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Da Daktari a Óscar Pérez: l'uso della carta paramilitare contro il Venezuela

 

Piano Colombia, un piano importato e la frontiera



MISION VERDAD

(traduzione di Francesco Monterisi)


Durante il governo di Alvaro Uribe Vélez, la Colombia ha vissuto un processo di riconfigurazione del suo territorio a causa dello sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone (prevalentemente di carattere rurale/contadino) che ha prodotto l'occupazione e l'offensiva militare del Piano Colombia ed il paramilitarismo.


Lungi dal risolverlo, anche se certo questo non era l'interesse iniziale, il business della guerra si è ampliato così come i suoi meccanismi e i canali di finanziamento che lo alimentano: traffico di droga, commercio di armi, criminalità economica, ecc.


La frontiera venezuelana riceve i primi impatti di un fenomeno con caratteristiche transnazionali e transfrontaliere, supportati da uno stato fallito che ha consegnato la sua sicurezza interna agli USA e determinato, principalmente, dall'importanza della cocaina che lì viene prodotta ed esportata; un equilibrio che, a sua volta, si sposta a favore dell'aumento della domanda di armi. Anche il traffico di droga ha la sua geopolitica.


Questo processo di conquista, sui generis, il cui risultato fu la progressiva depredazione, anch'essa sui generis, della vita economica e sociale della frontiera, ha portato con sé il consolidamento di gruppi armati che sono passati a controllare rotte di contrabbando, vendita di armi e traffico di droga. L'impresa della guerra in Colombia, made in USA, è cresciuta notevolmente ed ha cercato, in Venezuela, di installare la sua filiale. Espansione che ha dato anche un nuovo carattere alla classica delinquenza organizzata in Venezuela, attraverso un'economia illegale identificata a partire dal narcotraffico, il contrabbando, gli omicidi su commissione ... ed in futuro, dalla violenza politica.


Trattandosi di un'impresa, quindi, era naturale che la necessità di un apparato di sicurezza privato, in questo caso il paramilitarismo, acquisisse la forma di braccio esecutore del neoliberalismo, ogni volta che questo si scontro contro lo stato per il controllo sociale sul territorio. E questo vale sia per la Colombia che per la Siria.


Questa penetrazione ha modellato la progressiva importazione di questo esercito privato sul suolo locale, ma anche il suo modo di plasmare una cultura della violenza specifica in Venezuela, affermandosi come azienda al di là del semplice crimine. Per il fatto di essere privato, i grandi interessi politici possono metterci mano ed usarlo. Si tratta semplicemente di assumere il rischio di tale investimento.


Il paramilitarismo non è un fenomeno venezuelano, le bande e i referenti del crimine organizzato non sono nati spontaneamente, i loro modi di amministrare le sanzioni ed il controllo sociale su determinati territori non l'hanno neppure appreso in Internet; è conseguenza della geopolitica della guerra USA attraverso la Colombia, della quale sono anche vittime i colombiani. Essere limitrofo del principale produttore di cocaina nel mondo e del principale mercato di armi della regione è facile a parole, proprio in questo dettaglio c'è la ragione del paramilitarismo sia usato come strumento politico, in Venezuela e che, come fenomeno, abbia le implicazioni che ha.


Non per caso il leader politico del paramilitarismo colombiano, in un recente scambio con i giornalisti, ha simpatizzato con le azioni di Perez e chiamato l'Esercito ad insorgere contro il Governo.



Daktari, modus operandi e la via armata


La vicenda della fattoria Daktari ha dato  la dimensione di fino a dove si era disposti a giungere per togliere il chavismo dal potere, fino a che punto si erano superati i limiti. È stato un anno in cui il paese era mobilitato dall'agenda del referendum revocatorio promosso dall'anti-chavismo, che cercava di consolidare una vittoria politica dopo il colpo di stato/sciopero/sabotaggio dei mesi precedenti.


