Il trattato pandemico e la visione cinese

Il trattato pandemico e la visione cinese

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di Leonardo Sinigaglia


La pandemia di Covid-19 che ha sconvolto il mondo per più di due anni ha contribuito profondamente a catalizzare diverse tendenze trasformative presenti nel nostro mondo. Essa ha anche esposto numerosi punti deboli della società contemporanea, dalla fragilità dell’economia globalizzata all’arretratezza di un sistema sanitario globale fondamentalmente legato a una visione monopolistica e in contraddizione con i crescenti bisogni globali per una gestione della salute più aperta, democratica e finalizzata al benessere dei popoli.

Davanti a una crisi di portata planetaria, i paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno scelto la strada della strumentalizzazione della pandemia per portare avanti le proprie agende di ristrutturazione economica, controllo sociale, speculazione farmaceutica e conflitto internazionale. Dall’infame “China virus” di Donald Trump all’attivo boicottaggio dei vaccini non-occidentali, è pienamente manifesto il tentativo occidentale di utilizzare il Covid-19 come un’altra arma nella sua lotta per il mantenimento di un sistema egemonico anti-storico e decadente.



Il trattato pandemico e la visione cinese

 

A scontrarsi sono state ancora una volta due visioni del mondo, due opposte concezioni di affrontare la sfida posta dal Covid-19: una, quella promossa dall’Occidente, è stata caratterizzata dal tentativo di sfruttare le occasioni garantite dalla crisi per promuovere la speculazione economica e la polarizzazione internazionale; l’altra, quella fatta propria dalla Repubblica Popolare Cinese e dalle altre forze progressive a livello globale, fondata sulla cooperazione e sull’unità, tanto a livello nazionale quanto internazionale. Questa contraddizione non ha caratterizzato solo i diversi modelli di gestione pandemica applicati nei diversi paesi, ma anche il dibattito attorno alla “governance” globale della salute.

L’Unione Europea si fece portatrice sin dal 2020 dell’idea della necessità di un trattato pandemico per armonizzare gli sforzi dei vari paesi in vista di futuribili crisi sanitarie[1]. Questa proposta fu recepita inizialmente principalmente dai paesi occidentali[2], e culminò, sotto l'egida dell’OMS, con la creazione nel dicembre 2021 di un Corpo Negoziale Intergovernativo (INB) da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità per portare avanti le trattative necessarie. E’ stato l’INB a sviluppare, attraverso numerosi e difficili incontri, i diversi testi di proposta per il trattato pandemico, dalla “Bozza Concettuale Zero” a quello che sarà presentato dall’Assemblea Mondiale della Sanità a maggio di quest’anno.

I nove incontri di discussione che hanno portato a questa più recente forma del testo hanno manifestato in pieno le profonde divergenze interne alla comunità internazionale sulla gestione della salute, emerse sin dal passaggio fondamentale sulla natura legale del trattato, se esso sia da considerarsi come un insieme di disposizioni vincolanti o come una cornice per facilitare la cooperazione internazionale. Mentre certi Stati sembrava tenessero di poco conto questa ambiguità, la Repubblica Popolare Cinese, ponendosi alla testa delle rivendicazioni del Sud del mondo, ha chiesto fin dai primissimi incontri che la situazione venisse chiarita. A seconda della natura vincolante o di semplice orientamento, il trattato verrebbe regolato da due diversi articoli della costituzione dell’OMS, rispettivamente il 19 e il 21. Nel primo caso si avrebbe l’impegno per i paesi firmatari a seguire, una volta accettati dai rispettivi processi costituzionali, le indicazioni del trattato. Nel secondo si avrebbe invece l’autorità dell’Assemblea Mondiale della Sanità a governare la gestione delle crisi sanitarie in relazione a quarantene e restrizioni, procedure diagnostiche e d’intervento e definizione degli standard per la distribuzione internazionale dei farmaci[3]

