L'Italia e la disinformazione sul Donbass

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Nello spirito di collaborazione che c'è tra le nostre riviste, vi invio come anticipazione questo articolo sul Donbass.

Fosco Giannini, direttore di "Cumpanis"

 

di Nicolò Cascone*

 

Una rapida premessa sulla situazione dell'Ucraina e del Donbass

Corre il mese di aprile, anno 2021: il Donbass si trova in una condizione “sospesa” da molti anni, da quando nel 2014 ha conquistato la sua indipendenza de facto da una Ucraina turbata, frammentata in seguito al colpo di stato seguito alle sommosse di Piazza Maidan in Kiev (capitale ucraina).

Non è questo l’articolo in cui ripercorrere quei tragici eventi, molto è già stato scritto altrove ed in misura ben più approfondita. In breve: si sono formate nel Donbass le repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, in risposta all’affermazione del nuovo regime ucraino caratterizzato da una spiccata tendenza russofoba (ricordiamo che nel Donbass la popolazione è russofona), anticomunista, ultranazionalista, filo-americana e con simpatie piuttosto marcate e preoccupanti verso forze politiche dichiaratamente neofasciste e neonaziste.

È seguito un conflitto armato intenso, con migliaia di morti e ancor più feriti e/o rifugiati; nonostante la superiorità numerica e tecnologica delle forze armate ucraine, le repubbliche popolari di Donesk e Lugansk hanno saputo contenere l’assalto grazie al supporto materiale russo, ma anche (e questo viene maliziosamente omesso dai mass media occidentali) ad un forte sostegno della popolazione locale, che per prima ha combattuto e osteggiato le truppe filofasciste ucraine.

La situazione bellica ha trovato una soluzione temporanea grazie alla mediazione di altri paesi, in primis Russia e Bielorussia (e – più tacitamente – della Germania), ovvero la definizione di una tregua sancita dagli accordi discussi e firmati a Minsk (capitale bielorussa), debitamente sottoscritta sia dall’Ucraina che dalle repubbliche del Donbass.

Indicativamente si riconosce nell’anno 2015 il momento di sostanziale “rilascio” del conflitto, che si è tradotto in una sospensione della guerra un po’ surreale e temporanea; è possibile infatti notare durante gli anni seguenti numerose denunce di violazione degli accordi, talvolta consistenti in scaramucce, talvolta addirittura in bombardamenti a centri abitati. Dunque, purtroppo, è cosa risaputa che la situazione del Donbass é instabile e che la gente sia morta frequentemente anche dopo la tregua.



Panoramica geopolitica nel 2021

Ritorniamo all’oggi.

La situazione pandemica ha forse catalizzato alcune tendenze già evidenti, come appunto lo stato di cruenta tensione nel Donbass, come anche una situazione globale di conflitto ove Stati Uniti e NATO sentono la necessità sempre più impellente di riconfermare e rinforzare il proprio dominio politico e militare in tutto lo scacchiere geopolitico.

La vittoria di Joe Biden alle presidenziali è stato un inevitabile stimolo all’intensificazione dell’interventismo diretto e ad un imperialismo ostentatamente armato, palesemente diffidente alla prospettiva diplomatica. Ne siano esempio il modo in cui il presidente statunitense (ed altri importanti esponenti delle istituzioni di Washington) si pronuncia tanto rudemente nel definire l’omologo russo “assassino”, la dimostrazione muscolare (e a dir poco spettacolare) dei corpi diplomatici americani nei confronti dei colleghi cinesi in un incontro in Alaska, le continue denunce (con conseguenti sanzioni e sabotaggi) di altri paesi non allineati come Iran e Cuba, la totale chiusura a qualsiasi nuovo canale di comunicazione con la Repubblica Democratica Popolare di Corea: la nuova presidenza americana non manca di schiettezza.

Ciò si traduce in una pressione crescente nei confronti degli alleati; in questo senso anche l’insediamento del governo Draghi va considerato come un sintomo dell’imperialismo militare ed economico statunitense; la Germania, che pure è tornata ad essere il referente europeo preferenziale degli Stati Uniti, è fortemente incalzata affinché ostacoli la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, poiché ogni forma di collaborazione economica e commerciale col “nemico” deve essere rallentata se non addirittura sospesa, inoltre favorendo la dipendenza energetica dalla emergente esportazione di gas statunitense.



Oltre a questi accenni sulla parte euro-atlantica, va ricordato come alcuni avvenimenti dell’anno scorso abbiano compromesso profondamente l’equilibrio della tregua nel Donbass, ovvero:

    •  

Le aumentate pressioni sulla Russia, che si preannunciano durature, attraverso l’operato di Aleksej Navalny (che il compagno Gennady Zyuganov, Segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, ha efficacemente definito “rappresentante del capitale finanziario americano”);

    •  

L’instabilità in Bielorussia, provocata attraverso una strategia non molto diversa da quella che fu applicata in Ucraina nel 2014, e la sua conseguente perdita dello status internazionale di moderatore, su cui Lukashenko si era impegnato ed affermato proprio in occasione degli accordi di Minsk sopra citati;

    •  

Il (secondo) conflitto tra Armenia ed Azerbaigian per la regione del Nagorno-Kharabak, nell’autunno 2020, che molti hanno additato come il precedente su cui si è formulato il contesto del Donbass e che adesso rischia pericolosamente di proporsi nuovamente come modello anche per un’azione militare ucraina, mentre la Turchia diviene sempre più protagonista dello scacchiere regionale, organicamente agli interessi della NATO (nonostante alcune divergenze superficiali).

