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A 30 anni dalla caduta del muro

 


di Antonio Di Siena

Mancano due giorni alle solenni celebrazioni per il trentennale della caduta del Muro di Berlino, e siamo già tutti pronti a sentirci raccontare come gli eventi che presero il via il 9 novembre 1989 cambiarono per sempre la storia del continente europeo.

Ma la narrazione dell'informazione dominante ci racconterà del crollo non di un semplice muro, ma di un intero Paese comunista con un sistema economicamente al collasso, la Repubblica democratica tedesca (DDR - meglio conosciuta come Germania Est), che fu magnanimamente soccorso da un altro Paese, generoso e democratico.

Di come un popolo oppresso e affamato da un sistema totalitario, che scappava a gambe levate in direzione ovest, sia stato liberato dal giogo del socialismo reale e accolto nella moderna, florida e democratica Repubblica federale tedesca. Quella Germania Ovest che, con grande generosità, tese la mano ai suoi fratelli più sfortunati e, grazie ad una imponente politica di investimenti pubblici, riuscì a ricostruire e integrare un paese distrutto da mezzo secolo di economia socialista, portando a compimento il processo di riunificazione delle due Germanie.

Ma dopo trent'anni è passata abbastanza acqua sotto i ponti della storia per poter guardare a quell'evento epocale con uno sguardo lucido e disincantato, potendosi rendere facilmente conto che le cose non sono andate proprio così. E soprattutto che fra la vicende dei tedeschi dell'est e la moderna storia dell'Unione europea si possono tracciare importanti parallelismi.

Nel 1989 la Germania Est era sicuramente un Paese in crisi, politica ed economica, come altri del blocco socialista. I suoi cittadini chiedevano profonde riforme del sistema politico, più libertà e soprattutto la democratizzazione dello Stato. Non di certo una svolta capitalista. Perché, per quanto in difficoltà, il sistema economico della DDR non era sull'orlo del baratro. Non a caso ancora a dicembre del'89 più del 70% dei tedeschi dell'est era favorevole alla sopravvivenza della DDR e al mantenimento della sua sovranità (sondaggio commissionato da “Der Spiegel”). Certo la situazione economica era molto diversa dalla ben più ricca Germania Ovest, rispetto alla quale pesavano l'arretratezza tecnologica e la scarsa produttività. Ma questo stato di cose non era esclusivamente ascrivibile alla diversità di modelli economici e di sviluppo. Una delle principali differenze era legata alle condizioni di partenza delle due Germanie. La DDR infatti onorò sin dall'inizio i debiti di guerra derivanti dal secondo conflitto mondiale per una cifra di 99 miliardi di marchi, importo che contribuì a finanziare la ricostruzione dell'URSS, uscita semidistrutta dal conflitto bellico. La Germania Ovest invece (che a differenza dei cugini orientali beneficiò anche del Piano Marshall) versò soltanto 2 miliardi di risarcimenti. Una sproporzione di 130 a 1 se calcolata in base al numero di abitanti.

Un economia in crisi quindi, ma ancora in piedi. Non a caso a oriente del muro ancora nel 1989 si lavorava per trasformare la DDR in una “economia di piano orientata al mercato”.

Quello che scompaginerà rapidamente il quadro geopolitico, spingendo verso la riunificazione, sarà da una parte l'assenso di Gorbaciov all'unificazione tedesca, dall'altra la proposta del governo tedesco-occidentale di Helmut Khol di perseguire il più rapidamente possibile la riunificazione delle due Germanie attraverso l'estensione all’est del marco occidentale. Un progetto a cui la Germania federale lavorava da tempo e su cui faceva grande affidamento. Perché ritenuto il più efficace espediente per esportare, insieme alla moneta, l'intero sistema economico occidentale verso oriente. Innescando un processo irreversibile di assorbimento di un modello di economia pianificata dentro un sistema capitalista, nel fermo convincimento della superiorità, infallibilità e perfezione del modello basato sull'economia di mercato.

E così fu.