Come facilmente intuibile, il nodo del problema è la sovranità nazionale e statale, il cui rispetto fermo anche in materia di governo delle politiche sanitarie è per molti paesi non negoziabile. Per i paesi del Sud del mondo, dalla Cina all’Africa, le istituzioni internazionali a guida occidentale sono state a lungo, e per certi versi sono tutt’ora, uno strumento utilizzato per perpetuare l’egemonia statunitense e le pratiche neo-coloniali. Il trattato pandemico, se dovesse essere legalmente definito come vincolante, facilmente si presterebbe a ciò: gli Stati Uniti e i loro paesi satellite potrebbero facilmente imporre i farmaci dei lobbisti occidentali a discapito da quelli prodotti dal resto del mondo, potrebbero promuovere embarghi mascherati da misure sanitarie e promuovere protocolli di cura e d’intervento più interessati alla profittabilità economica che alla salute delle persone, incentivando il burocratismo e lo scollamento delle misure di gestione pandemica dalla realtà materiale.

Durante gli incontri dell’INB, la Repubblica Popolare Cinese ha ribadito “il diritto per gli Stati membri di gestire e governare le proprie misure di salute pubblica”, e la necessità che l’OMS conduca le proprie investigazioni “nel rispetto della sovranità nazionale, basandosi sui bisogni nazionali e con il consenso del paese”, promuovendo quei cambiamenti nel testo che possano assicurare che “misure e meccanismi fondamentali [rispettino] la sovranità nazionale”, come per esempio modificando il passaggio sull’obbligo di “non causare danni” agli altri paesi attraverso le proprie politiche sanitarie in un meno prescrittivo invito a “considerare debitamente gli interessi degli altri paesi”, aggiungendo a ciò l’idea che si debbano evitare “meccanismi invasivi per garantire la conformità”, nel rispetto della diversità delle situazioni dei singoli Stati e della loro sovranità[4]. Proprio questa diversità è indice di diverse capacità, e per questo la delegazione cinese ha sostenuto l’idea di impegni d’entità diversa per i vari paesi sulla base del relativo stadio di sviluppo. La gestione delle future crisi sanitarie non può essere scaricata per i suoi effetti peggiori sui paesi in via di sviluppo, ma anzi questi devono essere messi in grado di reagire meglio alle sfide poste attraverso l’ammodernamento tecnologico. Il trasferimento delle tecnologie avanzate e percorsi di sviluppo stabili, alla base del partenariato cinese con i paesi del Sud del mondo, è la chiave per rendere questi in grado anche di tutelare maggiormente la salute dei propri cittadini. La politica occidentale di guerra commerciale e di difesa intransigente dei brevetti è un ostacolo a tutto ciò, e appare indirizzata più al mantenimento della propria primazia tecnologica che a tutelare gli interessi condivisi dell’Umanità.

La presa in considerazione delle limitate capacità dei paesi in via di sviluppo permette anche di evitare una stigmatizzazione dei paesi più poveri, dipinti dall’Occidente come “untori” per scaricare su di loro l’incapacità dei propri sistemi di affrontare le sfide socio-sanitarie poste dall’emergenza pandemica. Ciò che è accaduto nei primi mesi della pandemia di Covid-19, la vergognosa attribuzione di una “colpa” alla Cina e al popolo cinese, rappresenta un punto molto basso della politica occidentale, e delinea un meccanismo pericoloso e che facilmente si presta a riproposizioni, sia interne, verso le classi subalterne, dipinte come più “ignoranti” e quindi “sprovvedute”, sia esterne, nei confronti di paesi verso i quali, magari, sarà interesse dei nostri governanti varare misure volte a restringere il traffico di merci e persone.

