Non solo mazzette. Il legislatore europeo come passo indietro della sovranità democratica

Non solo mazzette. Il legislatore europeo come passo indietro della sovranità democratica

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di Sirio Zolea - La Fionda


Le norme di matrice europea pervadono aree sempre più importanti della vita collettiva e incidono sui diritti di ogni cittadino, sicché le carenze e le problematicità del legislatore euro-unitario appaiono via via più gravi, mentre nel dibattito pubblico, quantomeno italiano, si tende a parlarne sempre meno. Solo in occasione di gravi scandali, come quello che occupa le prime pagine dei giornali in questi giorni, con fenomeni di corruzione di alto livello nel Parlamento Europeo, si torna a riflettere su quello che non va nelle istituzioni comuni che l’apparato mediatico dominante ci presenta come altamente democratiche, magari tanto più dei “vecchi” parlamenti nazionali. Ma i problemi del legislatore europeo sono assai profondi e attengono prima di tutto alla sua stessa struttura, con un Parlamento persino sprovvisto di iniziativa legislativa, un po’ come agli albori del percorso di sviluppo della democrazia parlamentare, quando le assemblee (più o meno) rappresentative potevano solo approvare o rigettare le proposte del sovrano e del suo governo.

In verità, della carenza democratica della costruzione europea si è al corrente sin dall’inizio, ma essa era facilmente presentata come tollerabile, anche perché bilanciata dal controllo degli Stati sovrani, finché la funzione principale delle regole comuni si limitava a creare le condizioni per un prospero commercio tra popoli amici. Ecco che però a un certo punto – e in particolare con il trattato di Maastricht – la vocazione “mercatista” dell’Europa si è tradotta in un vincolo esterno di ordine generale, che ha pian piano strangolato, uno dopo l’altro, quei diritti sociali la cui progressiva conquista aveva caratterizzato la precedente fase della storia sociale del continente. Vincolo esterno ormai entusiasticamente rivendicato da quella stessa Presidente della Corte Costituzionale (si veda intervista al Corsera dell’8 dicembre 2022) che dovrebbe essere chiamata, dal suo ruolo di custode della Costituzione, a proteggere l’integrità delle disposizioni economiche e sociali della Costituzione in primo luogo da ciò che oggi più le minaccia, il paradigma perverso dell’UE, improntato ai dogmi del mercato e della concorrenza e quindi al beneficio di quella sempre più ristretta borghesia finanziaria transnazionale che ne beneficia.

Si evidenzia persino dall’autobiografia di Guido Carli (Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, 1993), ovvero chi negoziò per conto dell’Italia il Trattato di Maastricht, come tale progetto implicasse già in partenza accogliere la concezione dello Stato minimo, le privatizzazioni, la deregolamentazione del lavoro, l’abbandono della programmazione economica e della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’adattamento dei salari all’inflazione, l’eliminazione o la contrazione delle tariffe e dei prezzi amministrati e delle prestazioni sociali. Insomma, un vero e proprio mutamento (un’eversione?) della Costituzione economica del Paese, avvenuto surrettiziamente, ai margini del dibattito pubblico e dell’ordinamento giuridico, andando però via via a sovradeterminare gli stessi, fino ad ascendere parzialmente al livello della Carta suprema con il principio del pareggio di bilancio introdottovi nel 2012: sì, quella riforma votata da (quasi) tutte le forze politiche e di cui (quasi) nessuno ora riconosce la paternità, come fosse entrata nel nostro sistema di diritto da sé, spontaneamente, per grazia divina (diabolica?). Potrei scommettere che simile sarà la sorte di tante delle “riforme” negoziate con l’Europa nel quadro del PNRR che stanno venendo realizzate una dopo l’altra senza alcun dibattito reale nel corpo diffuso del Paese, come fosse una grandine che cade dal cielo e a cui ci si può solo rassegnare, preparandosi alle dannose conseguenze.

