Haftar chiama alla sollevazione popolare a Tripoli

Haftar chiama alla sollevazione popolare a Tripoli

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Lo scorso mercoledì a Bengasi si è celebrato l’anniversario della liberazione della città dall’Isis, avvenuto nel 2014 ad opera del Feldmaresciallo Khalifa Haftar e di quelli che erano i suoi primi battaglioni.

L’anniversario dell’operazione militare che fu chiamata “Operazione Dignità” è a Bengasi tutt’altro che un evento di facciata. Al contrario, furono quei pochi mesi di combattimenti che liberarono la città a consolidare un rapporto di riconoscenza tra i cittadini e quel valoroso comandante che si era messo in testa di ricostituire un esercito nazionale laddove regnavano solo milizie e Isis.

Quell’embrione di esercito fu poi riconosciuto tale, diventando Esercito Nazionale Libico con voto del Parlamento libico nel marzo dell’anno successivo, il 2015.

Il Parlamento libico invece, era stato eletto con voto popolare il 25 giugno 2014.

 

L’ALTO CONSIGLIO DI STATO: UNA STRUTTURA COLONIALISTA CREATA PER MANTENERE IL CAOS

Il Parlamento libico, chiamato “Casa dei Rappresentanti”, tuttavia non si insedierà mai a Tripoli per l’opposizione delle milizie e stabilirà la propria sede nell’est del paese, a Tobruk, il 4 agosto 2014.

In tutti questi anni la politica libica si è basata su un grosso equivoco: l’Alto Consiglio di Stato, istituito in seguito ad accordi internazionali il 17 dicembre 2015, ereditando le funzioni del Congresso Generale Nazionale, organo di transizione formatosi in seguito alle elezioni del 7 luglio 2012.

Quest’ultimo emerse all’interno di un contesto fortemente militarizzato, seguito al cambio di regime avvenuto l’anno precedente, e i suoi membri erano legati alle fazioni ribelli. 

In seguito alle elezioni del giugno 2014 tuttavia, la maggioranza emersa dal voto popolare non corrispondeva alla volontà dei gruppi militari, molti dei cui rappresentanti rimasero fuori dal parlamento. Questo fu il motivo per cui ai deputati eletti non fu consentito di insediarsi a Tripoli dall’opposizione armata delle milizie. 

Il 6 novembre 2014 la Corte Costituzionale Libica, altro organo presidiato da figure di spicco della “rivoluzione”, compiacendo il volere delle milizie, decretò nulle le elezioni del giugno precedente che hanno portato alla formazione della Casa dei Rappresentanti.

Dopo oltre un anno di vuoto normativo, nel dicembre 2015, come detto, in seguito agli accordi di Skhirat, viene istituito l’Alto Consiglio di Stato, che sarà formato da persone influenti, legate alle milizie, non elette nelle elezioni del 2014. Al tempo stesso si riconosce comunque la legittimità della Casa dei rappresentanti.

Dal cilindro esce persino Fayez Al-Sarraj, un primo ministro non votato da nessuno, indicato dalle Nazioni Unite e paracadutato a Tripoli per fare da chioccia alle milizie e alla mafia post-rivoluzione.

Questi sono gli ingredienti del caos libico. E sono tutti prodotti da un’interferenza costante delle Nazioni Unite nelle vicende interne della Libia. Se un gruppo di milizie a Tripoli si ostina da anni a non voler cedere la capitale (e pertanto il potere), le Nazioni Unite non hanno risposto con un embargo. Hanno risposto costituendo un’altra camera, l’Alto Consiglio di Stato appunto, non votato da nessuno, ma pronto a legittimare i governi di Tripoli senza aver il poter di legittimare nulla.

Il trucco sta qui.

L’Alto Consiglio di Stato è un organo coloniale che legittima gli interessi delle milizie di Tripoli inceppando il processo democratico libico e rendendo impossibile ogni stabilità.

Se c’è qualcuno che può smentire questi fatti, che lo faccia.

Fino a quel momento, Abdel-Hamid Dabaiba, il premier scaduto che non lascia Tripoli, protetto dalle milizie e riconosciuto dai paesi Nato, rimane un premier illegittimo e illegale.

Al contrario, Fathi Bashagha, che ha ricevuto la fiducia della Casa dei Rappresentanti lo scorso febbraio, è il legittimo premier della Libia, anche se non gli è concesso entrare a Tripoli dalle milizie.

 

HAFTAR INVOCA LA SOLLEVAZIONE DEGLI ABITANTI DI TRIPOLI

Fatta questa lunga digressione storica, torniamo a raccontare le celebrazioni di Bengasi di mercoledì scorso. Ma sarà più chiaro ora perché, nella visione dei cittadini dell’est della Libia, Tripoli è l’ultimo pezzo di Libia da liberare.

Durante l’evento Khalifa Haftar ha tenuto un discorso che ha incendiato la Libia, in ogni caso. Di fuoco patriottico da una parte e di rabbia dall’altra. 

“Qualsiasi accordo di pace è destinato a fallire se non gode del sostegno del popolo”.

"Qualsiasi percorso per affrontare la crisi in Libia non avrà successo, a meno che non derivi dalla volontà del popolo”.

“Invito il popolo libico a prendere l'iniziativa e a tracciare una tabella di marcia senza la tutela di nessuno”.

“Gli accordi che hanno ignorato il popolo hanno avuto come risultato una perdita della ricchezza, la diffusione della corruzione e minacce alla sicurezza della nazione".