 

Appoggiare gli sforzi per la democratizzazione della gestione sanitaria globale

 

Il testo finale che sarà presentato all’assemblea di maggio, grazie agli sforzi di numerosi paesi, ha recepito diverse di queste indicazioni, dal riconoscimento della sovranità statale nella gestione degli affari sanitari[5] alla messa in discussione dei brevetti per le tecnologie e i materiali medici[6]. Esso rappresenta quindi già un parziale successo rispetto agli indirizzi politici statunitensi, che premevano per un documento capace di garantire piena copertura agli speculatori e alle grandi multinazionali farmaceutiche. Ciò non significa però che non rimangano insoluti nodi importanti, tra i quali quello sulla natura legale del trattato. La verità è che l’OMS, come tutte le organizzazioni internazionali, dall’ONU al WTO, è anch’esso teatro del grande scontro in atto tra multipolarismo e unipolarismo, tra egemonia e democratizzazione delle relazioni internazionali. Da ciò ne deriva la necessità di sostenere la lotta per l’abbattimento del sistema imperialista anche in questo campo. Negli ultimi mesi si è diffusa una certa narrazione, non priva di elementi di verità, che ha dipinto il trattato pandemico come un qualcosa da rifiutare in toto per i rischi che ne adombrano il testo. Si tratta di visioni parziali, che non tengono conto della reale dialettica dello scontro, spesso influenzate dalle trovate propagandistiche del “complotto cinese”, della “distopia cinese” partorite dai dipartimenti di guerra psicologica dei servizi segreti americani.

Per avere un corretto posizionamento politico serve comprendere ciò che realmente sta accadendo all’interno degli organismi sanitari internazionali, e dare forza a quegli Stati che stanno lottando affinché una migliore coordinazione globale sul tema della salute sia raggiunta non a discapito della sovranità nazionale, ma anzi rafforzando questa contro gli interessi degli speculatori e del capitale finanziario. Le parole del Ministro della Salute Schillaci riguardo al trattato pandemico sulla “difesa degli interessi dell’Italia[7] risultano ambigue, perché non chiamano in causa le questioni centrali della natura legale del trattato e dei suoi indirizzi politici fondamentali. D’altronde, dal governo dell’atlantista di ferro Giorgia Meloni non ci si può aspettare diversamente. Invece di muoversi per l’ennesima volta secondo la volontà del padrone d’Oltreoceano, l’Italia dovrebbe unire la sua voce a quella dei paesi del Sud del mondo, rifiutando il disegno egemonico statunitense che, anche in campo sanitario, antepone gli interessi del regime di Washington a quelli dell’Umanità.

 

[1] https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2020/11/12/intervention-du-president-charles-michel-au-forum-de-paris-sur-la-paix/

[2] https://www.who.int/news/item/30-03-2021-global-leaders-unite-in-urgent-call-for-international-pandemic-treaty

[3]Article 19 The Health Assembly shall have authority to adopt conventions or agreements with respect to any matter within the competence of the Organization. A two-thirds vote of the Health Assembly shall be required for the adoption of such conventions or agreements, which shall come into force for each Member when accepted by it in accordance with its constitutional processes. [...] Article 21 The Health Assembly shall have authority to adopt regulations concerning: (a) sanitary and quarantine requirements and other procedures designed to prevent the international spread of disease; (b) nomenclatures with respect to diseases, causes of death and public health practices; (c) standards with respect to diagnostic procedures for international use; (d) standards with respect to the safety, purity and potency of biological, pharmaceutical and similar products moving in international commerce; (e) advertising and labelling of biological, pharmaceutical and similar products moving in international commerce.”   https://apps.who.int/gb/bd/PDF/bd47/EN/constitution-en.pdf?ua=1

[4] Citato in Yin Huang, Shishong Jiang, Emmanuel Kumah, China and the WHO pandemic treaty: a dive into stance, underpinnings, and implications, Public Health, 30 January 2024

[5] Ciò è riscontrabile al  punto tre del preambolo e al secondo punto all’articolo tre del trattato, il quale ne indica i principi, https://apps.who.int/gb/inb/pdf_files/inb7/A_INB7_3-en.pdf

[6] Art.11, 2(b)

[7] https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=120396

Leonardo Sinigaglia

Leonardo Sinigaglia

Nato a Genova il 24 maggio 1999, si è laureato in Storia all'università della stessa città nel 2022. Militante politico, ha partecipato e collaborato a numerose iniziative sia a livello cittadino che nazionale.

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