In un contesto in cui i rapporti di forza fra i due Paesi erano nettamente sbilanciati in favore di quello più prospero, il 1 luglio 1990, venne firmato il Trattato d’unione monetaria con il quale si stabilì che i marchi orientali dovessero essere scambiati in un rapporto di 1 a 1 col marco occidentale.

Nonostante al cambio reale il valore fosse di circa 4,5 a 1.

L'estensione a est del marco occidentale ebbe l'impatto di uno tsunami e il primo effetto fu di distruggere istantaneamente l'intera economia della DDR.

Con un aumento del prezzo delle merci stimato intorno al 350% i beni prodotti in Germania Est andarono letteralmente fuori mercato e l'intero sistema produttivo perse la sua competitività.
Alle aziende orientali, infatti, veniva precluso in un solo colpo sia il mercato occidentale (dato l'aumento dei prezzi che non rendeva più economicamente conveniente acquistare beni prodotti a est), sia quello interno che fu invaso dalle merci della Germania Ovest. Sia quello degli altri Paesi del blocco socialista, troppo poveri per poter acquistare beni in una valuta “forte” come il marco della Germania federale. La conseguenza fu che, in pochissimo tempo, quasi il 90% delle aziende della DDR si ritrovò sull'orlo del fallimento a causa dei debiti.

Contestualmente all'adozione della “moneta unica” venne approvata la legge sulla privatizzazione del patrimonio pubblico della DDR. Era il dazio da far pagare ai cittadini orientali per poter far sì che beneficiassero degli “effetti positivi” della moneta occidentale. Presentata come una necessaria opera di “risanamento” e di adeguamento al mercato fu, nei fatti, un'immane saccheggio delle aziende di Stato della Germania Est, il cui patrimonio industriale era stimato in circa 600 miliardi di marchi (ovest) dallo stesso istituto che si occupò di privatizzarlo. Una gigantesca operazione di esproprio, in favore dei privati, di impianti produttivi, imprese del settore energetico, catene di supermercati, alberghi, assicurazioni e, soprattutto, banche. Svendute a prezzi ridicoli con ancora in pancia miliardi di crediti garantiti dallo Stato. Finirà tutto (il 90%) nelle mani dei ricchi imprenditori della Germania occidentale.

Avendo ceduto la sovranità monetaria (e quindi quella economica), la cessione della sovranità politica fu null'altro che una formalità, che sarà ufficialmente sancita il 3 ottobre 1990. Data di nascita della moderna Germania, uno Stato unitario solo nominalmente visto che la situazione economica non cambiò granché né nel breve né, tanto meno, nel lungo periodo.
Nel solo biennio 1990-1991, infatti, il Pil della ex Germania Est subì un crollo del 41% mentre il costo della vita aumentò del 93%. Nei due anni seguenti poi, data l'impossibilità di attuare politiche di svalutazione competitiva della moneta, l'export delle aziende dell'est crollò del 55%.

La parte orientale della nuova Germania unificata si deindustrializzò rapidamente arrivando a perdere l'80% della sua capacità produttiva in pochi anni.

Molte aziende (nel frattempo privatizzate) furono assorbite da quelle occidentali. Molte furono semplicemente chiuse, altre si trasformarono in satelliti a basso costo delle grandi imprese della Germania Ovest.

L'ovvia conseguenza fu l'aumento incontrollato della disoccupazione che, da praticamente inesistente ai tempi della DDR, arrivò al 16,5% nel 1992. Nel solo triennio 1989-92 i cittadini della ex Germania Est videro scomparire nel nulla quasi 4 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato.

Un disastro economico che produrrà una massa enorme di nuovi poveri costretti a emigrare verso ovest, spopolando la parte orientale. La sola città di Magdeburgo perderà 50 mila abitanti in un singolo anno, il 1989. Lipsia (600 mila abitanti) perderà il 17% dei suoi cittadini in dieci anni.

Un esodo di disperati che andrà a formare quell'esercito di manodopera a basso costo che costituirà la spina dorsale della rinascita economica e produttiva della moderna Germania.
Ma con la riunificazione non tutti i tedeschi ci persero.

