Il voto del 25 settembre: analisi e riflessioni

Il voto del 25 settembre: analisi e riflessioni

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Riceviamo e rilanciamo questa bella riflessione post voto di Marco Pondrelli, direttore di Marx 21.


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di Marco Pondrelli


Questo contributo vorrebbe aprire un confronto a sinistra e fra i comunisti dopo il voto. Pensiamo che il dialogo e il confronto, anche fra chi alle ultime elezioni era diversamente collocato, sia lo strumento migliore che oggi ci può aiutare a guardare in avanti.


In attesa di analizzare i dati disaggregati del voto si possono già azzardare alcune considerazioni.

1. La prima è l’altissimo livello di astensionismo, non è un dato da trascurare perché va letto con le lenti di classe. Il modello americano che tanto piace ai nostri politici ha espulso dalla politica un pezzo di società e questo pezzo non è certo quello dei super ricchi ma quello delle classi sociali sfruttate. Guardando al passato occorre ricordarsi come gli anni 1992-93 furono quelli degli accordi di luglio con l’abolizione della scala mobile e del referendum Segni-Occhetto-Confindustria per il passaggio al maggioritario. Si colpì il mondo del lavoro prima direttamente, poi limitandone la rappresentanza politica. L’astensionismo crescente è funzionale ad un sistema in cui la politica non ha la capacità di modificare gli equilibri sociali ed economici, i politici continuano a litigare tutti i giorni ma allo stesso tempo convergono sulle grandi questioni di fondo (guerra, Unione europea tanto per dirne due), perché sanno che su quello non hanno autonomia.

2. Il secondo elemento che emerge è la netta vittoria delle destre, anzi di Fratelli d’Italia con Lega e Forza Italia ridotti ad un ruolo ancillare. La prima considerazione è che la cosiddetta agenda Draghi pur molto popolare su giornali e telegiornali lo è molto meno nel Paese reale. Per quanto FdI abbia interpretato il ruolo dell’opposizione di Sua Maestà lasciando aperti i canali di comunicazione con il Presidente del Consiglio durante la campagna elettorale, è stato presentato come un Partito d’opposizione e percepito come alternativo a questo governo. La Meloni, a cui possono essere fatte molte critiche ma non quella di non sapere fare politica, ha evitato di assumere posizioni nette o di fare promesse, è probabilmente anche lei conscia che dentro un contesto internazionale determinato dall’alleanza atlantica e dalla nostra appartenenza all’Unione europea la possibilità di politiche nazionali autonome è assai limitata. Saranno altri a prendere le decisioni che avranno un peso sul costo delle nostre bollette… Personalmente pur se preoccupato per la vittoria delle destre non credo che sia in pericolo la nostra democrazia perché essa, come già affermato in passato, è già in pericolo. Pensiamo agli arresti di sindacalisti accusati di concussione per avere scioperato nel corso di una vertenza o alle liste di proscrizione pubblicate da un quotidiano italiano, la restrizione degli spazi democratici è già iniziata.

3. La sconfitta del Pd è netta. La percentuale è simile a quella dei DS con la differenza che il partito oggi è egemonizzato dagli ex-DC, che ne hanno fatto una piccola Democrazia Cristiana che vive solo grazie alla gestione del potere, con un radicamento sul territorio sempre più sfilacciato. Un partito che non ha mai vinto un’elezione e, a parte brevi parentesi, è sempre stato al governo ha potuto farlo perché è il partito del potere, le cui competenze di governo lo rendono il riferimento dei poteri forti: atlantisti ed europei. Detto ciò la sconfitta del centro-sinistra è figlia delle scelte fatte negli ultimi 30 anni, in questo lasso di tempo oltre il 10% del PIL è passato da salari e stipendi a rendite e profitti, così si spiegano i voti delle periferie che abbandonano la sinistra per finire nel non voto, nei 5 stelle o addirittura alla destra. Nutro scarse speranze nel prossimo congresso di questo partito, pur in presenza di dirigenti che esprimono posizioni avanzate non c’è una reale alternativa in grado di spostare il pd su posizioni progressiste.

