messaggio, nel quale la descrive come «una politologa egiziana conosciuta anche perché una grande attivista». Niente da fare, la sua tutor insiste perché continui il lavoro.
 

Nelle carte dei magistrati anche le attività pregresse della tutor di Cambridge, che già in precedenza aveva inviato altri studenti in Egitto, arruolati «per questo tipo di ricerca e allontanati dalle autorità egiziane».
 

Un particolare noto a Regeni che aveva conosciuto una di queste reclute che, espulsa dall’Egitto, aveva dovuto «ricorrere alle cure di uno psicologo per i traumi riportati dall’esperienza egiziana».
 

Non solo: i report che Giulio invia alla Maha spariscono e lei è più che evasiva su quanto le viene riferito dal ricercatore l’ultima volta che l’ha incontrato, nonostante egli avesse scritto alla madre che la professoressa-attivista era rimasta «sorpresa che go rivà cusì tanto in poco tempo».
 

Tante le reticenze e gli imbarazzi, dunque, dell’Università di Cambridge e del contatto egiziano di Regeni, annota Bonini, che ribadisce come Giulio non era altro che un ricercatore interessato alla carriera accademica e non una spia.
 

Ma resta il mistero «dei “soggetti” che avrebbero potuto usufruire del lavoro accademico di Giulio», come scrivono i magistrati italiani.


Non serve molta fantasia per capire cosa si possa celare dietro questo cenno: tutto il contesto sembra infatti indicare che le ricerche del povero Giulio fossero finalizzate a fornire materiale utile all’intelligence britannico; una circostanza che, probabilmente, non sarà mai chiarita. Tali ambiti vivono e lavorano nell’ombra.


Né, d’altro canto, l’intelligence britannica potrà mai ammettere che usa Cambridge per scopi inconfessabili. Sarebbe un colpo ferale per la più prestigiosa Università britannica.


Resta anche il mistero riguardo l’assassinio del povero ragazzo. Altri ricercatori inviati in Egitto prima di lui da Cambridge per condurre ricerche analoghe sono stati espulsi. Un trattamento riservato a persone non grate, alle spie appunto.
 

Spie inconsapevoli perché è più che probabile che questi, come il povero Regeni, fossero del tutto ignari dello scopo ultimo delle loro ricerche. Soggetti perfetti per tale compito, perché destano meno sospetti.
 

Sarebbe più che interessante sapere se Cambridge o le autorità britanniche abbiano mai protestato per le espulsioni di tali ragazzi. Se non lo hanno fatto vuol dire che i sospetti delle autorità egiziane erano fondati.
 

Né si capisce perché reiterare la scelta di inviare giovani puntualmente espulsi: se una zona e un tema è a rischio, perché persistere in tal senso, mandando allo sbaraglio degli ignari studenti?
 

Ma torniamo a Regeni. Perché altri sono stati espulsi e Giulio invece è stato assassinato? Perché le autorità egiziane avrebbero dovuto scegliere una strada che avrebbe sicuramente destato  clamore, come ovvio nel caso dell’omicidio di un occidentale, quando era più facile percorrere la via usuale dell’espulsione?
 

In note precedenti abbiamo accennato all’ipotesi che l’assassinio di Giulio abbia avuto tra i suoi scopi, oltre quello di coprire verità inconfessabili, anche quello di gettare ombre, ovvero colpire, il governo egiziano.
 

Forse opera di un servizio segreto straniero, forse un pezzo di apparato egiziano che aveva interesse a creare difficoltà al presidente al Sisi, o forse un combinato disposto di ambedue.


Tale ipotesi si basa sulle circostanze dell’omicidio. Prima il povero ragazzo scompare, rapito, torturato e ucciso chissà dove. Poteva finire così: il corpo poteva facilmente sparire e le autorità egiziane non avrebbero avuto alcun nocumento da questa brutta storia che, in tal modo, poteva esser relegata alla semplice cronaca nera.


Invece dopo alcuni giorni di ricerche il corpo riappare a pochi metri da una sede dei servizi segreti egiziani, orrendamente seviziato. Davvero qualcuno può credere che l’intelligence egiziana sia così ingenua da uccidere una persona e abbandonarne il corpo nel giardino di casa?


Ma, ovviamente, siamo solo nel campo delle ipotesi. Detto questo, per mesi abbiamo notato con certo stupore che lo slogan “Verità per Regeni” fosse usato come un maglio contro l’Egitto e mai indirizzato verso la reticente Gran Bretagna.


Una campagna che ha condotto l’Italia a ritirare l’ambasciatore al Cairo, misura neanche immaginata per l’altrettanto reticente Gran Bretagna, che avrebbe potuto (dovuto?) obbligare Cambridge a collaborare. Forse ora il vento è cambiato (sarà la Brexit…)  e forse si può sperare che qualche domanda venga indirizzata anche in questa direzione.


Non sappiamo se prima o poi tali domande troveranno risposte; ad oggi siamo un po’ dubbiosi: in venti mesi di omissioni possono sparire tanti documenti e altri se ne possono produrre…

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