Il perché delle differenze di mobilitazione tra Italia e Francia

Il perché delle differenze di mobilitazione tra Italia e Francia

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di Domenico Moro - laboratorio-21.it
 

Da diversi giorni in Francia è in atto una mobilitazione straordinaria in opposizione alla contro-riforma delle pensioni progettata dal governo Macron. Dal confronto con la Francia emerge la differenza con l’Italia, dove movimenti di tale portata, generalità e radicalità sono assenti da molto tempo, nonostante la situazione economica e sociale sia peggiore di quella francese e le contro-riforme dei vari governi abbiano scavato più a lungo e più in profondità nel tessuto vivo della società.

Sarebbe, quindi, utile ragionare sul perché ci sia questa differenza nella mobilitazione tra Italia e Francia. Le ragioni sono molte anche perché si tratta di Paesi differenti come struttura socio-economica e come storia lontana e recente, eppure mi pare che ci siano almeno due o tre fattori che distinguono maggiormente i due Paesi e che potrebbero spiegare questa grande differenza nella capacità di mobilitazione popolare. A questo proposito, dal mio punto di vista, è interessante notare i seguenti aspetti:

a) il ruolo storicamente più combattivo del sindacato francese, in particolare della Cgt;

b) la minore pervasività nella società francese del condizionamento dei vincoli del Fiscal compact e dei trattati europei;


A proposito di questi due punti bisogna ricordare che la riforma Fornero e il governo Monti non sollevarono alcun movimento di opposizione e generarono una reazione sindacale molto debole, anche perché nella società italiana prevaleva l’idea che Monti stava salvando l’Italia dalla débacle dei conti pubblici e che le “riforme” fossero inevitabili. Quello che voglio dire è che il ricatto del debito e la “necessità” di rispettare i vincoli europei in Italia agiscono come “calmiere” della mobilitazione sociale. In Francia questo funziona meno anche se la contro-riforma pensionistica è collegata dal governo alla necessità di rendere sostenibile il debito pubblico. Bisogna aggiungere che proprio il sindacato in Italia è particolarmente sensibile al richiamo europeo del vincolo esterno. I principali sindacati in Italia hanno un orientamento europeista e concertativo con la controparte padronale e con il governo. Alcuni mesi fa la triplice sindacale, CGIL, CISL e UIL, firmarono con la Confindustria un manifesto, l’Appello per l’Europa, in cui si diceva che l’integrazione europea andava difesa, perché continuava a garantire “la coesione tra Paesi” e “benefici tangibili e significativi”. Insomma le organizzazioni dei maggiori penalizzati dall’euro e dai Trattati europei, i lavoratori salariati, continuano a difendere la Ue e l’euro. Come abbiamo spiegato in un altro articolo su questo giornale, questo atteggiamento non è un fulmine a ciel sereno ma affonda le radici nella storia del sindacato e in particolare della CGIL, che sin dagli anni ’70 ha più volte accettato la logica dei sacrifici proprio in un’ottica di riequilibrio dei conti con l’estero e accettazione del vincolo esterno, cioè della concorrenza internazionale in un libero mercato.


c) Inoltre, si deve considerare il fatto che in Francia non è esistito un movimento come il M5S che abbia catalizzato la protesta e l’abbia indirizzata verso la dimensione elettorale. Questo contribuisce allo sviluppo in Francia di movimenti di piazza e di lotta come i gilet gialli e ora il movimento contro la riforma delle pensioni. A questo proposito vorrei aggiungere che in Italia prevale, molto più che in Francia, una opinione secondo cui le ragioni delle difficoltà sociali sono da ricondursi alla corruzione e all’inefficienza del ceto politico (alla casta), piuttosto che alle scelte di politica economica nazionali e internazionali e ai rapporti di forza tra classi sociali. Più di recente, in settori importanti della società e della sinistra, il tema della contrapposizione alla casta è stato sostituito dalla contrapposizione al populismo e al sovranismo.
Infatti, molto significativa di quanto abbiamo detto è la differenza tra il movimento francese contro la riforma delle pensioni e il contemporaneo movimento italiano delle sardine. Quest’ultimo fa della mancanza di un programma chiaro, dal punto di vista della politica economica e sociale, il suo punto di forza e mentre in Francia si lotta contro il governo e di fatto contro i vincoli europei, in Italia la lotta è contro l’opposizione leghista, interpretata come lotta contro il sovranismo e contro il populismo, e come se fossimo davanti al pericolo strisciante di un nuovo fascismo. Si assiste così al paradosso che l’unico movimento di piazza esistente in Italia è un movimento implicitamente filo-governativo e esplicitamente filo-Ue, sostenuto dai media e nato non a caso nell’Emilia-Romagna dove il Pd si gioca una partita decisiva contro la Lega di Salvini e dove l’endorsement a Stefano Bonaccini è già stato dato da Mattia Santori, il leader più rappresentativo delle sardine.

Stante quanto abbiamo parzialmente e velocemente detto, è evidente che lo sviluppo di un movimento come quello francese è nell’immediato impossibile in Italia, per lo meno nelle dimensioni che sta assumendo oltralpe. Tuttavia, è possibile costruire le condizioni sulla lunga distanza per lo sviluppo di lotte sociali e politiche radicali. Ma questo può essere fatto soltanto soltanto affrontando i nodi che in qualche modo abbiamo toccato, la critica alla Ue, la costruzione di un sindacato combattivo, la capacità di superare le lotte parziali e particolari, e, infine, la definizione di contenuti e obiettivi precisi e legati alle contraddizioni reali che milioni di lavoratori e disoccupati, giovani e non, affrontano in questa fase storica.

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