Centenario. Lezioni dal passato per il partito comunista del presente e del futuro

Centenario. Lezioni dal passato per il partito comunista del presente e del futuro

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Cumpanis”, per il 100esimo anniversario della nascita del PCd’I ha lavorato ad uno Speciale che uscirà a breve e di cui pubblichiamo anticipatamente l’introduzione

 

di seguito il link di "Cumpanis":  https://www.cumpanis.net 

 

la redazione di “Cumpanis”

Per il 100esimo anniversario della nascita del PCd’I (1921-2021) “Cumpanis” ha creduto opportuno – data l’importanza dell’evento – lavorare per uno “Speciale” dedicato.

Per la verità non avremmo voluto lavorare da soli, tant’è che avevamo, sul numero scorso della rivista, lanciato la proposta – ai partiti comunisti presenti in Italia, alle “soggettività” comuniste, ai giornali on-line d’ispirazione comunista – di relazionarsi tra loro (tra noi) nell’intento di costituire un comitato nazionale unico, formato da dirigenti politici e intellettuali dei vari soggetti comunisti, avente l’obiettivo di istruire, a partire dal 100esimo del PCI, una pubblica discussione politico-teorica  di natura non meramente commemorativa ma volta alla messa a fuoco delle “lezioni” (nel bene e nel male) che l’intera storia del PCI, dai grandi successi all’auto dissolvimento, è in grado di darci, e non tanto per questioni “accademiche” ma per rifornire una cassetta degli attrezzi  da utilizzare per la ricostruzione, in Italia, di un partito comunista che sia, oggi, all’altezza dei tempi e dello scontro di classe.

Nessuna risposta vi è stata, da parte dei partiti e dei “soggetti” comunisti, alla nostra proposta (e nessuna relazione, peraltro, tra loro) mentre invece abbiamo registrato con piacere centinaia di risposte affermative provenienti da comuniste e comunisti di base, da militanti dei diversi partiti e da compagne e compagni della diaspora comunista, quella senza partito e senza organizzazione. Fenomeno che probabilmente conferma ciò che da tempo andiamo dicendo: un’eventuale, auspicabile, razionale processo unitario delle forze comuniste sulla base dell’affinità ideologica (che non parta solo dall’alto, dai gruppi dirigenti, ma che dialettizzi il rapporto di spinta alto-basso, dirigenti- militanti) non sarebbe solo una cosa buona in sé, per la messa in campo di una maggiore massa critica, ma avrebbe una grande forza d’attrazione per la diaspora comunista, per i quadri operai, per i giovani, per gli intellettuali marxisti oggi isolati ed esposti al rischio del disorientamento politico e teorico perché privi di intellettuale collettivo.

Abbiamo lavorato, dunque, da soli, per questo “Speciale”. Da soli, ma coinvolgendo nella discussione sulla storia del PCI un vasto numero di intellettuali comunisti, marxisti, non necessariamente “militanti” nell’area “Cumpanis”.

Vogliamo subito affermare, prendendo le distanze da tutte quelle aree massimaliste, settarie, trozkiste, tardo-bordighiste che hanno “liquidato” il PCI sin dalla sua “ricomparsa” – nel secondo dopoguerra – come forza “già” interna al sistema, che il PCI ha sicuramente rappresentato il più grande e importante fenomeno politico, culturale, morale della storia italiana successiva alla seconda guerra mondiale. Nessun’altra forza politica organizzata e di massa ha tanto contribuito, come il PCI, a costruire democrazia, etica, controcultura; nessun’altra forza ha tanto lavorato per dare forza e dignità alla classe operaia, ai contadini, al movimento operaio complessivo, al movimento per la pace, al movimento di liberazione femminile. A partire da ciò sentiamo nostra la definizione che Pier Paolo Pasolini dava del PCI: “Un Paese nel Paese”, un Partito-Paese, un Partito-Popolo, cioè, che a partire dalla propria natura in essere anticipava il socialismo che progettava. Ed è a partire da questa prima riflessione che siamo chiamati, per l’oggi e per il domani, nelle nuove forme che i tempi ci impongono e ci imporranno, ad assumere la prima, grande e positiva lezione che proviene da una parte della storia del PCI: come un partito comunista può divenire di massa, può legarsi alla “classe” e al popolo, come può farsi popolo. Senza, tuttavia, come è accaduto, perdere il proprio ruolo d’avanguardia, ed è questo uno dei terreni di prassi e teoria che occorre esplorare, partendo dalle involuzioni del PCI per giungere alle esigenze del presente.

