Imitare la Cina, la chiave di volta: giocare sul salario sociale globale di classe

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Imitare la Cina, la chiave di volta: giocare sul salario sociale globale di classe

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di Pasquale Cicalese


Chi ha letto ieri Il Sole 24 Ore ha potuto leggere l'incredibile editoriale di Adriana Castagnoli, che afferma principalmente due cose:


1) l'eurozona negli ultimi dieci anni si è basata su salari bassi, produzioni di scarsa qualità e tutta protesa alle esportazioni, sacrificando il mercato interno;

2) la Cina ha ormai abbandonato il modello basato sulle esportazioni e si basa su consumi interni, avendo azzerato il surplus delle partite correnti.



Per spiegare cosa è successo in Cina bisogna partire dalla Legge sul Lavoro del 2008, che dava maggiori garanzie ai lavoratori e iniziava il periodo di forti aumenti salariali tuttora in corsa. Lo stato cinese in questi 11 anni ha basato la sua strategia sul salario sociale globale di classe offrendo istruzioni gratuita a tutti i livelli, garantendo prime misure di assistenza sanitaria universale, riformando il sistema pensionistico e offrendo inoltre una serie di servizi sociali, il tutto corroborato il 24 dicembre scorso, quando da noi si festeggiava il Natale, da corpose riduzioni fiscali ai redditi medio bassi.



L'eurozona in questi ultimi 26 anni ha basato la sua strategia a diminuire fortemente il salario sociale globale di classe. In Italia hanno fatto diverse riforme delle pensioni, dalla Dini alla Fornero, non solo aumentando l'età pensionabile ma diminuendo fortemente le prestazioni. Si è tagliato sull'istruzione, sulla sanità, sui servizi sociali, il tutto con stagnazione se non diminuzione di salari e stipendi.

Alla classe lavoratrice gli si è quindi sottratto reddito, salario indiretto che sosteneva il bilanci complessivo familiare, spingendo fortemente all'ingiù i consumi. Tutto si è basato sull'export, che porta benessere solo ai possessori di aziende, i quali esportano all'estero i profitti ottenuti o li mettono nella carta finanziaria, non facendo investimenti.

A partire da questo Governo qualcosa si è visto sul salario sociale: innanzitutto il reddito universale, quello che si chiama il reddito di cittadinanza, che, secondo il Presidente dell'Inps Tridico, coinvolge circa 3 milioni di persone con media prestazione di 450 euro. Un altro tassello è stato il decreto dignità che finora ha trasformato 224 mila rapporti di lavoro a tempo indeterminato, dando serenità lavorativa a migliaia di giovani prima precari. Ora sembra che questa spinta stia scemando. Qualcosa si è visto anche sulla sanità e sull'istruzione. Con la presa del timone da parte di Salvini del governo, tutto sta ritornando come prima: le politiche dell'offerta, cioè dare soldi agli imprenditori che faranno ripartire, secondo lui, l'economia,  un'illusione che si scontrerà con la realtà.

Già Renzi ha dato 14 miliardi agli imprenditori e Calenda 20 miliardi con il piano Industria 4.0, ma di certo non c'è stato il boom degli investimenti.

Occorre imitare la Cina, giocare sul salario sociale globale di classe: estendere il reddito universale, aumentare i salari, ritornare a prestazioni sanitarie come nella Prima Repubblica, investire massicciamente sull'istruzione universale fino all'università, offrire servizi sociali. Così si dà salario alla classe lavoratrice, diretto e indiretto, aumentando la domanda interna e colpendo la rendita finanziaria, gonfiata dalle politiche monetarie di Draghi.

Per accompagnare la reflazione salariale, vale a dire l'aumento dei salari diretti e indiretti, occorre aumentare fortemente la produttività totale dei fattori produttivi. Essa può essere data solo da investimenti pubblici, come sembra fare l'azione di Toninelli, soprattutto al sud. Paolo Savona basava la sua strategia sugli investimenti delle aziende semi-pubbliche e pubbliche. Solo Ferrovie Anas ha in programma investimenti pari a 58 miliardi di euro. Se si realizzassero quelli privati seguirebbero, almeno in parte. In ultimi, occorre concentrare e centralizzare la spesa dei fondi europei che devono essere prioritariamente destinati ad investimenti infrastrutturali, all'istruzione e ai servizi sociali e ambientali. 

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