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Ecuador: è un massacro. La dittatura di Moreno soffoca nel sangue le proteste popolari contro il FMI

 
 

Francesco Maniglio, Università Tecnica di Manabí, Ecuador

Rosimeire Barboza da Silva, Università di Coimbra, Portogallo

 

Gli elicotteri militari sorvolano la capitale ecuadoriana, l’aria soffocante nel centro di Quito, avvelenata dalle migliaia di bombe lacrimogene, è l’immagine cruda delle libertà tanto sbandierate in questi ultimi due anni dal governo Moreno. La libertà di massacrare e reprimere la popolazione che dal 3 ottobre protesta in tutto il paese contro le misure imposte dal FMI, c'è liberamente un uso spropositato della violenza di uno Stato ormai militarizzato, libertà ad assassinare 5 civili, di ferirne più di 600 (95 in gravissime condizioni) e far scomparire 83 persone di cui 47 minori di età.

 

Libertà di dichiarare, senza alcun sostegno legale, lo Stato d’eccezione nel primo giorno di protesta ed addirittura il coprifuoco 5 giorni dopo, con la complicità della corte costituzionale nominata ad hoc dalle stesse forze governative. Tutto ciò, violando l'art. 164 della stessa Costituzione ecuadoriana ed all’articolo 27 della Convenzione Americana per i Diritti Umani, con l’obiettivo di limitare sostanzialmente il diritto d’associazione, riunione e movimento. In questo modo, il governo ha concesso amplia discrezionalità ai corpi militari e di polizia che hanno arrestato 864 persone ed addirittura, la notte del 9 ottobre, sono riusciti ad entrare impuni nelle università e nei centri culturali – quelle stesse zone umanitarie dove si sono concentrate le popolazioni indigene in protesta - e bombardare donne e bambini con gas lacrimogeni. Le libertà di Moreno non finiscono qui, il dittatore ha armato la polizia con munizioni a palla, che a queste altitudini vengono usate con disinvoltura negli ultimi giorni, ma che sono vietate in modo tassativo dalla Convenzione di Ginevra del 1980, (L. 4/12/1994 n. 715), e dall’art. 2, dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (ICC) del 2002, che definisce il loro uso un “crimine di guerra”.

 

In un’intervista del 1999 Augusto Pinochet decantava il fatto di usare spesso gli occhiali da sole scuri “perché l’inganno si riconosce dagli occhi”, e lui molto spesso ingannava. Nell’Ecuador di oggi “gli occhiali scuri” sono i gruppi di comunicazione privati della nazione, in mano alle banche private, che insieme ai mezzi d’informazione del governo controllano la stragrande maggioranza dello spettro radio-televisivo nazionale, e continuano a bombardare l’opinione pubblica con i tre comandamenti della propaganda morenista: criminalizzare la protesta, legittimare il terrorismo di Stato, accusare l’ex presidente Correa ed il presidente del Venezuela Maduro di essere gli artefici della “destabilizzazione del paese”. Naturalmente neppure uno straccio di prova di questo fantasioso piano golpista! Non importa, perché nell’ Ecuador di oggi sono ben 57 i giornalisti perseguitati ed aggrediti perché non allineati al regime, 13 gli arrestati e ben 9 i mezzi di comunicazione sequestrati.

Ma se “gli occhiali scuri” di Pinochet non sono riusciti ad ingannare il popolo cileno nel 1988, neppure le decantante libertà d’opinione e di espressione fiore all’occhiello del regime di Moreno, son riuscite ad ingannare il popolo ecuadoriano in questo ottobre caldo.

 

La manovra economica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il grido “El paro no para” sta accompagnando una delle più grandi proteste popolari degli ultimi trent’anni dell’Ecuador, una protesta dalle mille facce che rappresenta la lotta di quei settori e classi sociali che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti di due anni di politiche scellerate. La povertà è aumentata per la prima volta negli ultimi 10 anni con un incremento di 350 000 persone. A questo si aggiungono 123 000 sottoimpiegati e quasi 400 mila disoccupati in più.

 

Nonostante tutto, Moreno è stato inflessibile ed ha presentato il famoso paquetazo con lo slogan “più lavoro ed opportunità”, riproponendo la dottrina neo-liberale dello Stato minimo e l’attacco alle politiche sociali: licenziamenti massivi, flessibilizzazione dei contratti del lavoro, riduzione dei salari pubblici del 20%, privatizzazione del sistema pensionistico e soprattutto l’eliminazione del sussidio ai combustibili e la liberalizzazione dei prezzi, con un incremento medio tra diesel e benzina del 65%. La manovra di austerità economica di Moreno, sferrata contro le classi più deboli, serve per sovvenzionare il famoso accordo firmato con il FMI nell’aprile di quest’anno, per un prestito pari a 4.2 miliardi di dollari. Il prestito con l’FMI è stato contratto sostanzialmente per coprire il condono portato a termine dal governo nel 2018 pari alla somma di 4.5 miliardi di dollari sul debito che lo Stato vantava con il settore bancario e imprenditoriale. È la classica trasformazione del debito privato in debito pubblico.

 

La ricetta del FMI è sempre la stessa ed il popolo ecuadoriano la conosce molto bene, per questo più di 30.000 indigeni, migliaia di studenti e lavoratori marciano da 8 giorni sulla capitale, in direzione di quel presidente che vogliono a tutti i costi destituire. Moreno lo sa e sposta il governo a Guayaquil nella speranza di mantenere il potere con l’esercizio della repressione sistemica e la militarizzazione dello Stato. È isolato ed anche la comunità internazionale sembra averlo abbandonato al suo destino: per quanto continui la repressione non può resistere all’urto di una protesta di queste dimensioni, perché storicamente in Ecuador quando il popolo scende in piazza in questo modo non torna a casa senza prima aver destituito il traditore di turno.

 

 

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