Vogliamo tuttavia affermare, con grande nettezza, anche il nostro totale disaccordo con tutti coloro – compresi alcuni attuali gruppi dirigenti comunisti italiani – che attribuendo, surrealisticamente, ad Achille Occhetto e solo a lui e al suo gruppo la colpa dello scioglimento del PCI, non vedono o fingono di non vedere i lunghi processi di involuzione e “mutazione genetica” interni alla storia del PCI che hanno condotto ad Occhetto e che gli hanno fornito la possibilità di ratificare, non solo politicamente ma anche simbolicamente, la fine del più grande partito comunista dell’occidente.

Nascondere la polvere sotto il tappeto: così si diceva una volta, riferendosi alle rimozioni storiche portate avanti per opportunismo. E opportunismo vi è stato e rimane: quello di non mettere a fuoco le cause profonde della resa storica del PCI al fine di non perdere i voti, il consenso, la simpatia della residuale sacca elettorale e militante del PCI. Una scelta perniciosa, una “febbre” tatticistica, elettoralistica e istituzionalista di bassissima lega che tanto male ha già fatto, per la sua natura antipedagogica, al progetto di ricostruzione, nel nostro Paese, di un partito comunista dal carattere conseguentemente antimperialista, internazionalista, anticapitalista, rivoluzionario.

Ciò che, infine, si è scelto, non è stato il necessario coinvolgimento anche della militanza e della dirigenza dell’ex PCI nella discussione e nella ricerca politico-teorica relativa al processo di snaturamento sfociato prima nella “Bolognina” e poi nel XX Congresso di scioglimento tenutosi a Rimini dal 31 gennaio al 3 febbraio 1991 (ove il “SI” allo scioglimento del Partito fu circa dell’80% e non lasciò ombra di dubbi su come era orientato il suo corpo dirigente e militante e dove lo stesso Occhetto fu eletto segretario del nuovo PDS con il 72% dei voti!), ma si imboccò quella strada insidiosa del “volemose bene” o del “scurdammoce ‘o passato” che escludeva ogni riflessione seria sugli eventi trascorsi e soprattutto sul futuro.

È forse accademia cercare le basi, i crocevia ideologici e politici dello snaturamento storico del PCI? Chi vuol cercare i motivi di quello straordinario snaturamento deve prepararsi all’accusa di scivolare nell’accademia e deve prepararsi alla durezza di tale accusa, poiché essa è l’altra faccia dell’opportunismo e dell’aridità culturale e politica, che prosciugando le coscienze giunge ad inferocirle.

No, è invece necessario cercare, studiare, tentare di trovare il legame oggettivo tra quei passaggi che portano all’ultimo stadio di un fenomeno (sia esso storico che scientifico), poiché questo è l’abc della dialettica, del pensiero materialista. La sua negazione è invece puro idealismo, puro nichilismo.

Attraverso l’ossessione alla rimozione è stata custodita e rilanciata la mitologia acritica di Enrico Berlinguer e della lunga e densa (densa anche sul piano della mutazione ideologica del partito) fase “berlingueriana”, che con ben altri strumenti critici, e non quelli dell’opportunismo tatticista, andava e va, invece, affrontata e analizzata.

In questo “Speciale”, pertanto, abbiamo tentato di non cercare di svelare il “mistero” della fine del PCI solo attraverso la facile quanto untuosa demonizzazione di Occhetto e “dell’ultima ora” del partito. Abbiamo “fotografato” Occhetto con il coltello in mano, e dunque sappiamo quanto grandi siano state le sue colpe. Ma chi ha armato, negli anni, nei decenni, quella mano? In troppi hanno eluso e vogliono eludere, sia la domanda che la risposta. Trovare sbrigativamente e definitivamente “il grande colpevole” è l’atteggiamento tipico di ogni processo subordinato a un potere oscuro: già Togliatti, quando Krusciov e i “kruscioviani” incolpavano Stalin di tutto il male, consigliava di sfuggire a tale assurda e opportunistica requisitoria che, trovando in Stalin il demone assoluto, salvava bellamente tutto il resto della struttura e della gerarchia.