Che spazi restano, allora, per l’idea di democrazia? È possibile che le sole istituzioni formalmente democratiche (anch’esse, peraltro, nel quadro della costruzione europea, pure questo come preconizzato da Carli, sempre più appiattite sul polo del potere esecutivo), quelle nazionali, possano soltanto decidere se tingere più o meno di arcobaleno le politiche economiche, sociali (e estere e militari, ma ciò va oltre l’oggetto del presente articolo) decise altrove, nelle opache sedi della governance transnazionale? E come ha potuto questo processo non scontrarsi con una decisa resistenza popolare? A quest’ultima questione occorre rispondere rammentando la particolare debolezza e incapacità di reagire delle classi subalterne all’indomani della fine della guerra fredda e il passaggio in blocco al campo neoliberale/ordoliberale delle forze politiche che le avevano precedentemente rappresentate, in aggiunta alle oggettive riorganizzazioni del processo produttivo volte a isolare reciprocamente i lavoratori in esso coinvolti.

Ed ecco com’è successo che questo remoto legislatore europeo, lontano dai popoli e lontano dagli standard democratici delle costituzioni novecentesche, dal passato dell’Ancien Régime ha fatto rivivere anche la logica del diritto octroyé, elargito dall’alto della sua benigna volontà di sovrano illuminato. Tutti i più importanti diritti ottenuti dal dopoguerra in poi (“scala mobile” per salari e pensioni, statuto dei lavoratori, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica, istruzione universale, edilizia popolare per i meno abbienti, ecc.), tutt’altro che elargiti, erano stati il frutto di una pressione dal basso, di lotte popolari: essi si erano concretizzati come risposte di compromesso della classe dirigente di allora, disposta a concedere molto pur di evitare esiti rivoluzionari che ne potessero mettere in discussione l’esistenza stessa (anche nel senso più stretto di incolumità materiale dei suoi componenti, come l’esempio della Rivoluzione bolscevica aveva mostrato: il lavoro non poteva andare avanti senza operai, ma senza padroni sì!). Il diluvio di diritti che proviene dal legislatore europeo, a partire dall’ampia normativa sui dati personali, che permette alla retorica pubblica di presentare il nostro tempo come un momento di grandi progressi per le condizioni di vita del popolo, è in realtà quanto mai lontano dai bisogni percepiti dalla gente comune, impoverita, precarizzata, rassegnata e rabbiosa (e, in quanto tale additata come hater… solo a me l’espressione fa pensare al fascistissimo reato di istigazione all’odio di classe, finalmente ridimensionato dalla Corte costituzionale solo nel 1974?), orfana dei corpi intermedi in cui riusciva a organizzarsi per far valere le proprie pretese. Pregevoli teorizzazioni come quelle del compianto Rodotà non sono bastate a rendere del popolo e per il popolo costruzioni normative elaborate lontano da qualsiasi mobilitazione popolare, avendo comunque presente in primo luogo logiche di mercato, e offerte come le leggendarie brioches di Maria Antonietta a persone che vorrebbero invece di nuovo piena occupazione, salari e pensioni dignitosi, istruzione e sanità ben finanziate e svincolate da logiche aziendalistiche, ecc… tutto ciò che la smania euromercatista ha annientato in pochi anni, a onor del vero nelle mani di una classe dirigente italiana così euroservile da andare spesso persino oltre i diktat espliciti di Bruxelles.

Sul “che fare?”, è difficile dare risposte certe. Di abbastanza evidente c’è solo che non colgono nel segno le proposte degli entusiasti che ai disastri dell’Europa, alle rovine de “l’Europa ce lo chiede”, vorrebbero rispondere con “più Europa”, nell’idea di poter rendere più solidali e più democratiche delle istituzioni che sono state strutturalmente forgiate per ridurre gli spazi di solidarietà e di democrazia, scollegate da un demos a cui rendere conto, impermeabilizzate a qualsiasi pressione popolare organizzata in corpi intermedi, ma abituate a procedere attorniate da sciami di lobbysti con cui, essi soli, le proposte normative sono negoziate. Probabilmente, occorre rimboccarsi le maniche sapendo che la strada è lunga, che ancora una volta, come ai tempi di Mazzini e Garibaldi, come ai tempi della lotta partigiana, la sovranità democratica dei popoli europei non è una conquista alle nostre spalle, da difendere, bensì un obiettivo da conquistare, in primis contro il riformarsi dello spettro reazionario dei poteri universali, dell’antica idea dell’Impero, che, cruentemente, nelle vicende dell’Ottocento per noi italiani aveva il volto del tiranno asburgico, in quelle del Novecento il volto del Reich invasore e oggi, per molti versi, si ripropone sotto le mentite spoglie (arcobaleno) dell’Unione Europea.

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