/ E ora anche la Chiesa greco-ortodossa "tradisce" Tsipras

E ora anche la Chiesa greco-ortodossa "tradisce" Tsipras

 
 

 

Dopo 20 anni di limbo, il 2018 potrebbe essere l’anno in cui i cittadini della Macedonia scopriranno come dovrà essere chiamato il paese in cui vivono. Le contese cominciarono nel 1991 quando la dissoluzione della Jugoslavia portò alla nascita della Repubblica di Macedonia. La Grecia ha sempre contestato il nome del neonato vicino agitando addirittura lo spettro della minaccia territoriale per la regione della Macedonia greca.



 

Come compromesso temporaneo, dal 1995 la Repubblica di Macedonia ha adottato il nome di “ex repubblica jugoslava di macedonia” (Fyrom) ma è un nome praticamente sconosciuto, utilizzato solo a livello formale nei contesti internazionali. La contesa va ben oltre gli interessi locali. L’intransigenza della Grecia e l’ostinazione della Macedonia ha bloccato l’accesso dell’ex repubblica jugoslava nella NATO e nella Ue (Atene ha diritto di veto su entrambe).

 


Matthew Nimetz, il diplomatico statunitense che da 23 anni si occupa di questa storia, è tornato a Skopje e ad Atene per spingere le parti al compromesso. Le proposte non promettono bene, si parla di nomi ibridi come “Nova Macedonia” o “Vardarska Macedonia”, quindi nonostante le buone intenzioni dichiarate risolvere la questione non sarà facile. Alexis Tsipras è alle prese con una forte opposizione politica e popolare a qualsiasi opzione che comprenda “Macedonia” nel nuovo nome della Fyrom.

 


In parlamento è soprattutto Nea Democrazia ad attaccare Tsipras e della situazione politica abbiamo già parlato nel precedente articolo. L’ultima novità di questa storia è il riposizionamento della Chiesa della Grecia che dopo aver inizialmente appoggiato il governo greco si è dichiarata contro il compromesso schierandosi dalla parte della manifestazione popolare che avrà luogo domani.


La chiesa greco-ortodossa costituisce un forte elemento identitario per i greci è l’influenza di questa decisione è determinante.


È così, dopo tutte le nefandezze fatte in questi anni Alexis Tsipras si trova incastrato in una situazione di Comma 22 proprio nell’anno in cui dovrebbe celebrare l’uscita della Grecia dal programma di salvataggio dopo 8 anni di massacro sociale.

 

A spingere per questo accordo ovviamente è Washington, che vuole la Macedonia nella NATO entro quest’anno, e la Ue, che vuole portare il paese nell’orbita comunitaria e regalare a Tsipras un successo diplomatico che dia un senso alla sua ignobile esistenza politica. Vedere i greci sollevarsi per quella che può sembrare una stupida contesa lessicale (neanche territoriale) è assurdo. Parliamo di un paese fatto a pezzi dalla Troika, ed è chiaramente contro quelle istituzioni che dovrebbe sollevarsi. Ma i greci, lo sappiamo, hanno già combattuto la loro lotta e l’hanno persa.

 

Per molti greci opporsi oggi a quella che vedono come una cessione dell’identità nazionale è l’ultimo sussulto di dignità. Che sia contro Tsipras, contro Washington o contro le istituzioni di Bruxelles poco importa.


 

Federico Bosco

 

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