Non abbiamo battuto, dunque, la strada dell’elusione, per il nostro “Speciale”. Ma abbiamo cercato di mettere a fuoco i passaggi nevralgici dell’intera storia del PCI per provare a capire quali flussi siano andati ad ingrossare quell’intero fiume involutivo che sarebbe poi sfociato nella “Bolognina”.

E abbiamo scelto due modalità di intervento, per questo lavoro: da una parte chiamando ad esprimersi sui “grandi passaggi” della storia del PCI diversi intellettuali, storici, economisti e dirigenti politici comunisti italiani di ora; dall’altra – rifiutando la “prigionia” dell’originalità che, com’è noto, Balzac definiva “un mito della piccola borghesia” – divulgando, riportando alla luce, spesso dall’oscurità e dall’oblio in cui erano caduti, articoli e saggi scritti e pubblicati dentro le battaglie politiche (interne ed esterne al partito), nelle fasi e per le fasi più controverse e difficili della storia del PCI: dalla “Svolta di Salerno” al caso Pietro Secchia; dal ’56 ungherese ai fatti della Primavera di Praga; dall’intervento sovietico in Afghanistan a Solidarno?? e alla “questione polacca”; dal “compromesso storico” all’eurocomunismo”, passando, naturalmente, dalla “maieutica” affermazione di Berlinguer sull’“esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”; dalla scelta dello stesso segretario “sull’ombrello della NATO” ai Congressi del PCI in cui si accelerano i processi di mutazione della natura del partito e in cui si organizza la battaglia interna volta a respingere tali processi.

In tale maniera abbiamo concepito questo “Speciale”, che non è e non poteva essere, per ragioni oggettive, una storia del PCI. Ma è un percorso analitico all’interno di alcune sue rilevanti contraddizioni.

Altra questione: “Cumpanis” lavora per costruire un partito comunista, ma non è un partito e questo “Speciale” non è quello, ipoteticamente compatto e ideologicamente omogeneo, di un partito. Lo “Speciale”, su alcuni punti nevralgici, offre punti di vista diversi, il che non fa di esso un dibattito a più voci, uno stravagante e multiforme ordito, poiché, al contrario, il filo rosso della ricerca dell’involuzione ideologica del PCI lo attraversa interamente e lo tiene assieme. Lo “Speciale” evoca, piuttosto, pur nella sua incompiutezza, l’esigenza di quella ricerca antidogmatica che, a nostro avviso, dovrebbe segnare un partito comunista all’altezza del presente e del futuro.

I passaggi più controversi della storia del PCI vengono, dai vari Autori, analizzati. Ma tali passaggi richiamano a loro volta questioni politiche, ma soprattutto teoriche, che andranno ancor più in profondità sviscerate nel lavoro collettivo dei comunisti, specie di quei comunisti che vorranno portare avanti il progetto della loro unità politica e organizzativa sulla base di una ricerca seria e aperta sulla storia del movimento comunista in Italia, sulla questione ancora misconosciuta della crisi e della dissoluzione dell’URSS, sulla natura dello sviluppo economico e politico della Repubblica Popolare Cinese (che ancora in troppi, non solo nelle aree trozkiste, e ciò era banalmente prevedibile, ma persino in alcune aree comuniste liquidano come deriva capitalista) e sulla nuova fase capitalistica italiana nella quale i comunisti si muovono e sono costretti a muoversi.

Quali sono questi “nodi” politici e teorici che attraverso l’analisi dei passaggi più controversi della storia del PCI vengono, nel nostro “Speciale”, già fortemente evocati e che avranno bisogno di profondi “supplementi di indagine”? Proviamo ad elencarne alcuni:

- nella “Svolta di Salerno”, nella proposta e nella concezione del Partito Nuovo vi erano già elementi di opacizzazione della strategia rivoluzionaria e della concezione leninista e gramsciana del partito? Vi erano in queste proposte elementi intrinseci di iniziale “mutazione” politica e teorica, oppure è stata la gestione politica – la dura concretezza dei fatti e della realtà – eventualmente ad introdurli?

- quale fu l’essenza politica e ideologica del “caso Pietro Secchia”? Perché la sua emarginazione? Quanto pesò, alla lunga, nella storia futura del PCI, il venir meno del contributo “secchiano” (leninista) al Partito?