I fatti e le loro connessioni politiche e imprenditoriali sono ben noti; più di 100 paramilitari contrattati e vincolati ad agenti infiltrati all'interno delle forze di sicurezza ed imprenditori, davano la misura di un modus operandi che si è ripetuto, inerzialmente, in questi ultimi anni: via via che si perdono battaglie politiche si ricorre al piombo, via via che perdono le battaglie di strada (guarimbas), dove anche si appellano al piombo, si ricorre ai sicari e ad assassinii politici. E per questo manca solo chi mette il denaro sul tavolo e chi muove i fili (pensa alla CIA), e chi dalla tribuna politica e mediatica sia complice nel distorcere, negare o legittimare ciò che, da lì, risulta.


Dipendendo da questo contesto più generale acquisisce visibilità nel momento in cui si utilizzano cellule armate (germe di eserciti privati) per intensificare la violenza di strada o quando, in circostanze di ripiego, s'impiega per scopi selettivi gli omicidi politici. Dopo l'iconico fatto della fattoria  Daktari si sono evidenziati le molteplici forme di applicazione di questo strumento, mettendo in evidenza i periodi di guarimba come scuole o centri di addestramento, dove si cerca anche di posizionare gruppi armati (travestiti da "manifestanti", ovviamente) per intensificare lo scontro.


Le guarimbas del 2017 hanno descritto molto bene che molotov e scudi, fatti di latta, erano strumenti di marketing che censuravano - per la stampa mondiale- il sequestro ed  il controllo delle città, l'uso di cecchini e di armi da fuoco negli scontri e la comprovata intenzione di realizzare omicidi contro persone solo perché erano o  sembravano chavisti.


V'è una manifesta intenzione di sondare la via armata, sia da attori interni che esterni: il riconoscimento internazionale della fase di scontro delle guarimbas, levatrice di cellule come quella di Oscar Perez e Juan Caguaripano, è venuta, principalmente, da USA e Unione Europea.



Cellule armate ed il caso Libia


Dopo che il ciclo di violenza politica ed armata, in Venezuela, è stato interrotto, hanno avuto luogo tre attacchi armati.
Uno diretto contro la sede della Corte Suprema di Giustizia (TSJ, con i bambini che studiano, in questa istituzione, che erano all'interno) ed il Ministero degli Interni, Giustizia e Pace da un elicottero da cui si lanciarono granate e raffiche di mitra di grosso calibro; ed altri due contro istanze delle Forze Armate Nazionali Bolivariana (FANB) nello stato di Carabobo (Forte Paramacay) e nello stato di Miranda (Comando della Guardia Nazionale Bolivariana, GNB). L'obiettivo era quello di ottenere armi per preparare un colpo di stato in futuro e guadagnare capacità belliche, ma anche imporre all'opinione pubblica una presunta superiorità in termini tattici e militari, oltre che un clima di terrore.


Con questi attacchi due cellule armate (una di Oscar Perez e l'altra dell'ex militare catturato Juan Caguaripano) sono diventate la nuova scommessa.


Una cellula non è un fine in se stesso, serve come gruppo iniziale di una strategia superiore diretta a creare un esercito parallelo: dopo un processo di infiltrazione e cooptazione di forze regolari per produrre diserzioni, si tenta di darle forma e obiettivo politico. Così è accaduto durante la "primavera araba" che ha travolto la Libia, dove i servizi segreti della NATO sono riusciti ad estrarre ufficiali delle forze armate per nutrire i "ribelli" in un quadro narrativo globale che pone come unica via, in senso pratico, l'agenda armata per la cacciata di Gheddafi. Vi pare?


Perez e Caguaripano erano la prova di tale intenzione (globale, ma adattato ad ogni terreno) per "risolvere" i conflitti col piombo e infiltrare forze di sicurezza in modo da formare il germe di un esercito privato. In Venezuela la visibilità di questa intenzione è ancora maggiore quando si misura l'assedio psicologico a cui sono sottoposti la FANB, i ricorrenti appelli dell'opposizione a "porsi al lato della Costituzione" (eufemismo per chiamare alla rivolta) e le infiltrazioni rilevate in tempo


A questo proposito lo smantellamento di queste due cellule altamente pericolose non solo era destinato ad invertire qualsiasi atto di sabotaggio o terrorismo in futuro, secondo il costituente Diosdado Cabello si preparavano a far esplodere un'autobomba all'ambasciata di Cuba, ma anche  neutralizzare possibili operazioni all'interno delle forze di sicurezza. Quest'ultimo punto è fondamentale in termini di anticipazione rispetto ai servizi di intelligence stranieri che potrebbero essere operanti per ricreare un Pérez o un Caguaripano con l'obiettivo, per l'ennesima volta, di dirigere il paese verso i sentieri della guerra.



