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Caserma dei carabinieri “Levante”: orrore tra gli altri orrori. Intervista ad Haidi Gaggio Giuliani

 

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Caro direttore de " L'AntiDiplomatico", ti invio in anteprima, a conferma del nostro rapporto di collaborazione,  questa intervista che Liliana Calabrese, della redazione di "Cumpanis", ha fatto ad Haidi Gaggio Giuliani in relazione ai fatti della caserma dei carabinieri " Levante" di Piacenza.


Cari saluti,
Fosco Giannini, direttore di "Cumpanis".


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a cura di Liliana Calabrese, 
redazione di “Cumpanis”
 

D. Carissima Haidi, innanzitutto la redazione di “Cumpanis” vuole ringraziarti per quest’intervista che le concedi. Sappiamo che “non ne vuoi sentire tante”, ma lasciaci la libertà di dirti che, per la stima che abbiamo nei tuoi confronti, averti sulle nostre pagine ci onora. Sarai sicuramente al corrente delle terribili notizie che vanno emergendo dal caso della caserma dei carabinieri “Levante”, di Piacenza: torture e violenza da parte dei carabinieri contro gli immigrati e i poveri cristi sottoproletari, spaccio di droga e arricchimento delinquenziale degli agenti, festini a luci rosse all’interno della stessa caserma, senso di onnipotenza e impunità da parte di questi violentatori seriali, sicure “connivenze” e protezioni dall’alto che hanno permesso ai carabinieri, ora arrestati, di proseguire a lungo nel perpetrare il loro orrore. Mentre di nuovo scatta il “mantra” generale e nazionale secondo il quale questo (ennesimo) caso di violenza da parte dei carabinieri sarebbe un “caso isolato”, che nulla avrebbe a che vedere con il giusto “e umano” modo di operare dell’Arma, a noi non può non tornarci in mente il corpo di tuo figlio Carlo, in Piazza Alimonda, nell’inferno fascista di Genova guidato da Gianfranco Fini del 20 luglio del 2001; tuo figlio Carlo ucciso da un colpo di pistola alla testa sparato dal carabiniere ausiliario Mario Placanica (condannato in prima istanza per omicidio e poi assurdamente prosciolto per “legittima difesa”) e poi per due volte schiacciato dalla camionetta dei carabinieri con a bordo lo stesso assassino, Placanica. Non può non tornarci in mente la notte del 25 settembre 2005, quando, a Bologna,  le pattuglie “Alfa 3” e “Alfa 2” della polizia, formate da quattro agenti, massacrano con i manganelli (due si spezzano per la violenza con la quale sono usati) Federico Aldrovandi, che muore poi per “asfissia da posizione” e cioè perché il  ginocchio del poliziotto sul collo gli impedisce di respirare (la stessa morte di George Floyd, ucciso lo scorso 25 maggio a Minneapolis dall’agente nordamericano Derek Chauvin). E non possiamo non pensare a Stefano Cucchi, picchiato e torturato dagli agenti violentatori il 22 ottobre del 2009, sino a morire, poi, nella cella dove era rinchiuso. Cara Haidi, a partire dalla tua stessa storia, dalla storia di Carlo, che va continuamente ricordata per evitare la rimozione necessaria al potere, è proprio vero che tutti questi fatti di violenza, da Piazza Alimonda sino all’attuale caserma di Piacenza, sono “fatti isolati”? O c’è un mondo militare repressivo che si tenta di nascondere?

R. Studiavo all’ Università. Il direttore di un reparto del Brefotrofio milanese cercava giovani volontarie per accompagnare il lavoro di suore e assistenti con bambini dai sei mesi all’anno di vita. È stata la mia prima esperienza di attività in una istituzione chiusa, dove non potevano entrare occhi estranei. Chiusa. Come un ospedale psichiatrico prima di Basaglia. Come un carcere. Come una caserma. Dove non possono entrare occhi estranei si instaurano facilmente meccanismi perversi: si comincia a giustificare qualche mancanza, si tace di fronte a una prepotenza, ci si abitua alle sopraffazioni e ai maltrattamenti. L’esperimento con le studentesse, in quei lontani primi anni ‘60, è durato poco ma mi ha insegnato molto. Notizie di botte e violenze escono raramente dalle mura di un istituto di reclusione e ancora più raramente trovano spazio nei grandi mezzi di informazione. Tu parli di Federico e di Stefano ma potrei farti un lungo elenco di vittime di Stato in anni recenti: Bianzino, Rumesh, Casu, Mastrogiovanni, Sandri, Uva, Rasman, Mogherini… (cito a memoria) sono nomi che probabilmente non dicono nulla perché, per motivi diversi, non hanno beneficiato dei riflettori della tv. Anche Rasman e Mogherini sono morti come Floyd, ma qui nessuno si è indignato… D’altra parte siamo un Paese dalla memoria corta, lo sappiamo. Un esempio? Nel 2010 il Generale Giampaolo Ganzer del Reparto Operativo Speciale, fiore all’occhiello dell’Arma dei Carabinieri, è stato condannato per spaccio e per aver “tradito lo Stato per interesse” insieme a un gruppo di ufficiali e sottufficiali. Non ha mai scontato la condanna, la sua vicenda è emblematica. Per rispondere alla tua domanda, penso che il mondo militare sia repressivo per sua natura. Forse i genitori di Emanuele Scieri mi darebbero ragione…