- Perché Amendola al posto di Secchia all’Organizzazione del Partito? Vi era in Togliatti la consapevolezza piena che il ritorno, seppur graduale, ancora solamente in fieri, forse nemmeno supposto, del PCI ad una forma-partito “secondointernazionalista” avrebbe fatto correre il rischio di un’involuzione anche politico-teorica del partito? Il graduale ma inarrestabile superamento dell’organizzazione in cellule di produzione e il ritorno alla sezione territoriale come unica opzione organizzativa; il superamento dell’organizzazione leninista-gramsciana (che parte, come processo, dopo Secchia e prende forma lungo l’asse Amendola-Berlinguer, i due responsabili dell’Organizzazione dopo Secchia) è parte integrante, consapevole della concezione e della pratica del Partito Nuovo, oppure i processi sfuggono di mano, le spinte soggettive (Amendola-Berlinguer, tenuto conto che Togliatti non è mai sembrato voler rescindere il rapporto positivo cellule-sezioni territoriali) prendono il sopravvento?

- È possibile che si sia pian piano costituita, nella lunga prassi di adeguamento al sistema del PCI, una degenerazione della categoria gramsciana della “guerra di posizione”, sino al punto di perdere di vista la concezione della necessità storica della presa del potere e della rottura rivoluzionaria? Vogliamo avanzare un’ipotesi, ribadendo la grandezza della categoria gramsciana ma anche con la consapevolezza della necessità di indagare persino i totem e di doverlo fare con la volontà e l’indispensabile libertà intellettuale volta alla difficile ricerca della verità.

Questa è l’ipotesi: già la concezione gramsciana della costruzione in forma stabile dell’egemonia culturale del proletariato prima della rivoluzione soffriva, probabilmente, di un certo idealismo. Peraltro, non isolato nella storia rivoluzionaria: non sarebbe stato idealistico protrarre nel tempo – poiché la tentazione, inevitabilmente, vi fu – lo stakanovismo, l’emulazione, quelle forme di super lavoro individuale giustamente volte, nella fase successiva all’Ottobre, a sopperire alla mancanza dell’accumulazione capitalistica originaria e al decisivo sviluppo industriale, per il socialismo?

Non togliamo nulla al valore della costruzione di una coscienza di massa anticapitalistica quale base materiale della rottura rivoluzionaria.

Possiamo tuttavia sospettare che la parte idealistica contenuta nel progetto gramsciano di costruzione dell’egemonia culturale proletaria all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, poteva correva il rischio di sottovalutare quell’assunto – filosoficamente, antropologicamente e politicamente centrale – secondo il quale “è la legge che crea la morale” (la legge: cioè il potere, la cultura dominante)? Come regolarmente si determina nelle società borghesi, dove la legge capitalistica crea, proprio come teorizza Gramsci, un senso comune di massa filocapitalista. E, dunque, come sia soprattutto il potere rivoluzionario a creare la coscienza e l’egemonia. Assieme all’ “uomo nuovo”, alla “donna nuova” e cioè quella nuova umanità prodotta dai valori ideali e dalle conquiste materiali del potere rivoluzionario. Attivo, come potere, nella costruzione di una nuova cultura di massa.

Può essere accaduto, a partire da tutto ciò, che la prassi storicamente sempre più compenetrata nel sistema liberal-borghese del PCI abbia portato la concezione gramsciana della “guerra di posizione” a degenerarsi, nel lavoro politico concreto dei gruppi dirigenti, in un lungo “adattamento” senza più rivoluzione, sino alla rinuncia anche teorica del potere e della necessità storica della rottura rivoluzionaria? Che abbia reso funzionale, trasformandola e nei fatti negandola, la categoria gramsciana alla nuova via del PCI?

Sappiamo bene che mai, in Gramsci, vi è stata la rimozione della necessità della rottura rivoluzionaria: anche prima della morte, il grande rivoluzionario sardo, pur indicando al Partito, dal carcere, la via dell’“Assemblea Costituente” come passaggio successivo al fascismo, indicava tale via come fase preliminare alla rivoluzione proletaria. Non come “assestamento” liberal-borghese di lunga lena.

La questione che poniamo, che da sola s’impone sulla base delle scelte storiche del PCI che questo “Speciale” rievoca, è la seguente: è possibile che su alcuni elementi di tipo idealistico consustanziali alla concezione della “guerra di posizione” si sia abbarbicata la nefasta concezione dell’abbandono della lotta strategica per il potere, concezione che non ha avuto bisogno di rivelarsi in un momento “X” della storia, ma ha segnato di sé una parte significativa della storia del PCI?