Questo significa, riassumendo, che la Russia è ora percepita come più debole e vulnerabile, mentre il ruolo moderatore della Bielorussia è ormai venuto meno (gli ucraini per primi lo hanno dichiarato); il caso del conflitto nel Nagorno-Kharabak ha dimostrato come l’opzione bellica – mirata e di breve durata – sia ancora pienamente valida come mezzo politico alternativo, con la Turchia che può rivitalizzare la sua iniziativa geopolitica neo-ottomana ponendosi come protagonista nel Mar Nero (tra l’altro guadagnando utilità e consenso negli alleati europei).

È risaputo ed dichiarato apertamente come le relazioni diplomatiche tra Ucraina e Turchia stiano conoscendo un rapido miglioramento, con tanto di incontri tra i presidenti Zelensky ed Erdo?an e quindi una crescente collaborazione anche in ambito militare; l’esperienza del conflitto tra Armenia ed Azerbaigian, in cui i turchi hanno indirettamente preso parte, è fonte di preziose lezioni per gli ucraini, specialmente per quanto riguarda la gestione della supremazia aerea (una delle principali note dolenti a cui i generali di Kiev non sembrano aver ancora trovato una soluzione convincente in questi anni).

Infatti la vittoria azera sugli armeni, dovuta certamente ad una superiorità numerica e qualitativa pressoché in tutti gli ambiti, è stata possibile anche grazie al massiccio uso di droni, di fabbricazione turca o israeliana, contro le postazioni antiaeree e le forze meccanizzate/corazzate.

Ciò implica una ripetizione del modello di influenza turca in Azerbaigian? Difficile, l’Ucraina è un contesto completamente diverso, però non si può negare che agli apparati militari e politici ucraini possa far gola un po’ di assistenza turca.

Durante questi anni di attrito feroce, l’Ucraina è riuscita a recidere molti legami socio-economici con la Russia attraverso lo smantellamento della propria industria (con gravi conseguenze per le classi lavoratrici e per la società tutta), compensando questi tagli con un maggiore rifornimento di materiale bellico occidentale attraverso la totale subordinazione alla NATO.

Vengono quindi meno anche alcune lacune che avrebbero potuto preoccupare il governo di Kiev negli anni passati, poiché effettivamente l’esercito Ucraino nel 2014 è stato fortemente depotenziato dalla perdita della collaborazione tecnica ed industriale con la Russia.

Altro aspetto da considerare: la società civile ucraina non rappresenta certo un caposaldo di consenso su cui generali ucraini e statunitensi possano fare affidamento, poiché la situazione è critica ed il malcontento diffuso; d’altra parte, però, sono stati stabilizzati molti reparti dell’esercito (che nel 2014 frequentemente hanno minacciato l’insubordinazione o la diserzione – alcuni poi sono passati ai fatti), c’è probabilmente una migliore preparazione nel dispiegamento di forze mercenarie occidentali e di organizzazioni paramilitari (tra cui le famigerate milizie neonaziste) e c’è forse la possibilità – ma sicuramente non è mancato il tempo per prepararsi – che le truppe ucraine stavolta siano più inquadrate e motivate, eventualmente pronte anche ad azioni più brutali.

D’altro canto anche le forze resistenti del Donbass dovrebbero contare su una preparazione migliore, ma la sproporzione numerica l’improbabilità di negare la supremazia aerea ucraina sono motivi sconvenienti.



Le condizioni per una ripresa di un conflitto relativamente “sicuro” sono ormai realizzate: questo significherà la guerra? Difficile dirlo con certezza, non bisogna dimenticare che molte informazioni non sono effettivamente certe e/o disponibili pubblicamente.

Per esempio è difficile prevedere se, in quale modo ed in quale misura i russi saranno disposti a sostenere la resistenza del Donbass; similmente è complesso ipotizzare quanta confidenza ci sia da parte della NATO in un’iniziativa ucraina autonoma, come anche quali piani siano preferiti per un intervento diretto occidentale; bisognerebbe considerare infine quale tra le parti schierate sia disposta a soffrire/sacrificare di più, ovvero delineare un limite di saturazione, di esaurimento psicologico e/o materiale, oltre il quale una forza debba considerarsi sconfitta.

Tuttavia molti segnali legittimano queste preoccupazioni e la preparazione dei combattenti del Donbass all’urto di un nuovo assalto.



"Ma dov'è il Donbass?"

Ma, quando per esempio porrò all’attenzione dei miei coetanei, costoro forse avranno molto da chiedere.

Prima domanda: dov’è il Donbass? C’è davvero una guerra in Donbass?

Non bisogna dimenticare che, qualunque cosa accada nel Donbass, finché la situazione calda rimarrà “limitata” a quell’area geografica, molto probabilmente per noi italiani non ci saranno conseguenze evidenti ed immediate.