D. Dicevamo dell’esigenza, per noi tutti, per la stessa memoria democratica di questo Paese, che la vicenda Carlo Giuliani non deve essere rimossa. Ricordaci quella vicenda, raccontaci quali sono stati, sino ad oggi, gli sviluppi.

L’archiviazione dell’assassinio di Carlo rappresenta un insulto alla concezione democratica del Paese. Io non sono convinta che mio figlio sia stato ucciso da Placanica (come non sono convinta che il regista fosse Fini). Aspetto sempre un processo penale che me lo dimostri. Per molti anni, finché mi è stato possibile, ne ho parlato dove ho potuto. Non ho mai accettato compromessi ma ne ho parlato proprio perché, come dice Licia Pinelli, “Giustizia è che la gente sappia”. Carlo me lo ricordo e me lo piango benissimo da sola ma è importante che la gente sappia che cosa è stato fatto qui a Genova nel 2001. Della scuola Diaz e della Caserma di Bolzaneto, dopo molta fatica, anni e difficoltà, si è saputo, grazie al lavoro di magistrati onesti. Di piazza Alimonda non si deve sapere. Perché? La vicenda di Carlo è piuttosto complicata e non si può raccontare in poche righe.  Dovrei cominciare dal 1994, quando è stata assassinata Ilaria Alpi: a Mogadiscio sono presenti alcuni personaggi, gli stessi che ritroviamo – aumentati di grado – nel 2001 in piazza Alimonda. Lo scrive Giulio Laurenti nel libro La madre dell’uovo. Comunque ti invito a visitare il nostro sito www.piazzacarlogiuliani.it


D. Abbiamo già notato come tra la morte di Federico Aldrovandi e quella di George Floyd vi siano delle profonde e inquietanti similitudini: sia Federico che George sono morti per “asfissia da posizione”. Negli USA la violenza degli apparati repressivi sembra si stia ancor più acutizzando, come in Italia e in altri Paesi dell’Unione europea. Vedi un legame tra questi fenomeni repressivi in questi Paesi ad alto sviluppo capitalistico? La violenza, e la corruzione   come nell’attuale caso della caserma di Piacenza delle forze dell’ordine ha qualcosa a che vedere con l’attuale fase capitalistica?

Penso che abbia sicuramente a che vedere con la volontà di sfruttamento, controllo e repressione di individui e di popoli. Come abbiamo sempre visto, violenza e corruzione prosperano quando e dove non c’è controllo sociale.


D. È di questi giorni la notizia secondo la quale Licio Gelli avrebbe consegnato un milione di dollari ad un esponente fascista dei NAR prima dell’attentato e della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. E assieme a ciò occorre ricordare come la legge sul reato di tortura sia stata, tra mille difficoltà e mille opposizioni (da destra FI di Berlusconi, Lega Nord e Fratelli d’Italia) approvata alla Camera solo nel luglio 2017, mentre per l’ONU era già legge dal 1984. Una legge sul reato di tortura, peraltro, questa italiana, così blanda che spinse le forze della sinistra ad astenersi. Cara Haidi, ma che Paese è questo? È davvero finito il fascismo italiano?

Per questo mi sento colpevole. Penso che la mia generazione si sia “distratta” e non abbia saputo difendere le conquiste della Resistenza e di tante lotte operaie e contadine. Soprattutto non abbiamo difeso la cultura di quelle lotte. La cultura è il principale argine al fascismo, penso.


D. E ancora: c’è un rapporto, secondo te, tra il crescere della repressione (e dunque il crescere del pericolo antidemocratico generale) e l’estrema debolezza e divisione, specie in Italia, delle forze comuniste e della sinistra?

L’hai detto tu. È sempre stato il mio tormento: diversi finché volete ma uniti, tiriamo una riga e dall’altra parte lasciamo sfruttatori, razzisti, omofobi, fascisti…
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