La propaganda di guerra contro la Russia è la “Caporetto” dei mass media

La propaganda di guerra contro la Russia è la “Caporetto” dei mass media

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di Sergio Cararo - Contropiano

 

Questa mattina è addirittura il New York Times a scrivere che “Il presidente Biden e i suoi principali collaboratori riconoscono che stanno mettendo a rischio la credibilità americana mentre rinnovano costantemente l’allarme che alla Russia mancano solo ‘alcuni giorni’ per innescare una guerra non provocata in Europa, che potrebbe uccidere decine di migliaia di ucraini nella sua fase di inizio e far ripiombare il mondo in qualcosa che ricorda la Guerra Fredda”.

Nello stesso articolo il Nyt rileva che i collaboratori di Biden affermano di essere disposti a correre questo rischio. Preferirebbero essere accusati di iperbole e di spavalderia se “è quello che serve per scoraggiare il presidente russo Vladimir V. Putin dal perseguire un’invasione.

Diversamente dal quotidiano statunitense, il giornale economico Financial Times titola nuovamente “La Russia pronta a invadere l’Ucraina entro pochi giorni”. A quanto pare i britannici intendono gareggiare con gli Usa sul piano del bellicismo. Si vede che l’orologio di Londra è tornato indietro di due secoli, ai tempi della russofobia inglese e del “Grande Gioco” che per tutto l’Ottocento vide contrapporsi il Regno Unito e la Russia zarista in tutta l’Asia centrale.

Insomma, ci sono forze che spingono verso una guerra “per forza” – guerreggiata sul campo o annunciata come tale – che sembra essere diventata l’ossessione dell’amministrazione Biden e di quella di Johnson. E gran parte dei mass media, almeno in Occidente, sembra aver scelto di arruolarsi volenterosamente in questa manipolazione della realtà funzionale alla tesi che “la guerra deve esserci comunque”.

Lo scivolone sull’asilo bombardato a Lugansk è solo il primo di una lunga serie di notizie utilizzate e amplificate per costruire questo clima. In passato abbiamo avuto l’esperienza del famoso bombardamento sul mercato di Sarajevo o sulle false fosse comuni in Kosovo e Libia. Un documentario di Sky di alcuni giorni fa rivelava i video di false fucilazioni fatte dai cubani per legittimare l’operazione Usa alla “Baia dei Porci”. Non solo.

L’amministrazione Usa ha già detto che la Russia farà dei “falsi video” per smascherare quanto accade veramente; una dichiarazione preventiva di “inattendibilità” alquanto significativa.

E’ chiaro che in un contesto in cui le redazioni di telegiornali, agenzie, giornali ripetono a pappagallo solo le informazioni degli apparati di intelligence Usa e britannici, senza mai fare verifiche o sentire altre fonti, magari anche quelle della controparte, in Italia e in occidente avremo una continua sostituzione della realtà con gli scenari preconfezionati e gli obiettivi che a questi corrispondono.

Una “guerra comunque” deve costruire infatti un clima teso a provocarne le conseguenze economiche, politiche, psicologiche magari anche senza o con rari colpi di artiglieria. E’ quanto sostanzialmente ammettono i funzionari statunitensi, ma la complicità dei mass media su questo obiettivo diventa decisivo. E’ uno degli strumenti delle “guerre ibride”, un concetto con cui dovremo imparare a convivere.

Una campagna mass mediatica offensiva può rivelarsi decisiva a legittimare ad esempio le sanzioni contro il paese target, anche se questo rivela avere dei costi elevati anche per le società che adottano le sanzioni. E’ il caso delle bollette per gas e luce o per l’export italiano ed europeo.

La costruzione di una narrazione per cui la guerra c’è comunque, ha infatti effetti sull’economia (vedi i prezzi di gas e petrolio, i su e giù delle Borse etc.), sulle persone ancora sotto shock per i due anni di pandemia da Covid, sulle relazioni economiche tra i vari paesi che vengono interrotte proprio lì dove questo è interesse strategico per gli USA e danno economico per l’Unione Europea.

In Italia la situazione è disperante.

A parte il velo pietoso sui giornali del gruppo Gedi (famiglia Agnelli), come La Repubblica e La Stampa, il problema sono le redazioni dei telegiornali – sia pubblici che privati – che sparano i titoli facendo propria la versione Usa e in qualche rara occasione, a fine servizio, inseriscono le eventuali dissonanze con questa.

Ma in un paese ad alto tasso di analfabetismo funzionale è la costruzione del titolo quella che fa la differenza.

E’ vero che sta ormai crescendo anche lo scetticismo verso gli annunci bellicosi e assertivi degli Usa. Lo si capisce da diversi segnali. C’è stato il caso della autorità ucraine che hanno invitato a non diffondere false notizie, che gettavano nel panico la popolazione (e hanno messo in fuga gli investitori esteri, ndr).

E’ il caso di Zeman, presidente della Repubblica Ceca (alleata nella Nato) a ricordare che prima in Iraq e poi in Afghanistan le informazioni dell’intelligence statunitense si sono rivelate piuttosto fallaci.

E poi ci sono le autorità russe che ormai “perculano” Biden e gli USA per le date annunciate dell’invasione russa dell’Ucraina (mercoledì c’è stato un ritiro parziale, invece…).

Maria Zakharova, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, ha persino chiesto pubblicamente ai media occidentali di elaborare un programma delle previste invasioni russe dell’Ucraina in modo da poter pianificare in anticipo i suoi giorni di vacanza.

Ma adesso, di fronte alla annunciata e mancata invasione russa, si gioca una partita di nervi nella quale l’attendibilità delle notizie o la loro manipolazione farà la differenza. E non solo sul piano politico, ma anche su quello economico. In particolare nella “zona critica”, ossia il Donbass, conteso tra milizie fasciste e soldati ucraini da una parte e le forze popolari delle Repubbliche indipendentiste.

Giovedì c’è stato il caso dell’asilo bombardato, fortunatamente senza vittime. Adesso le autorità della Repubblica Popolare di Lugansk hanno accusato le forze di sicurezza ucraine di aver sparato sugli insediamenti, controllati dalla Lpr, a Molochny e Veselenkoee nel distretto di Zelenaya Roshchaalla periferia di Lugansk.

In questo caso Usa e Gran Bretagna hanno volutamente ritirato da giorni i loro osservatori dalla missione Osce che aveva il compito di monitorare proprio la zona più critica del confine.

Ci aspettano giorni e settimane ad alta tensione, in un clima in cui Usa e Gran Bretagna giocheranno la carta di una guerra a tutti i costi, anche se questa non si materializza sul campo.

Il problema si ripresenta anche dentro la Nato. I partner europei sanno perfettamente che hanno tutto da rimetterci da una guerra sul territorio europeo, ma sanno anche che ci stanno già rimettendo persino con un guerra non combattuta, ma gestita come tale.

Finora la divaricazione si è manifestata solo sul piano diplomatico, tra chi lavora alla de-escalation (Francia, Germania e parzialmente l’Italia) e chi (Usa, Gran Bretagna, Repubbliche Baltiche) invece soffia continuamente sul fuoco negando ogni spazio negoziale e gridando alla guerra comunque.

Difficile pensare ad un sistema di mass media capace di cogliere questo aspetto e di presentarlo come tale all’opinione pubblica. Per ora hanno accettato di rappresentare servilmente lo scenario della “guerra comunque” e di svolgere il loro ruolo “militare” nelle guerre ibride.

Ma questa diventa la “Caporetto” dell’informazione in occidente.

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