Solo il Piano può evitare la catastrofe. Una recensione di "Non sarà un pranzo di gala" di Emiliano Brancaccio

Solo il Piano può evitare la catastrofe. Una recensione di "Non sarà un pranzo di gala" di Emiliano Brancaccio

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di Leo Essen


Il libro di Emiliano Brancaccio, «Non sarà un pranzo di gala», appena pubblicato da Meltemi, e che vi consiglio vivamente di leggere, affronta temi di grande interesse e attualità. 

La politica di deflazione salariare, dice Brancaccio, politica sostenuta in passato anche da Blanchard, doveva riportare l’equilibrio tra le economie dell’euro-zona. La speranza era di veder crescere la competitività a livelli tali da stimolare le esportazioni, ridurre le importazioni e riassorbire così i pesanti deficit commerciali verso l’estero accumulati da alcuni paesi. 

Insomma, dice Brancaccio, gli economisti mainstream, credevano che il mercato da solo sarebbe stato in grado di rimettere le cose a posto. E invece le cose sono andate a catafascio. L’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accentuare una tendenza già in atto. 

Il mercato, dice, ha generato e alimentato squilibri tra i paesi, è stato inefficiente e si è dimostrato fonte di tensioni nelle relazioni internazionali. 

Se pensiamo che l'euro-zona dovrà affidarsi anche in futuro alla deflazione per cercare di rimediare ai suoi squilibri interni e sopravvivere, ebbene, dice, io non soltanto sospetto che non sopravvivrà, ma non credo nemmeno sia opportuno sperare che sopravviva.



Le tensioni generate dal mercato hanno dato vita a due reazioni diverse, a un sovranismo (di destra e di sinistra) e a un globalismo delle moltitudini. Ma allo stato attuale, dice Brancaccio, globalisti e sovranisti rappresentano due lati del capitale. Il revanscismo piccolo-borghese di questo tempo non è altro, in fondo, che la reazione a un conflitto principale interno alla classe capitalista. 

Da una parte, dice, la proposta del mero ritorno ai cambi flessibili non risolverebbe i problemi degli squilibri nell'euro-zona. Resto dell’idea, dice, di Graziani e De Cecco, secondo cui la ripetute svalutazioni hanno fatto più male che bene allo sviluppo del capitalismo italiano. 

Dall’altra parte, dice, l’idea di un “impero” senza testa è un retaggio della prima stagione del movimento di Porto Alegre, nella quale la crisi dello Stato-nazione aveva prodotto una fuga verso la massima semplificazione politica. Ci siamo beati troppo a lungo in una concezione naïve delle lotte, del tipo: da una parte l’impero e dall’altra le “moltitudini”, da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la “superpotenza” del movimento pacifista. Sono letture ingenue.

La verità, dice, è che abbiamo a che fare con una situazione quanto mai complessa, nella quale avrebbe più senso aggiornare le vecchie riflessioni di Lenin sull’imperialismo. Sono cose poco “glamour” rispetto alle pseudo-religioni che vanno per la maggiore. Ma sono più utili.

Tornando alla crisi, dice che in questo caso si tratta di una «Crisi aporetica», in cui, più di ogni altra cosa, ciò che determina l’andamento del capitalismo è la «Centralizzazione dei capitali». Stando alla «Legge di riproduzione e tendenza» sarà difficile onorare i debiti e i grandi mangeranno i piccoli. Questo conflitto, tutto interno ai capitalisti, potrebbe condurre verso una «catastrofe», potrebbe avere, ma le avvisaglie già si vedono, un effetto distruttivo per i gruppi sociali intermedi: piccoli capitalisti, ceti medi più o meno riflessivi, borghesia minore, esponenti delle professioni, quadri privati e pubblici, padroncini e rentiers marginali. Questo aggregato di corpi centrali, dice, è destinato a erodersi: sospinti in piccola parte verso l’estremo superiore della scala sociale, mentre la restante gran parte viene man mano scaraventata verso il basso.
Non mancano le stoccate contro la Moneta e la Banca centrale europea. La Moneta, dice, non è uno strumento neutro, il banchiere centrale non è un osservatore imparziale o un mero regolatore,  il mercato, soprattutto il mercato finanziario, non prevede il futuro, lo determina, i movimento di capitali non sono la soluzione, ma sono il problema. È venuto il momento di riconoscere che il potere di fare cose con le valute è un potere da tenere sotto controllo pubblico.


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Sul piano della tattica politica, Brancaccio avanza una proposta davvero sorprendente. Suggerisce di trasferire alla scienza (e alla politica) la pratica dello yawara del judo, dove il «debole» sfrutta la forza del «forte» per tirarlo giù. Mi sembra di sentire in questa proposta un’eco benjaminiana, delle Tesi di filosofia della storia, dove si lega il materialismo storico a una «debole forza messianica».

Infine, centrale in tutto il libro, torna il tema del Piano. Uno spettro si aggira per l’Europa, dice, è lo spettro del Piano. 

Quando si propone il Piano come soluzione agli squilibri generati dal mercato non bisogna cedere a una banale teleologia storicista. Questo, dice Brancaccio, mi sembra tuttora un buon programma di ricerca, che potremmo sintetizzare nel proposito, un po’ dimenticato, di rileggere Marx dopo Althusser. 

L’anti-teleologia, che mira all’innocenza dell’avvenire, che non crede che tutto sia compreso in un progetto e che la fine non coincida con l’inizio, presta il fianco a un certo empirismo, secondo cui non vi è alcuna legge storica, e le cose accadono per caso e non per un dover-essere, che bisogna lasciar fare e lasciar andare, perché le cose troveranno da sole il loro equilibrio. Contro questa deriva nichilista e relativista – post-moderna e liberista – Brancaccio rivendica il primato del Piano e della scienza. 

L’economia, dice, deve essere considerata una scienza, a tutti gli effetti. Altrimenti bisogna cedere al proposito scettico che non vi siano leggi, che tutto è convenzione e abitudine, che la ragione del più forte è sempre la migliore, che la realtà e la vita non sarebbero se non fossero diversità e perpetuo contrasto e perpetua composizione di forze, se non fossero guerra e pace, guerra che conduce alla pace e pace che riconduce alla guerra.

Ora, per non cedere a questo relativismo mercatista, bisogna riconoscere la necessità e l’universalità della legge, ovvero l’idea che nella storia, fatta di lotte e di accidenti, c’è qualcosa che ritorna, bisogna riconoscere, come fa Marx nel famoso passo del Capitale sull’Ape e l’Architetto, che nella storia qualcosa ritorna, e ciò che ritorna è il Piano. 
Cosa impedisce al Piano di chiudere la piccola porta da cui potrà entrare la rivoluzione (Benjamin)? Non certo la somma algebrica di Piano e libertà individuali. Ma la distinzione tra ciò che Derrida (filosofo che Brancaccio conosce) tra ciò che Derrida chiama Cattiva possibilità e Buona possibilità 

Il Piano, dice Brancaccio, è l'unica leva in grado di piegare la legge del movimentato del capitale prima che ci affossi nella catastrofe. Ma il piano che qui Brancaccio ci propone è tutt’altro che un menu per le cucine dell’avvenire.

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