- È possibile che anche (certo, dunque, non solo) a partire da ciò, da questa trasfigurazione del pensiero di Gramsci, le “categorie” del potere rivoluzionario e della liceità della difesa del potere rivoluzionario siano state così sminuite nel pensiero politico profondo del PCI sino a portare i gruppi dirigenti del Partito a non comprendere più le questioni poste dalle controrivoluzioni in Ungheria (questa sì, compresa, nel ’56, ma attraverso un’analisi poi ripudiata dal futuro PCI), in Cecoslovacchia, in Polonia, a non capire il senso rivoluzionario dell’intervento sovietico in Afghanistan, a difesa della rivoluzione socialista in atto, duramente osteggiata dagli USA e dall’intero fronte imperialista mondiale?

Capire la natura delle controrivoluzioni (ben compresa, peraltro, dalla grandissima parte del movimento comunista mondiale che, infatti, si differenziava notevolmente dalle posizioni che su di esse andava assumendo il PCI, dalla Primavera di Praga in poi) non voleva certo dire, oltretutto, minimizzare le difficili, controverse problematiche interne sia al “campo socialista” che agli interventi sovietici, alla politica sovietica e ai problemi dello sviluppo sovietico: voleva solo dire porsi, alla fine, “da una parte della barricata”, quella antimperialista, come scriveva lo stesso Ingrao nel 1956 su “l’Unità”, sui fatti di Ungheria, che questo “Speciale” riporta.

Come capire la natura dell’intervento sovietico in Afghanistan non voleva certo dire riassumere lo spirito trozkista dell’esportazione della rivoluzione e della rivoluzione permanente, ma ribadire la liceità storica, teorica, politica della difesa della rivoluzione.

- Gli stessi “strappi” di Berlinguer: il suo discorso a Mosca, che tanto positivamente colpì Gorbaciov, pronunciato nel 1977 per il 60esimo della Rivoluzione d’Ottobre nel quale l’allora segretario del PCI elesse il parlamentarismo liberal-borghese a forma suprema della democrazia, rompendo così con tutta la formulazione marxista, engelsiana, leninista, volta alla definizione di un nuovo potere storico in antitesi col parlamentarismo borghese e volto alla centralità degli interessi della “classe” e del popolo; e la conferenza stampa che lo stesso segretario del PCI tenne il 15 dicembre 1981, dopo la riconferma del potere socialista con Jaruzelski in Polonia, durante la quale Berlinguer “ratificò” l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”.

Tali strappi berlingueriani, osteggiati solo da una piccola minoranza all’interno del PCI, avevano la natura di tentativi di cambiamenti teorici all’interno di un pensiero socialista e ancora rivoluzionario, (come la maggioranza berlingueriana asseriva)  o  si presentavano già – al di là delle infinte querelle teleologiche e semantiche sia sul discorso di Mosca che sull’affermazione relativa all’esaurimento della forza propulsiva dell’Ottobre (sì, però voleva dire...) – come funzioni politiche, cavalli di Troia per far passare definitivamente il PCI dal campo comunista a quello socialdemocratico?

Crediamo non vi siano dubbi, a proposito: l’affermazione di Berlinguer sull’“esaurimento della forza propulsiva...” ha avuto la stessa funzione storica dell’affermazione sulla “fine della forza propulsiva della Comune di Parigi” che aveva utilizzato la Socialdemocrazia Tedesca nell’ultimissima fase dell’'800, quando ancora era su posizioni di classe, per trasformarsi nella socialdemocrazia interna al sistema borghese che avremmo poi conosciuto nel ’900.