A chi importa allora questa situazione? Perché mai seguire avvenimenti di terre lontane quando siamo all’inizio di una crisi interna che potrebbe e dovrebbe preoccuparci molto di più? Questo non è l’articolo per rispondere, che ognuno giunga alla sua conclusione.

Con queste poche righe voglio denunciare una situazione di grande timore, oltre ad una buona dose di frustrazione: l’opinione pubblica italiana sa poco, i giovani sanno poco; in altre parole, la maggioranza è ignorante, ma non nel senso che vi sia chissà quale stupidità collettiva, o chissà quale colpa, anzi, non manca la buona volontà nell’apprendere.

Però la fatica è molta, perché le informazioni sono tante, il tempo e le energie scarseggiano, altri problemi (il lavoro, la casa, la scuola, la salute ed altre situazioni precarie), individualmente più concreti, più urgenti e più ingiusti, negano a molti cittadini e lavoratori la possibilità di sapere – quindi di osservare attentamente e decidere consapevolmente.

Un esempio basilare: la geografia. Nella nostra società manca una conoscenza ed una percezione geografica di base, al massimo si hanno stereotipi pubblicitari di mete turistiche, in cui il globo non è altro che un vasto “terreno di viaggio”; con tale lacuna molti riferimenti perdono di senso e le notizie appaiono fumose, sfuggenti, difficili da capire e ricordare. Ci sarebbe ovviamente da elaborare un’analisi a parte su questa tematica.



Molti italiani semplicemente non sanno del Donbass, molti ancora hanno sentito parlare del conflitto nel 2014 e l’hanno dimenticato.

Ciò che scrivo non è una rivelazione, è una constatazione di una realtà evidente. Tuttavia parlarne è necessario, perché comunque l’opinione pubblica esiste, i mass media operano, qualcosa rimane.

Ma che cosa rimane alla fine? Lo stereotipo, la semplificazione.

Leggere gli articoli dei principali giornali italiani è talvolta, se così si può dire, assai “illuminante”: in questo caso, appare clamorosa ed assordante una caratteristica del giornalismo nostrano, ovvero l’assenza del Donbass. Vengono riportati titoli forti, in cui certe parole urlano agli occhi rabbia e paura.

“Putin fa sul serio”, “Lo show muscolare di Putin”, “La Russia si sta preparando a una nuova invasione in Ucraina?”

Sono toni da propaganda, non troppo differenti da altri paesi occidentali, ed è normale che sia così; sono quindi due le conclusioni da trarre, su cui bisogna insistere con se stessi e con tutti: la propaganda è comunque una dichiarazione di intenti e l’Italia (come anche le altre società ed istituzioni liberal-democratiche) non è una vera democrazia.

Sulla propaganda

La situazione in Donbass è riportata da almeno una settimana a questa parte da alcuni mass media italiani ed occidentali – frequenza insolita e decisamente bellicosa; da ciò si può quantomeno sospettare che sia stata avviata una campagna di preparazione dell’opinione pubblica all’eventualità di una guerra.

Putin e la Russia sono indicati come i nemici, come i cattivi, con grande risalto nei titoli, anche in quegli articoli che accennino ad azioni aggressive ucraine, mentre le forze resistenti del Donbass sono spesso dimenticate o appena citate en passant; si può dedurre che la prospettiva di questa potenziale guerra sia finalizzata ad annichilire totalmente le repubbliche di Donetsk e Lugansk, senza alcun riguardo per la volontà delle popolazioni locali.

Ma c’è di più: il relativo silenzio su questo aspetto fa temere che le azioni repressive successive ad un’eventuale vittoria militare ucraina sarebbero durissime, come già successo nel 2014-2015 in molte città ucraine; ancora, l’aspettativa – prevedibile – è che la resistenza del Donbass non sia considerata come valida, meritevole di attenzione e potenzialità, bensì che sia destinata ad essere schiacciata brutalmente e che l’unica cosa che possa impedirlo sia la Russia.



Sulla democrazia in Italia

Senza dilungarsi in saggi politici, bisogna constatare e far comprendere a tutti che in Italia ed in occidente, per quanto si voglia sparlare di una “libertà di espressione”, la maggior parte della popolazione non abbia né il tempo, né le energie, né gli stimoli (propri e – soprattutto – da parte delle istituzioni) per formarsi un’opinione personale da esprimere.

Non può esservi democrazia in una comunità politica, sociale ed economica marcata dalla disparità non solo di ricchezza, non solo di genere e razza, ma anche di tempo e risorse per lo studio: si tratta di oligarchia, dove una élite dispone dei mezzi per capire e decidere mentre il popolo semplicemente non sa dove girarsi.

Quando un mio coetaneo verrà a rinfacciarmi che noi comunisti reprimiamo la libertà ed impediamo alla gente di avere una propria opinione, mentre l’occidente sarebbe veramente democratico, io risponderò chiedendogli: “Mi sapresti dire cosa sta succedendo nel Donbass?”

 

*responsabile organizzazione e comunicazione Cumpanis Genova

 



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