Crescono infortuni, morti sul lavoro e le malattie professionali. Quale risposta alla lotta di classe dei padroni

Crescono infortuni, morti sul lavoro e le malattie professionali. Quale risposta alla lotta di classe dei padroni

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di Federico Giusti

Venerdi’ 16 Febbraio un grave incidente sul lavoro, il bilancio di tre morti, alcuni feriti e altre tre-quattro persone sotto le macerie, la dinamica dell’incidente è ancora approssimativa, si parla del crollo di una pesante trave in cemento su un solaio o “l’importante crollo di uno dei piloni principali" all’interno del cantiere in via Mariti a Firenze da cui sorgerà l’ennesimo ipermercato. Verificheranno idoneità e certificazioni delle aziende presenti nel cantiere, non mancheranno le frasi di rito come la piena fiducia nell’operato della Magistratura “per accertare le responsabilità” verificando operazioni eseguite e il rispetto delle normative di sicurezza, sarà una inchiesta lunga e dagli esiti tutt’altro che scontati.

I familiari delle vittime sul lavoro sono abituati a lunghe trafile burocratiche, ad attese di anni per avere udienza, ascolto sempre che i reati non siano nel frattempo prescritti. Tanto rapida è la privazione di un affetto e la cancellazione di una vita umana quanto lenta, e non sempre inesorabile, la macchina della Giustizia.

Niente e nessuno farà tornare in vita i morti restituendo esistenze dignitose ai sopravvissuti

L’Italia è il Paese nel quale infortuni e morti sul lavoro non diminuiscono, le malattie professionali sono in continua crescita.  La prima responsabilità è da attribuire alle caratteristiche endemiche del capitalismo italiano: la scarsa propensione alle innovazioni tecnologiche con la riduzione del costo del lavoro, la intensificazione dei ritmi in risposta  all’aumento dei costi (e minor salario di solito va di pari passo con i disinvestimenti in materia di salute e sicurezza), il progressivo depauperamento delle norme previste dal Testo Unico sulla sicurezza, l’assenza del reato di omicidio e lesioni gravi sul lavoro, la mancanza di una norma che sancisca la chiusura sine die di ogni attività per le imprese inadempienti, risarcimenti civili di gran lunga maggiori degli attuali.

Scontiamo una normativa costruita per non gravare sui datori depotenziando ogni funzione di reale controllo da parte dei rappresentanti dei lavoratori.

Sono anni che il punto di vista assunto sul lavoro è quello delle associazioni datoriali e molti pensano, per combattere morti e infortuni, a una sorta di sistema premiante per le aziende virtuose in materia di salute e sicurezza attribuendo loro ulteriori e massicci sgravi fiscali. Eppure, anni di aiuti alle imprese non sono serviti a salvaguardare l’occupazione e a rendere sicuro il lavoro, siamo allora certi che l’aiuto economico e fiscale sia lo strumento giusto per imporre pratiche e culture della sicurezza?

Dopo anni di crescente potere padronale, di licenziamenti con il jobs act cosa altro poteva accadere se non la colpevolizzazione di lavoratori e lavoratrici disattenti, rei di scarso rispetto delle norme di sicurezza? Perché è fin troppo facile invertire i ruoli, i salariati non hanno voce in capitolo sulle spese decise in azienda, eppure c’è una sentenza che assegna le stesse responsabilità in caso di infortunio alla figura aziendale della sicurezza, Il Responsabile del servizio protezione e prevenzione, e al’Rls, il rappresentante dei lavoratori eletto o disegnato in azienda.

Morti e infortuni crescono non solo nel lavoro in itinere ma negli appalti e nei subappalti dove le condizioni contributive e retributive sono decisamente basse.

La domanda alla quale rispondere è alla fine sempre la stessa ossia quale risposta sia necessaria per porre fine alla mattanza nei luoghi di lavoro

Una risposta che presuppone l’uscita dalle compatibilità sistemiche, dalla giustificazione dell’aumento degli orari di lavoro in deroga ai contratti nazionali fino alla tacita accettazione di norme che portano l’uscita per la pensione a 70 di anni di età.

Urge avere piena consapevolezza delle responsabilità anche di parte sindacale, anni di concertazione hanno relegato i rappresentanti dei lavoratori a un ruolo subalterno alle figure datoriali, anzi gli Rls per lo più sono interni alla filiera della sicurezza aziendale e non assumono alcun ruolo di opposizione a come si materializza la organizzazione del lavoro, ai tempi e alle modalità di svolgimento della produzione stessa.

Se ha ancora senso eleggere un Rls nei luoghi di lavoro, questa figura deve uscire fuori dai canoni retorici della sicurezza, dal ruolo formale, farsi carico delle istanze di tutta la forza lavoro in un sito produttivo a prescindere dal contratto applicato e dalla diversità del datore alle cui dipendenze prestano servizio, essere disposto a confliggere e a scontrarsi. E in questa ottica le norme vigenti dovrebbero essere riviste, riscritte e ripensate.

L’esperienza diretta degli ultimi anni racconta anche di Rls isolati dalle Rsu e dai sindacati provinciali, scomodi quando pretendono il rispetto delle normative imponendole a padroni che preferiscono invece un accordo per aumentare i ritmi, gli orari e lo sfruttamento. E alla occorrenza c’è sempre un codice etico, un codice di comportamento o l’obbligo di fedeltà aziendale a ricordare al riluttante Rls o lavoratore quanto breve sia la strada che porta al suo licenziamento e conseguente richiesta di risarcimento per danno di immagine arrecato all’azienda.

L’ Rls non ha potere contrattuale effettivo, sta qui la prima contraddizione ma il punto focale è rappresentato dalla assenza di un sindacato conflittuale.

Noi siamo certi che un tema come la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro non si possa affrontare senza ammettere che la intensificazione dei ritmi, la monetizzazione dei carichi di lavoro sono anche risultato di scelte sindacali arrendevoli, ad esempio, stabilire in partenza la possibilità di derogare a un contratto nazionale attraverso accordi di secondo livello.

Lavoriamo per vivere con dignità, non viviamo per lavorare o essere sfruttati, per ammalarci a causa di qualche agente chimico o per ritmi insostenibili con cui vanno a misurare una metrica del lavoro basata sullo sfruttamento intensivo delle maestranze.

La salute e sicurezza nei luoghi di lavoro si difendono anche rivendicando una qualità delle nostre vite dove il lavoro non occupi la stragrande maggioranza della giornata andando ben oltre gli orari canonici, attraverso le mailing list o le liste whatsapp aziendali, la reperibilità e altri istituti contrattuali che dilatano i tempi di lavoro a mero discapito di quelli di vita.

Salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici sono un bene comune da preservare e non un variabile dipendente dai profitti.

Quanto avvenuto a Firenze determinerà uno sciopero generale al termine del quale tutto tornerà come prima, una serrata nel paese non può essere affidata a dinamiche rituali e simboliche ma invece essere accompagnata da rivendicazioni e pratiche tanto forti quanto dirompenti.

Dobbiamo provarci senza abbandonarci alla rassegnazione e per non essere nelle stesse condizioni subalterne un domani, davanti all’ennesima morte sul lavoro.

 

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