- Sul “compromesso storico” e poi sulla “solidarietà nazionale”: il tempo si è incaricato di dimostrare la natura politica oltremodo moderata di quelle proposte, che hanno svolto anche il ruolo oggettivo di accelerare i processi di mutazione politica e ideologica del PCI. Rimane un punto, forse pochissimo contemplato: la proposta di “compromesso storico” si basa sul fatto che, dopo il golpe cileno contro Allende ad opera dell’imperialismo USA e di Pinochet, Berlinguer asserisce che non si può governare assieme al PSI con il 51% e dunque, per creare un argine ai pericoli golpisti in Italia”, occorre governare anche con la Democrazia Cristiana. La natura fortemente involutiva contenuta nella proposta di governare con la DC è già stata, sul piano dell’analisi politica e sul piano storico, ampiamente analizzata e dunque non torniamo sulla sua essenza moderatissima. Ci preme mettere in luce un’altra questione: perché si dice che “governare con il PSI, con il 51%, sarebbe un pericolo per la democrazia italiana poiché ciò evocherebbe tentazioni golpiste in Italia?”. Lo si diceva come se quell’opzione, quell’unità PCI-PSI al 51% per un’alternativa anticapitalista fosse stata in campo. Ma questa linea non era affatto in campo: non lo era per la natura del PSI, ormai contrario ad ogni reale trasformazione in senso socialista. Cosicché, anche se per pura ipotesi teorica, il governo “di sinistra” del 51% fosse stato costituito (ma nessuno aveva questa intenzione), questo governo non avrebbe di certo garantito la nazionalizzazione della FIAT e cambiamenti di rilievo negli assetti del potere. Perché, allora, prendere a pretesto un’opzione politica che non era all’ordine del giorno delle cose? Infine si è capito: al fine di costruire l’unità di governo con la DC a tutti i costi. Ma, sul piano essenziale: perché? Nel Cile di Allende il “golpe” era stato sanguinosamente scatenato contro una politica rivoluzionaria che stava prendendo corpo. In Italia ciò non esisteva minimamente. Che bisogno c’era, dunque, di un fronte con la DC?

Il sospetto che un PCI ormai molto cambiato, lontano da ogni progetto rivoluzionario e giunto, com’era giunto, all’enorme consenso elettorale di quegli anni non volesse più forzare le compatibilità capitalistiche, rinculando su posizioni di compromesso strategico con la borghesia, è ormai molto più che un sospetto.

- Un’altra questione, solo evocata dalle analisi sui passaggi storici del PCI in questo “Speciale”. Il PCI ha vissuto al suo interno una sorta di apparente incongruenza ideologica e politica: l’area “di destra” e socialdemocratica capeggiata da Amendola si rivelava spesso anche la più “filosovietica”. Perché? Crediamo che qui vi sia un grumo di questioni rilevanti, che hanno infatti avuto poi un riflesso anche nella storia di Rifondazione Comunista. Veniamo al dunque: è verosimile pensare che l’area “amendoliana” e socialdemocratica ante litteram del PCI in verità fosse segnata da una sorta di “filosovietismo di maniera”, una visione positivista (e in tal senso fortemente “secondointernazionalista” e socialdemocratica) del quadro internazionale, la cui sintesi rozza può essere così descritta: all’allargamento e alla vittoria del socialismo sul piano internazionale ci pensa l’Unione Sovietica (ecco il positivismo), cosicché, nei punti alti dello sviluppo capitalistico, dove è più difficile avviare trasformazioni sociali rivoluzionarie, i partiti comunisti (come il PCI in Italia) possono attestarsi su posizioni politiche più attendiste, segnate dalle conquiste sociali in progress piuttosto che da un progetto rivoluzionario. E giungiamo ad un punto centrale: il positivismo assunto dalla socialdemocrazia interna al PCI anche attraverso il filosovietismo di maniera sbocca inevitabilmente nella rinuncia all’azione soggettiva leninista e gramsciana, a quel tipo d’azione che, dialettizzandosi con il contesto oggettivo, può farsi moto rivoluzionario. Il positivismo amendoliano, inevitabilmente associato alla rinuncia dell’azione soggettiva, sfocia nella socialdemocrazia, certo non quella di Saragat, ma nella sua sua forma alta, svedese o tedesca, del welfare pieno e del rapporto tra partito socialdemocratico, classe operaia e sindacato.

Quali riflessi ha avuto questo filosovietismo di maniera sui processi di costruzione di Rifondazione Comunista (a dimostrazione di quanto l’analisi sul nostro passato sia indispensabile per il nostro futuro e non sia dunque accademia)? Questi riflessi: Armando Cossutta, “amendoliano” anch’egli, filosovietico di maniera anch’egli, si trova a svolgere un compito di primissimo piano nella costruzione di Rifondazione Comunista, ma in assenza dell’Unione Sovietica, già dissoltasi. Se non vi è più, nel quadro storico dato, il traino socialista mondiale che i positivisti amendoliani avevano attribuito all’URSS e nel loro bagaglio ideologico è da tempo andata persa la categoria dell’azione soggettiva, diviene particolarmente difficile rilanciare, in piena autonomia ideologica e politica, un partito conseguentemente comunista. E occorre mimetizzarlo, presentarlo alla società e alla cultura dominante in modo diverso. Questa è l’unica spiegazione razionale del fatto, apparentemente incomprensibile, apparentemente incongruo, per il quale Cossutta (il Comunista, il filosovietico) consegna il PRC nelle mani di Fausto Bertinotti, un socialista di sinistra già ampiamente noto per le sue posizioni non comuniste.

