Collassa il negoziato tra Stati Uniti e talebani. Cosa succede ora in Afghanistan?

Collassa il negoziato tra Stati Uniti e talebani. Cosa succede ora in Afghanistan?

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PICCOLE NOTE


Collassa il negoziato tra Stati Uniti e talebani per ritirare le truppe Usa dal paese asiatico. Trump annulla il vertice segreto che doveva aver luogo a Camp David, al quale aveva invitato anche il presidente afghano, Ashraf  Ghani.


Al summit si sarebbe dovuta firmare un’intesa globale, ma tutto è saltato. Fatale l’attivismo del Terrore, che mentre le delegazioni giungevano negli Stati Uniti ha fatto 12 vittime a Kabul, compreso un soldato americano.


Impossibile siglare accordi in queste condizioni, Trump sarebbe stato massacrato per aver stretto la mano di un’organizzazione che uccide soldati americani.



La lunga trattativa

 

L’intesa doveva porre il suggello finale alla lunga trattativa condotta da Zalmay Khalilzad, inviato da Trump per risolvere la grana Afghanistan. Trattative dalle quali era stato estromesso, a sorpresa, John Bolton, decisamente avverso al negoziato.


Il Consigliere per la sicurezza nazionale, che aveva trovato l’appoggio del vicepresidente Mike Pence, aveva tentato in tutti i modi di far saltare le trattative, data l’inaffidabilità degli interlocutori. La bomba di Kabul gli ha dato tristemente ragione e/o ha fatto il suo gioco.


Nel twitt di Trump che annuncia l’annullamento del vertice, si legge: “Se [i talebani] non riescono ad accordarsi su un cessate il fuoco durante questi importantissimi colloqui di pace […] probabilmente non hanno il potere di negoziare un accordo significativo”.


Già, non hanno il potere di fermare il Terrore, nonostante l’impegno negoziale. Anche perché il Terrore ha ramificazioni incontrollate e incontrollabili, occulte e divergenti, anche negli interessi. In Afghanistan, ad esempio, si è registrato il ritorno dell’Isis alle bombe, dopo tanto silenzio successivo alla sua sconfitta in Iraq e Siria.


L’attentato del 19 agosto, 60 le persone falcidiate a un matrimonio, non intendeva solo rilanciare la sfida dell’Isis al mondo, ma anche, più localmente, ai talebani, proponendosi come nuovi portabandiera del caos mentre questi trattavano con gli americani.


Afghanistan, i tanti attori


In realtà, a trattare con i talibani erano, e sono, un po’ tutti. Più ancora degli Usa, Cina, Russia, Pakistan e India, sono interessati a riportare l’Afghanistan alla stabilità e a riguadagnare influenza nel Paese.


Tanto che Zamir Kabulov, inviato da Putin per l’Afghanistan, il 3 settembre scorso aveva ribadito quanto dichiarato in precedenza dal ministro degli Esteri russo, ovvero che Mosca era “pronta a farsi garante degli accordi tra talibani e Stati Uniti“, aggiungendo che altri Paesi, presumibilmente quelli succitati, erano “pronti a unirsi alla Russia” in tale impegno.


L’accordo sull’Afghanistan poteva così diventare occasione di intesa più ampia tra gli Stati Uniti e i suoi rivali. Da qui l’ostilità di Bolton e dei suoi accoliti, che avversano la distensione Est e Ovest perché toglie loro spazi di manovra nel caos del mondo.


Detto questo, Pompeo ha affermato che il “dialogo con i talibani potrà riprendere, se questi cambieranno atteggiamento”. Frase simili a quelle che hanno accompagnato il processo distensivo tra Stati Uniti e Corea del Nord, anch’esso contrassegnato da tanti, troppi, stop and go, anch’essi annunciati dal Segretario di Stato, che Trump usa per i suoi rilanci.


Trump si dimostra pervicace nei suoi tentativi di giungere a delle intese internazionali. Anche i suoi avversari nel sabotarne le tessiture più o meno segrete. La lotta che attraversa il mondo ha in questo duello che si consuma nel chiuso della corte imperiale il suo punto cruciale.


Detto questo, a rimarcare l’interesse dei Paesi confinanti riguardo quanto accade in Afghanistan, riportiamo un titolo di Xinhua di oggi: “Il processo di pace afghano è in cima all’agenda dei primi ministri cinesi, pakistani e afghani”. Anche questa controversia, insomma, risente dei venti di tempesta Cina-Usa.


Da parte sua, l’Iran, per bocca del ministro degli Esteri Javad Zarif, allarma su un possibile complotto di forze straniere per far ripiombare il Paese nel caos assoluto, con conseguenti “carneficine“,

 

Ps. Nel grande gioco afghano va ricordata la variabile oppio, del quale il Paese è produttore globale (l’85% del mondo). Il traffico di droga alimenta organizzazioni criminali e terrorismo, mala pianta che prospera nel caos. Sicuramente non combattuta seriamente dai soldati americani in Afghanistan, dato che i campi di papavero sono più che visibili ai droni…

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