Non ci perse di certo la “generosa” Germania Ovest che vide aumentare, nel solo biennio 90-91, il suo PIL del 50%.
Nello stesso periodo i profitti delle società occidentali registrarono un +75%, accrescendo il loro patrimonio di circa 300 miliardi di marchi. Ad Ovest il numero dei milionari aumentò del 40%, e, più in generale, la ricchezza delle famiglie crebbe a dismisura. Raddoppiarono infatti, sia la ricchezza mobiliare (dai 987 miliardi di marchi dell'88 ai 1.850 del '93), che quella immobiliare (2.894 miliardi nel 1988, 5.312 nel 1993).

A dimostrazione del fatto che la (presunta) disastrosa condizione dell'economia della DDR non fu causa dell'unificazione, quanto un suo immediato e tangibile effetto.
E che quella che media e libri di storia ci raccontano come una riunificazione figlia della benevolenza della Germania Federale, altro non fu che un gigantesco “esperimento di ingegneria economico-sociale” finalizzato alla conquista coloniale.

Una moderna conquista coloniale senza armi e senza soldati. Ma che ha perseguito il medesimo schema d'attuazione. La distruzione dell'intera struttura economico-produttiva del Paese colonizzato; il saccheggio delle sue risorse; la liquidazione delle élites politiche ed intellettuali. La disintegrazione integrale di un intero Stato resa possibile anche grazie alla connivenza della classe dirigente orientale (epurata ad arte dei dissenzienti), e alla speranza dei tedeschi dell'est che, dopo una lunga e truffaldina campagna elettorale, furono convinti a votare per i partiti pro riunificazione inseguendo vanamente il sogno di diventare ricchi come i loro vicini.
Speranza che, trent'anni dopo, si è trasformata in mera illusione.

Perché al netto della retorica dei media, a tutto il 2018, le disuguaglianze economiche fra i cittadini orientali e quelli occidentali restano ancora molto marcate.
Come la differenza di reddito pro-capite che in Baviera è circa 22 mila € e in Sassonia 16 mila €, il 30% in meno.
Il tasso di disoccupazione che ad ovest è su cifre fisiologiche (3-5%), mentre a est si aggira attorno al 18%.

E quello di emigrazione, soprattutto giovanile, che continua incessante e a senso unico da est verso ovest (rispetto al 1989 la ex DDR ha perso quasi il 14% della sua popolazione).
Disuguaglianza, impoverimento, disoccupazione, spopolamento, denatalità, tutti fattori che alimentano una spirale di depressione senza fine. Aziende private e servizi pubblici essenziali, come scuole e ospedali, costretti alla chiusura per mancanza di manodopera e aumento dei costi di gestione (oggi troppo elevati rispetto al numero di abitanti). Grandi aree industriali dismesse e centri abitatati letteralmente svuotati dove interi quartieri vengono rasi al suolo a causa dell'abbandono. E le stime indicano che questo trend si acuirà nei prossimi anni, aumentando ancor più gli effetti di questa crisi drammatica che sta facendo sprofondare nel baratro della depressione economica la ex Germania Est. E contestualmente sta facendo crescere malcontento, rabbia sociale e consenso verso i partiti di estrema destra.

Sembra un film già visto direte voi. E infatti lo è.

Perché presenta impressionati similitudini con il processo di integrazione comunitaria, la nascita dell'UE e i problemi legati al suo sviluppo.
Per dare una plastica rappresentazione di come la storia iniziata con il crollo del muro di Berlino ci appartenga molto più di quel che si crede, è sufficiente fare una semplice operazione. Sostituendo infatti i tedeschi orientali con i greci, i portoghesi, gli italiani.. è facile accorgersi che il meccanismo utilizzato per guidare la riunificazione delle due Germanie è il medesimo applicato al processo di integrazione europea, nella cui evoluzione si contrappongono gli interessi di Stati economicamente forti (o core) e Stati economicamente deboli (o periferici). E la cui dinamica rischia di ingenerare gli stessi effetti nefasti.

Unione monetaria, apprezzamento delle monete deboli, impossibilità di svalutazioni competitive, taglio dei salari, crollo della domanda interna, perdita di competitività, deficit della bilancia commerciale.
Crisi economica, mancanza di investimenti, aumento del debito.