Media, politici USA e legittimazione del paramilitarismo con altro nome



Una componente fondamentale che consente la legittimazione e l'empatia con i gruppi armati sono i mezzi di propaganda privati. Sotto l'imposizione di un alias globalizzato (i "ribelli"), è stato giustificato, dalle grandi imprese della comunicazione, il caos e la mercenarizzazione di conflitti, come in Medio Oriente, dopo la "primavera araba". E "ribelli" sono, precisamente, tutte le cellule terroristiche o gruppi armati che "emergano" in territori con governi che non sono allineati agli USA.


Il Venezuela non  sfugge da questo trattamento, e durante le ultime guarimbas avevano avanzato un quadro narrativo per rappresentare il tutto come "scontri tra pacifici manifestanti contro militari armati" ciò che erano invece episodi di ultraviolenza, blocchi stradali, fuoco di cecchini e saccheggi contro negozi.


Tuttavia, l'alias "ribelle", una nomenclatura che designa un fattore militare, si è visto, con chiarezza, dopo che Oscar Perez e il suo gruppo sono caduti abbattuti in uno scontro;  media internazionali e locali hanno cartellizzato il tono e lo hanno glorificato come "il pilota che si ribellò contro Maduro", facendo appello alle brecce di disinformazione che ha lasciato l'operativo, e soprattutto, alle voci più estreme dello spettro politico (Maria Corina Machado, Diego Arria, Antonio Ledezma, ecc.) che hanno dato un sostegno frontale a Pérez.


Sebbene tale alias già denota in sé l'intenzione di superare i limiti del racconto in favore del legittimare cellule armate, mettendo Perez nella stessa coordinata simbolica di organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, un altro dato prefigura i supporti esterni con la quale conta l'opzione bellica: Marco Rubio, Otto Reich, Roger Noriega e Ileana Ros hanno difeso Oscar Perez e sostenuto le sue azioni.


Non si tratta di semplici congressisti o portavoce politici USA, ma di un settore che dopo l'ascesa dell'amministrazione Trump ha raggiunto importanti livelli  di influenza per definire il quadro delle relazioni estere USA verso il Venezuela. Risaltano i casi di Otto Reich e Roger Noriega, entrambi attivi operatori della guerra sporca in Centro America e strettamente legati ai servizi di intelligence USA, a cui Marco Rubio, nella sua qualità di senatore, ha dato una spinta affinché la loro limitata voce venisse ascoltata. Caso che vale anche per Luis Almagro, che approfittando dell'onda, dal suo account Twitter, ha condiviso il sostegno dato da ONG finanziate dal Dipartimento di Stato, come Human Rights Watch.


A questo punto è necessario sottolineare l'ovvio: il prossimo attentato che progettava la cellula di Perez, o quella di Caguaripano prima dello smantellamento, sarebbe stato legittimato da questi attori politici del Congresso USA, che hanno dimostrato influenza nel delimitare la politica estera verso il Venezuela. Marco Rubio ed Ileana Ros hanno persino accesso a fondi neri del bilancio.


Questa prova è più che sufficiente per mettere in contesto l'operativo contro la cellula di Pérez ma, soprattutto, come il paramilitarismo è sul tavolo di coloro che hanno acquisito un'influenza nella Casa Bianca per  plasmare cosa fare con il Venezuela.


Durante questi giorni si è cercato di mostrare Oscar Pérez come un caso isolato, quando in realtà rappresenta una continuità (ancora non raggiunta) nel quadro dell'agenda paramilitari contro il Venezuela.

 
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