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Caracas, intervista al ministro della cultura Ernesto Villegas - ôStiamo pi¨ vicini all'indipendenza di Portorico che alla ricolonizzazione del Venezuela".

 



di Geraldina Colotti

 

L'arte in tempi difficili. Apre domenica 19 maggio il padiglione venezuelano alla Biennale di Venezia. Il governo bolivariano risponde così alle polemiche e ai sabotaggi che, anche quest'anno, hanno animato otto giorni fa l'inaugurazione della mostra, utilizzata come tribuna da chi vorrebbe riportare il Venezuela allo stato di sudditanza coloniale: inventando – dice il ministro della Cultura Ernesto Villegas in questa intervista - una sorta di “stato libero associato sul modello portoricano”.

Nel pieno di un attacco brutale e concentrico che pone il Venezuela nel mirino di una invasione armata da parte degli Stati Uniti, il proceso bolivariano reagisce con la cultura e la creatività. Lo abbiamo constatato una volta di più partecipando alle assemblee di strada che si sono tenute recentemente in ogni parte del paese: con l'obiettivo di raccogliere nuove proposte da presentare al presidente Nicolas Maduro, che le ha sollecitate durante la gigantesca marcia del Primo Maggio a tutti i settori.

 

Ministro Villegas, un'esplosione artistica contro i droni esplosivi?

 

L'imperialismo statunitense e le sue filiali europee applicano le formule più vili contro il Venezuela, però la volontà, la dignità e l'impegno storico del popolo venezuelano sono più forti di tutte le formule, per quanto dure e crudeli siano. Di certo ci hanno causato molti danni, anche alla cultura e alle arti. Ma questo moltiplica le ragioni di afferrarci alla nostra ricca e diversificata identità culturale. La Fiera internazionale del libro del Venezuela, realizzata nel 2018, ha mobilitato oltre 600.000 persone in soli 10 giorni. Recentemente si è anche svolto il Festival di Teatro di Caracas con una nutrito afflusso popolare e ammirevoli proposte teatrali. Partecipare a manifestazioni culturali è un diritto tanto degli artisti come del popolo, e per noi aumenta di importanza quando la realtà materiale ci sfida. La forza del nostro popolo viene da lontano, e per questo ci ha permesso di resistere e vincere. Abbiamo nelle nostre vene il sangue dei libertadores, in particolare quello di Bolivar, definito l'uomo delle difficoltà. Siamo un popolo che condensa tutte le gesta indipendentiste del Sudamerica, ci sentiamo eredi di questa resistenza e di questo impegno. Il comandante Chavez quando ha concepito la rivoluzione bolivariana si è incontrato con queste radici, le radici di Ezequiel Zamora, di Simon Rodriguez, di Manuelita Saenz, e questo ci dà una forza speciale per affrontare le difficoltà. Da dove ci viene questa forza? Da Simon Bolivar. Da dove continua a fluire? Da Chavez. E voglio mettere un particolare accento sulla forza e la resistenza delle donne. Nel proceso bolivariano, la maggioranza delle organizzazioni è diretta da donne, che sono delle colonne nella battaglia per la vita e per la dignità.

 

Che cosa porta il Venezuela alla Biennale?
 

A Venezia portiamo la metafora delle tre finestre, l'identità nel tempo e nello spazio. I temi della mostra sono: petrolio, ancestralità, migrazioni, ribellione e antimperialismo. Espongono le loro opere quattro artisti venezuelani - Gabriel Lopez, Ricardo Garcia, Nelson Rangel - e di una venezuelana che vive in Spagna, Natalie Rocha. Una piccola porzione della nostra intensa produzione artistica, attraversata dal tema della rivolta e dell'antimperialismo, declinate anche nell'aspetto della migrazione che avviene dai tempi ancestrali. Un'arte viva e presente nonostante il blocco economico e la persecuzione finanziaria che stiamo subendo, ma che non hanno impedito al padiglione venezuelano di aprire i battenti il 19 e di rispondere alle aspettative e alla solidarietà dei tanti e tante che, ne siamo convinti, quel giorno verranno a visitarci.

 

Uno degli artisti presenti, Nelson Rangel, che non ha potuto viaggiare per motivi di salute, ha dichiarato di voler destinare il denaro previsto per il supporto al suo viaggio ai bambini e alle bambine che stanno aspettando il trapianto di midollo osseo in Italia, e che rischiano la vita per via del blocco economico-finanziario imposto dall'imperialismo USA e da quello europeo. L'opposizione venezuelana in Italia, intanto, vi accusa di aver trascurato la Biennale. Perché avete potuto aprire solo ora, quali difficoltà avete incontrato?
 

I fondi del Venezuela, depositati nelle banche internazionali, non hanno potuto essere trasferiti. Il Venezuela ha il denaro, ma non gli permettono di usarlo.