Austerità, tagli, smantellamento del welfare state, privatizzazioni. Delocalizzazioni, fallimento delle piccole e medie imprese, deindustrializzazione, distruzione del tessuto produttivo. Disoccupazione, povertà, emigrazione verso i Paesi più ricchi, spopolamento dei centri abitati.

Una spirale senza fine che, seppur lentamente, porta alla morte per agonia.
Una storia drammatica quella della riunificazione tedesca, che è legata a doppio filo alla nascita e all'evoluzione dell' Ue. Non solo perché ne precorre le dinamiche. Non solo perché rappresenta il presupposto che ha consentito alla Germania di riacquistare quel peso egemonico continentale perso dopo la guerra, fondamentale per la nascita dell'Unione europea. Ma sopratutto perché dall'analisi di quei fatti storici è possibile comprendere meglio quanto sta accadendo oggi dentro l'Unione europea, traendone alcuni preziosi insegnamenti:
1 – che contrariamente alla retorica dei tecnici (e della teoria della supremazia dell'economia sulla politica), i processi di riforme e di adeguamento normativo orientati all'aderenza ai dettami dell'ordoliberismo sono principalmente basati su scelte di natura politica e non rispondono ai princìpi delle leggi economiche, con cui molto spesso sono in insanabile conflitto. E la gestione della crisi greca (con aiuti economici subordinati alla “ristrutturazione” del debito attraverso la riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, ai tagli, alle privatizzazioni, allo smantellamento del welfare state) sta lì a dimostrarlo.
2 – che l'eliminazione dello Stato come attore economico, in favore del privato, costituisce un vantaggio esclusivamente per le aziende del Paese economicamente più forte. Il quale, attraverso l'eliminazione della concorrenza con chiusure, delocalizzazioni o la trasformazione in imprese subordinate, finisce per assorbire integralmente la capacità produttiva del Paese debole, compresa la sua forza lavoro. Rafforzando unicamente la sua economia e il suo potere oligopolistico.
3 – che un processo di deindustrializzazione su vasta scala è in grado di distruggere completamente uno Stato (non solo sotto il profilo economico-produttivo) trasformandolo, di fatto, in una colonia scarsamente popolata, ed economicamente dipendente dal Paese forte cui fornisce forza lavoro a basso costo.
4 – che l'adozione di una moneta unica fra Paesi economicamente non omogenei è una misura economico-politica di per sé dotata di forza sufficiente a “innescare processi irreversibili” e inequivocabilmente orientati verso un'unione politica. E che quindi la sola cessione di sovranità monetaria è in grado di spalancare le porte ad una conquista territoriale senza che venga sparato un solo colpo di fucile.
Non a caso per riunificare la Germania, i tedeschi, come prima cosa si preoccuparono di creare l'unione monetaria. Ben sapendo che l'unità politica sarebbe stata solo una logica e naturale conseguenza.

Per questa ragione quindi, è fondamentale rileggere criticamente le vicende che portarono alla fine della DDR e alla nascita della Germania riunificata. Sopratutto alla vigilia del trentennale della caduta del Muro di Berlino quando l'anniversario di quello storico accadimento sarà festeggiato con toni trionfalistici, infarciti di retorica europeista.
Nella speranza che la comprensione dell'evoluzione di quegli eventi contribuisca al risveglio delle coscienze assopite dalla narcotizzante narrazione del pensiero dominante. Alla rinascita di un genuino sentimento patriottico. Nel convincimento che solo attraverso il recupero della sovranità, politica e monetaria, la difesa del lavoro, dell'industria, della capacità produttiva del nostro Paese, è possibile difendere la nostra indipendenza e quindi il futuro e la sopravvivenza della nostra democrazia.

P.S. Questo breve scritto non riveste alcun carattere di originalità ed esaustività. Molti degli argomenti qui trattati prendono liberamente spunto dal fondamentale lavoro di Vladimiro Giacché “Anschluss” - nuova edizione Diarkos - cui si rimanda per qualunque approfondimento puntuale e rigoroso sul tema.
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