4. Il Movimento 5 stelle dimezza la sua percentuale. Rispetto a qualche mese fa Conte può legittimamente presentare questo risultato come una vittoria, il Pd si era convinto che un movimento in crisi poteva essere emarginato e, memori dell’operazione fatta con la sinistra l’arcobaleno, spolpato con il voto utile. Conte è riuscito a consolidare il movimento e al sud il voto utile è tornato al Partito democratico come un boomerang.

L’operazione Conte pur salvando il Movimento 5 Stelle dall’estinzione non gli ha ancora dato un’anima. Nel 2018 il programma parlava di nazionalizzazioni, di banche pubbliche, di separazione fra banche commerciali e d’investimento oggi l’ex Presidente del Consiglio è invece arroccato al reddito di cittadinanza, misura importante ma insufficiente che più che una svolta neokeynesiana ricorda il capitalismo compassionevole di Bush jr. Il che fare non è però rinviabile, la scelta di allearsi con il Pd nel Conte 2 e nel governo Draghi è stata un errore, perché ha messo assieme il partito le cui politiche hanno prodotto diseguaglianza e precariato con il partito che provava a dare voce a questo malessere. Se la linea Conte-Fico dovesse portare verso un nuovo patto con il pd il rischio sarebbe quello di perdere l’entusiasmo grazie al quale è stato conseguito l’odierno risultato.

5. Tutto quello che si collocava a sinistra del centro-sinistra ottiene risultati deludenti. Personalmente rifiuto di unirmi al coro di chi, guardandosi bene dallo sporcarsi le mani, rimane seduto sul divano a tranciare giudizi ed a criticare, massimo è il rispetto per chi in condizioni difficilissime (a partire dalla raccolta firme) ha provato a costruire un’alternativa al vuoto pneumatico di questi anni. Nonostante gli sforzi però, come detto, i risultati sono deludenti. Evidentemente l’elettorato continua a vedere queste operazioni come politiciste, alleanze che nascono alla vigilia del voto per poi sciogliersi il giorno successivo, senza una vera anima. Quello che dal 2008 i comunisti e la sinistra non capiscono è che il lavoro deve essere di lungo periodo, è sbagliato pensare che il rilancio di una sinistra anticapitalista possa ottenersi puntando tutte le proprie fiches ad ogni tornata elettorale.

In genere gli elettori dimostrano una maggiore intelligenza di chi li dovrebbe rappresentare, quindi da oggi dovrebbe partire o proseguire un lavoro per costruire la risposta alla crisi attuale e non per piazzare qualche proprio rappresentante in Parlamento.

6. I problemi dell’Italia e del mondo continuano ad aumentare. I referendum nelle Repubbliche popolari possono portare o ad un inasprimento del conflitto in Ucraina o al dialogo, ad oggi, dopo il discorso di Putin, la palla passa al campo occidentale. A nessuno sfugge che la Golden share è a Washington ma l’Europa e l’Italia dovrebbero fare valere il loro peso. Stiamo viaggiando con convinzione verso la recessione, la via diplomatica è l’unica strada per porre fine alla guerra ed evitare il baratro, ma purtroppo FdI e Pd litigano su tante cose ma non sulla necessità di continuare ad armare l’Ucraina. Altri fronti si stanno unendo a quello ucraino, da Taiwan, all’Iran passando per gli eterni conflitti in Africa e in Palestina, il rischio che da una guerra fredda si passi ad una calda, anche nucleare, è reale. Seguiremo le elezioni di midterm negli Stati Uniti e fra due anni le presidenziali per capire se aspettarci o meno correzioni della rotta statunitense, intanto però ci domandiamo retoricamente quali siano gli interessi dell’Italia e dei lavoratori italiani in questo quadro?

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