Le banche eseguono gli ordini del governo statunitense. Com'è successo per la Biennale di architettura, anche quest'anno abbiamo subito gli effetti di un blocco economico-finanziario che impedisce persino le transazioni per l'acquisto di alimenti, di medicine salvavita, figuriamoci quelle per la realizzazione di eventi culturali. L'anno scorso, per la Biennale di architettura, ci vennero congelati i fondi inviati attraverso Banca Intesa San Paolo. Oggi ci vengono imposte restrizioni bancarie anche per trasferire risorse sul conto della nostra ambasciata, e quelle che abbiamo inviato attraverso una banca internazionale non sono arrivate a destinazione. Siamo obbligati a fare giri tortuosi, ovviamente sempre all'interno della legalità e della trasparenza, però questo rallenta moltissimo le transazioni. E' davvero triste e deplorevole che una mostra artistica venga trattata come un atto criminale, come se gli artisti fossero delinquenti. Dovrebbe essere pacifico per una nazione disporre delle proprie risorse per installare una mostra d'arte in qualunque paese del mondo, invece siamo stati obbligati a fare acrobazie per essere presenti a Venezia.

 

In questi giorni, si riunisce a Caracas il Gruppo di contatto in cui è presente anche l'Europa. Quali sono le aspettative?

Per noi il dialogo come alternativa alla guerra, è sempre benvenuto. Il presidente Nicolas Maduro Moros, in quanto conduttore della politica venezuelana, indipendente e sovrana, ha dato il benvenuto a questo meccanismo. Persistiamo nella nostra disponibilità a dialogare, a incontrarci, anche con i settori più recalcitranti dell'opposizione venezuelana, sperando che accettino di porsi sul terreno della costituzione e abbandonino questa avventura, questa follia, questa deplorevole decisione di chiedere a una potenza straniera l'imposizione violenta del proprio volere nel nostro paese. E' un fatto davvero singolare quello avvenuto nella politica venezuelana: componenti dell'opposizione hanno chiesto un intervento armato per installare un governo fantoccio che non è il risultato della volontà sovrana del popolo, che non è frutto di elezioni, ma del capriccio di una potenza come quella statunitense che pretende di far tornare il Venezuela a uno stadio coloniale. Dietro questa politica “guaidonista” c'è un progetto “annessionista”. Lo scontro è tra uno stato sovrano e legittimo presieduto da Nicolas Maduro e una sorta di stato libero associato sul modello di Porto Rico che vogliono imporci, ai margini della costituzione. Un progetto che non permetteremo, ma questo non ci impedisce di percorrere la via politica per risolvere i problemi del Venezuela.

 

L'”autoproclamato” Juan Guaidó ha chiesto esplicitamente al Pentagono di invadere il Venezuela. Cosa può succedere?

Il progetto di invadere il Venezuela è condannato alla sconfitta, la nostra aspettativa è che questo avvenga nel più breve tempo possibile, ovvero che non si concretizzi. Di fatto la maggioranza del popolo venezuelano non è d'accordo con una formula di questo tipo, come testimonia la scarsa partecipazione agli ultimi raduni dell'opposizione, pur realizzati nei suoi bastioni storici dell'est di Caracas, com'è avvenuto a La Mercedes, dove ha sventolato una gigantesca bandiera USA a fianco di una piccola venezuelana. Questa triste e preoccupante immagine non rappresenta il sentimento della maggioranza delle e dei venezuelani. Evidentemente i compatrioti dell'opposizione non appoggiano la soluzione militare per le conseguenze che avrebbe in termini di morte e distruzione e per le conseguenze che avrebbe sulla nazione venezuelana. Noi, in essenza, siamo bolivariani, siamo stati forgiati negli ideali di indipendenza del libertador e nei principi che ci ha lasciato scritti. Ci irrita profondamente che una nazione, per poderosa che sia e per quante bombe atomiche possegga, venga a ridurci nuovamente al rango di colonia, alla condizione di azienda di sua proprietà. E' un progetto che cozza con la natura delle venezuelane e dei venezuelani. Inoltre, se questa ipotesi dovesse concretizzarsi, fallirebbe comunque perché il popolo venezuelano non se ne starebbe a braccia conserte. Ci sono oltre due milioni di miliziane e miliziani che si sono iscritti per difendere la patria in qualunque campo. In Venezuela l'imperialismo nordamericano si incontrerebbe con un Vietnam molto più vicino alle sue frontiere di quello precedente. Allora Che Guevara diceva: costruire uno, due, cento Vietnam. Oggi, l'invasione del Venezuela provocherebbe un conflitto che si espanderebbe certamente a tutto il continente. E per questo, anche nei governi vassalli degli Stati uniti come quello di Colombia, vi sono componenti che non appoggiano la via dell'intervento imperialista. Ragion per cui, questo progetto che io definisco quello dello “stato libero associato”, la formula portoricana per il Venezuela, è condannato alla sconfitta, sia che si verifichi o meno l'aggressione armata. Stiamo più vicini all'indipendenza di Portorico che alla ricolonizzazione del Venezuela.

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