“Alcune zone della Libia occidentale sono diventate un covo di occupanti e mercenari al soldo delle potenze straniere”.

“Se i cittadini dell’ovest si ribelleranno il mio esercito sarà al loro fianco”.

Ricordare così la liberazione di Bengasi del 2014 è stato dunque un modo per lanciare un appello ai cittadini dell’ovest ad insorgere contro le forze occupanti, che siano milizie, mercenari, Turchi o Isis (senza contare i 300 militari italiani a Misurata).

 

PETROLIO E MIGRANTI PER FINANZIARE LA GUERRA DELLE MILIZIE

Non solo, Aguila Saleh, il portavoce della Casa dei Rappresentanti, nei giorni scorsi, commentatndo l’episodio avvenuto lo scorso 17 maggio quando il premier Bashagha è stato respinto dalle milizie di Tripoli nel momento in cui ha cercato di entrare pacificamente nella capitale, ha dichiarato: “Bashagha potrà entrare a Tripoli solo in due modi: o con il consenso delle milizie (ma in questo caso significherebbe essere scesi a compromessi con loro) o senza il consenso di esse”. E perciò con la forza.

Negli stessi giorni, quelli che hanno preceduto il discorso di Haftar, il portavoce dell'Esercito nazionale libico (LNA), il generale maggiore Ahmed Al-Mismari, non aveva lasciato margini a dubbi: “Le organizzazioni terroristiche in Libia ottengono i loro fondi attraverso il traffico di esseri umani e l'immigrazione illegale".

“Il governo di unità nazionale (GNU) uscente, guidato da Abdel-Hamid Dabaiba, ha stanziato somme di denaro per le milizie terroristiche".

“L'ISIS sta cercando di diffondersi anche nelle zone di confine con il Ciad e il Niger. Sono in corso operazioni dell'LNA contro le organizzazioni terroristiche ai confini con il Ciad. L'LNA ha effettuato vaste operazioni di rastrellamento per rendere sicuro il confine meridionale con il Ciad. Ma noi abbiamo inferto un duro colpo all’ISIS e un comandante terrorista è stato arrestato a Qatrun”.

 

I POZZI DI PETROLIO RESTANO CHIUSI

Il Ministro libico del Petrolio e del Gas del governo scaduto di Dabaiba, Mohamed Aoun, ha dichiarato che la Libia sta perdendo tra i 550.000 e i 600.000 barili al giorno.

Nessuno meglio di lui lo può sapere, perché la Banca Centrale Libica e la NOC (National Oil Corporation) lavorano con il governo di Tripoli, gestendo la vendita del petrolio che però viene estratto nelle zone “liberate”, sotto controllo dell’Esercito Nazionale Libico.

Tuttavia, nonostante le pressioni internazionale ed interne, i manifestanti libici insistono ad occupare i pozzi di petrolio e ad impedirne l’estrazione.

Nello schema denunciato da Al-Mismari, peraltro ormai arcinoto a chiunque in Libia, i proventi di questo petrolio andrebbero a finanziare un nuovo dispositivo militare a Tripoli, al fine di impedire ogni tipo di unità e stabilità e continuare il saccheggio del petrolio libico.

Queste manifestazioni spontanee del popolo hanno portato alla chiusura del giacimento di El-Feel da 70.000 bpd e i terminali di Zueitina e Marsa El-Brega. Anche il più grande giacimento libico, El-Sharara da 300.000 bpd, è stato inizialmente messo fuori uso dai manifestanti, ma dal 5 giugno funziona a intermittenza e a capacità minima.

Le richieste dei manifestanti sono chiare: il trasferimento dei poteri dal Governo di Unità Nazionale (GNU) di Abdel-Hamid Dabaiba al Governo di Stabilità Nazionale (GNS) di Fathi Bashagha. Inoltre, una distribuzione equa dei proventi del petrolio tra le province libiche e il licenziamento del capo della NOC, Mustafa Sanalla.

 

CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL CAROVITA, DENUNCIARE DRAGHI PER LA LIBIA: COSA ASPETTIAMO?

Non solo il governo italiano riconosce, al pari dei partner della Nato, un governo illegittimo a Tripoli, difeso dalle milizie, affiancato dall’Isis, privo della fiducia del parlamento, tuttora in grado di controllare la Banca centrale libica e pertanto i proventi del petrolio.

Non solo l’Italia contribuisce al dispositivo militare che occupa Tripoli e usurpa la sovranità libica, creando caos e instabilità.

L’Italia in questo momento raccoglie tutto il fallimento della politica di questi anni di sostegno alle milizie di Tripoli, contro le quali il popolo libico si schiera chiudendo i pozzi e privando anche l’Italia, così come il resto dei partner Europei, del petrolio necessario a combattere il carovita conseguenze alla guerra in Ucraina.

Se il prossimo sabato 18 giugno ci saranno manifestazioni in tutte le città italiane contro la guerra e contro il carovita, a cosa è dovuta questa fatale distrazione nel dibattito italiano?

Cosa aspettiamo a denunciare il governo Draghi e a riconoscere le autorità legittime in Libia?

Cosa aspettiamo a fare la mossa giusta, contro la guerra e contro il carovita?

P.s. Stasera, lunedì, alle 20.30 andrà in onda lo speciale "Dentro la notizia" su Byoblu dedicato alla Libia a cura di Manlio Dinucci dove sarò ospite. 
Titolo del programma: "Laboratorio Libia: il fronte nascosto".

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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