La scelta di affidare a Bertinotti (e al suo vasto circo) i destini del PRC si sarebbe rivelata ben presto drammatica, come drammatica si sarebbe ben presto rivelata – a partire dall’autodissoluzione del PCI e dalla cronaca annunciata del fallimento della Rifondazione bertinottiana – la condizione generale dei comunisti in Italia.

- L’ultima questione (l’ultima che qui affrontiamo, non certo l’ultima per la grande storia del PCI): il “mistero”, con il XX e ultimo Congresso del PCI, del passaggio da un partito nominalmente ancora comunista ad un partito “radical”. Tutto faceva intuire, tutti si aspettavano che il cambiamento del nome, da PCI a PDS, desse la stura completa a quel processo di socialdemocratizzazione che da lunghi anni ormai premeva alle porte del PCI. Tutti si aspettavano, dopo il Congresso di scioglimento di Rimini, che in Italia apparisse, dalle spoglie del PCI, un nuovo partito socialdemocratico di massa. Ciò, invece, non fu, poiché da Rimini emerse invece un partito di natura “radical”, che non incentrava la sua politica sul rapporto privilegiato con la classe operaia, il movimento operaio complessivo e il movimento sindacale, che non organizzava la sua azione politica principalmente attorno alla questione dei diritti del lavoro, sul salario, sul welfare, ma piuttosto attorno alla questione dei nuovi diritti sociali, decentrando via via la questione complessiva del lavoro e dello scontro capitale/lavoro. Dunque, non, come ci si aspettava, una forza socialdemocratica coerente, ma un partito fortemente influenzato dalla cultura politica radicale italiana, dallo stesso “pannellismo”, dalla forza sociale della cultura piccolo borghese, particolarmente estesa. Anche in questo caso con forti influenze negative, non solo su Rifondazione Comunista, ma anche su certe piccole esperienze comuniste successive ad essa.

Perché questo? Appunto, un “mistero” da indagare, ma che probabilmente trova parte della risposta nel fatto che l’Italia, come la Spagna della Controriforma, è uno di quei Paesi europei che non ha conosciuto il calvinismo, il protestantesimo, la rivoluzione industriale anche da essi prodotta e non ha conseguentemente conosciuto né la centralità della classe operaia né la socialdemocrazia di massa.

Le questioni legate alla storia del PCI sono di grande entità politica e teorica e ricadono ancora pesantemente sulle attuali esperienze comuniste italiane. Da diversi punti di vista si possono affrontare (e ciò favorirebbe il dibattito vivo e la ricerca), tutto si può fare meno che ciò che spesso è stato fatto: ignorarle, liquidarle in toto o, specularmente, acriticamente mitizzarle.

Ciò che occorre è studiare, riprendere pazientemente e anche coraggiosamente a dipanare la matassa della nostra storia, da cui inevitabilmente prendono corpo anche il nostro presente e il nostro futuro.

Speciale di “Cumpanis” con scritti di: Fulvio Bellini - Arnaldo Bera- Ascanio Bernardeschi - Francesco Cappello- Bruno Casati- Geraldina Colotti - Luis Corvalan - Salvatore Di Stefano - Ambrogio Donini - Ferdinando Dubla - Roberto Fineschi - Nino Frosini - Ruggero Giacomini - Rolando Giai Levra - Fosco Giannini - Vittorio Gioiello - Mariano Guzzini- Piertro Ingrao - Alessandro Leoni - Alberto Lombardo - Lucio Magri - Sergio Manes - Lucia Mango - Norberto Natali - Albano Nunes - Alessandro Pascale - Monica Perugini - Marco Pondrelli - Sergio Ricaldone - Marco Rizzo - Enzo Santarelli - Stefano Santoro - Renato Scionti - Alberto Sgalla - Concetto Solano - Daniele Stasi - Salvatore Tinè - Raul Martinez Turrero - Unione della Gioventù Comunista della Repubblica Ceca - Alessandro Vaia



 

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